Divertimento

A otto anni restituii il portafoglio di un miliardario, ma quando vide il mio avviso di sfratto fece chiudere tutte le porte

L’uomo continuava a indicarmi attraverso il vetro.

Non urlava più.

Era rimasto immobile, con il palmo premuto contro la porta chiusa, come se avesse aspettato quel momento per anni.

Matteo fece un passo indietro.

«Portate la bambina al piano di sopra.»

Due uomini della sicurezza si mossero verso di me.

Mi aggrappai allo zaino.

«No.»

Matteo mi guardò.

«Giulia, devi andare in un posto sicuro.»


«Quell’uomo sa chi sono.»

La mia voce tremava, ma non abbassai gli occhi.

«Ha indicato me.»

Per qualche secondo nessuno parlò.

Poi l’uomo fuori sollevò lentamente entrambe le mani, mostrando che non aveva armi.

Con un dito scrisse qualcosa sulla condensa del vetro.

Cinque lettere.

**ELENA.**

Matteo impallidì di nuovo.

«Aprite soltanto la porta laterale», ordinò. «Due uomini con lui. Nessun altro si muove.»


La serratura scattò.

L’uomo entrò senza opporre resistenza.

Da vicino sembrava avere poco più di quarant’anni. Aveva la barba lunga, i capelli scuri striati di grigio e una cicatrice sottile che gli attraversava la tempia sinistra. I suoi vestiti erano semplici, quasi consumati.

Ma furono i suoi occhi a farmi trattenere il respiro.

Erano dello stesso verde dei miei.

Mi fissò come se il resto dell’atrio fosse scomparso.

«Giulia.»

Matteo gli si mise davanti.

«Chi sei?»

L’uomo spostò lentamente lo sguardo su di lui.


Per la prima volta sembrò sul punto di crollare.

«Non qui.»

«Hai appena cercato di entrare con la forza nella mia azienda e conosci il nome di questa bambina.»

La voce di Matteo diventò gelida.

«Parlerai qui.»

L’uomo abbassò gli occhi sul portafoglio che stringevo ancora tra le mani.

Poi sul documento rosa.

«Quell’avviso non avrebbe mai dovuto essere emesso.»

Matteo fece un cenno al capo della sicurezza.

«Identificatelo.»


Uno degli uomini prese il documento che lo sconosciuto aveva in tasca.

Lo esaminò.

«Signor Greco… si chiama Andrea Rinaldi.»

Matteo lo fissò.

«Non conosco nessun Andrea Rinaldi.»

«No», rispose l’uomo. «Ma tuo fratello sì.»

Quelle parole attraversarono l’atrio come una lama.

Matteo serrò la mascella.

«Come conoscevi Giovanni?»

Andrea guardò me prima di rispondere.


«Lavoravo per lui.»

Sentii un brivido lungo le braccia.

Andrea raccontò che dodici anni prima Giovanni aveva cominciato a sospettare che qualcuno stesse utilizzando alcune società collegate alla famiglia Greco per spostare denaro e proprietà senza autorizzazione.

All’inizio aveva pensato a semplici irregolarità contabili.

Poi aveva scoperto qualcosa di molto più grave.

«Mi incaricò di raccogliere copie dei documenti», disse Andrea. «Contratti, trasferimenti immobiliari, firme. Tutto.»

Matteo non si mosse.

«E poi mio fratello è scomparso.»

Andrea annuì.

«Tre giorni prima mi consegnò una busta.»


«Dov’è?»

«Nascosta.»

Matteo fece un passo verso di lui.

«Da dodici anni?»

«Da dodici anni.»

La rabbia sul volto di Matteo esplose.

«Mio fratello è stato dichiarato morto. Mia madre è morta credendo di aver perso suo figlio. E tu hai tenuto nascosto qualcosa che avrebbe potuto spiegare cosa gli è successo?»

Andrea incassò le parole senza reagire.

«Giovanni mi ordinò di non consegnarla a nessuno finché non fosse accaduta una cosa precisa.»

Matteo si fermò.


«Quale?»

Andrea indicò l’avviso rosa.

«Finché qualcuno non avesse cercato di cacciare Elena e sua figlia da quell’appartamento.»

Mi mancò il respiro.

Matteo guardò il documento nelle proprie mani.

«Perché?»

«Perché quell’edificio non era soltanto un investimento.»

Andrea si voltò verso di me.

«Era una protezione.»

Non capivo.


«Protezione da cosa?»

Andrea aprì la bocca, ma Matteo lo interruppe.

«Aspetta.»

Prese il telefono.

«Controllate immediatamente chi ha richiesto lo sfratto. Non il proprietario indicato sui documenti. Voglio sapere chi ha dato materialmente l’ordine.»

L’avvocato si allontanò chiamando qualcuno.

Io pensavo solo a mia madre.

«Devo chiamarla.»

Matteo esitò.

Poi mi porse il suo telefono.


Digitai il numero dell’ospedale che conoscevo a memoria.

Rispose una donna.

Chiesi di Elena Conti.

Ci fu una pausa.

«La signora Conti ha terminato il turno circa venti minuti fa.»

Sentii il cuore battermi nelle orecchie.

«È già andata via?»

«Sì, tesoro.»

Riattaccai.

«Sta tornando a casa.»


Andrea impallidì.

«No.»

Matteo lo afferrò per un braccio.

«Che significa no?»

Andrea mi guardò.

«Se hanno mandato quello sfratto significa che qualcuno ha finalmente scoperto che il trust esiste.»

«Chi?»

«Non lo so.»

«Allora perché sei venuto qui?»

Andrea inspirò profondamente.

«Perché stamattina qualcuno è entrato nel posto dove tenevo nascosta la busta di Giovanni.»

L’atrio diventò improvvisamente ancora più silenzioso.

«L’hanno presa?» domandò Matteo.

Andrea scosse la testa.

«No. L’avevo spostata ieri.»

Matteo lo fissò.

«Perché proprio ieri?»

Andrea esitò.

Poi tirò fuori dalla tasca un piccolo telefono.

Lo schermo mostrava una fotografia scattata da lontano.

Una donna usciva da un edificio.

Mia madre.

Accanto a lei c’era un uomo che non avevo mai visto.

Andrea ingrandì l’immagine.

L’uomo stava consegnando a mia madre una busta bianca.

«Questa foto è di ieri pomeriggio», disse.

Sentii un nodo allo stomaco.

«Chi è quell’uomo?»

«È quello che sto cercando di capire.»

In quel momento l’avvocato di Matteo tornò quasi correndo.

«Abbiamo identificato chi ha avviato la procedura di sfratto.»

Matteo si voltò.

«Nome.»

L’avvocato esitò.

«La richiesta è partita da una società chiamata Lombardi Gestione Immobiliare.»

Andrea chiuse gli occhi.

Matteo se ne accorse.

«Tu conosci quel nome.»

Andrea non rispose subito.

Quando finalmente lo fece, la sua voce era quasi un sussurro.

«Giovanni lo aveva scritto sulla busta che mi affidò dodici anni fa.»

Matteo divenne immobile.

Il mio telefono cominciò a vibrare dentro lo zaino.

Lo tirai fuori.

Era mia madre.

Risposi subito.

«Mamma?»

Dall’altra parte sentii soltanto il suo respiro affannoso.

Poi la sua voce.

«Giulia, ascoltami bene. Non tornare a casa.»

Mi alzai di scatto.

«Perché?»

Sentii un rumore forte.

Come una porta che veniva colpita.

Mia madre abbassò la voce.

«C’è qualcuno dentro il nostro appartamento.»

La linea si interruppe.

Guardai Matteo.

Non dovetti spiegargli nulla.

Aveva già capito.

E per la prima volta da quando ero entrata nella Torre Greco, vidi nei suoi occhi qualcosa di ancora più forte della paura.

Furia.

«Macchine davanti all’ingresso», ordinò.

Poi guardò Andrea.

«Tu vieni con noi.»

Andrea annuì.

Matteo si voltò verso di me.

«Andiamo a prendere tua madre.»

Ma mentre correvamo verso l’uscita, Andrea mi afferrò delicatamente per una spalla.

«Giulia.»

Mi voltai.

Aveva il volto teso.

«Qualunque cosa vedrai nell’appartamento, non dire a nessuno dove hai trovato il portafoglio di Matteo.»

Lo fissai confusa.

«Perché?»

Andrea guardò il portafoglio ancora stretto nella mia mano.

«Perché non credo che Matteo lo abbia perso per caso.»

**Continua — premi sulla Parte 4 per continuare a leggere.**

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