L’auto nera si fermò davanti al palazzo.
Per un istante nessuno si mosse.
Poi Matteo afferrò il telefono.
«Chi della Greco Energia sa che siamo qui?»
Il suo assistente rispose immediatamente.
«Nessuno, signore. Almeno non ufficialmente.»
«Allora qualcuno ci ha seguiti.»
L’agente più anziano si avvicinò alla finestra senza farsi vedere dall’esterno.
Dal veicolo scesero due uomini.
Poi una donna.
Avrà avuto circa cinquant’anni, capelli castani raccolti perfettamente e un completo grigio scuro che sembrava costare più di tutto ciò che possedevamo io e mia madre.
Quando Matteo la vide, il suo viso cambiò.
Non paura.
Rabbia.
«Beatrice Valenti.»
Andrea si voltò di scatto.
«La figlia di Lorenzo?»
Matteo annuì.
«È nel consiglio di amministrazione di Greco Energia da nove anni.»
Andrea fece un passo indietro.
«Allora Giovanni aveva ragione.»
«Su cosa?»
«La rete non è mai scomparsa.»
La donna attraversò la strada e si fermò davanti al portone.
Uno degli uomini che l’accompagnavano suonò il campanello.
Matteo non rispose.
Pochi secondi dopo il suo cellulare squillò.
Sul display apparve un nome.
**Beatrice Valenti.**
Matteo attivò il vivavoce.
«Che cosa vuoi?»
La voce della donna era calma.
«Dobbiamo parlare.»
«Come hai saputo dove mi trovo?»
Una pausa.
«Matteo, tuo fratello è vivo.»
Nessuno nella stanza respirò.
Matteo guardò Andrea.
«Come fai a saperlo?»
«Perché ha contattato anche me.»
Andrea scosse immediatamente la testa.
«Sta mentendo.»
Beatrice doveva aver sentito qualcosa.
«C’è Andrea Rinaldi con te, vero?»
Andrea diventò pallido.
Matteo strinse il telefono.
«Come sai che è qui?»
«Perché Andrea è uno dei motivi per cui Giovanni è rimasto nascosto per dodici anni.»
Andrea avanzò.
«Non ascoltarla.»
«Perché?» chiese Beatrice. «Temi che gli dica cosa hai fatto?»
Matteo guardò Andrea.
Per la prima volta vidi un’ombra di dubbio attraversargli il volto.
Andrea lo capì.
«Giovanni mi affidò quei documenti. Questo è tutto.»
«No», disse Beatrice attraverso il telefono. «Giovanni gli affidò anche il compito di proteggere Elena.»
Mia madre sussultò.
Beatrice continuò.
«Eppure Elena ha vissuto dodici anni nella povertà mentre un trust da milioni di euro esisteva a nome di sua figlia.»
La frase mi colpì come uno schiaffo.
Guardai Andrea.
«Milioni?»
Lui abbassò gli occhi.
Mia madre si avvicinò a lui.
«Tu lo sapevi?»
«Non conoscevo il valore esatto.»
«Ma sapevi che esisteva.»
Andrea non rispose.
Mia madre lo spinse al petto.
«Io lavoravo di notte. Giulia mangiava pasta in bianco per giorni. Ho venduto la fede di mia madre per pagare il riscaldamento.»
«Elena—»
«E tu sapevi che mia figlia aveva qualcosa?»
Andrea chiuse gli occhi.
«Giovanni mi aveva proibito di toccare quel trust.»
«Perché?»
Andrea guardò me.
«Perché il denaro era l’esca.»
La stanza si fece silenziosa.
Matteo aggrottò la fronte.
«Spiegati.»
Andrea inspirò.
«Giovanni scoprì che qualcuno all’interno della Greco Energia stava trasferendo asset attraverso società immobiliari. Se avesse semplicemente lasciato denaro a Giulia, chi lo cercava avrebbe seguito il denaro fino a lei.»
Indicò il mio ciondolo.
«Il trust doveva restare inattivo.»
«Fino a quando?» chiese Matteo.
Andrea guardò il portafoglio.
«Fino a quando Giulia non avesse dimostrato, senza sapere di essere osservata, di poter ricevere ciò che Giovanni aveva lasciato senza diventare vulnerabile alla stessa avidità che aveva distrutto tutto.»
Mi sembrò assurdo.
«Quindi mio padre mi ha messo alla prova?»
Andrea non ebbe il tempo di rispondere.
Beatrice parlò di nuovo.
«Se volete conoscere la verità, portate la chiave alla centrale.»
Andrea si irrigidì.
«Non dirle niente.»
Matteo fissò il telefono.
«Come sai della chiave?»
Silenzio.
Poi Beatrice disse:
«Perché mio padre ha costruito il posto in cui deve essere usata.»
Andrea diventò bianco.
«Matteo, chiudi.»
Ma Matteo rimase immobile.
«Tuo padre lavorava con Giovanni?»
Beatrice rise senza allegria.
«Mio padre lavorava con tutti voi. È questo il punto.»
«Lorenzo era coinvolto nei trasferimenti illegali.»
«È ciò che Giovanni credeva.»
«E tu cosa credi?»
Per la prima volta la voce di Beatrice cambiò.
«Credo che mio padre sia morto perché aveva scoperto la stessa cosa che aveva scoperto Giovanni.»
Andrea scosse la testa.
«Sta cercando di portarci alla centrale.»
«Certo», rispose Beatrice. «Perché lì c’è ciò che tutti stanno cercando da dodici anni.»
Matteo guardò l’agente.
L’uomo fece un cenno molto leggero: continuare a farla parlare.
«Cosa c’è dentro?» domandò Matteo.
Beatrice rimase in silenzio qualche secondo.
«Il registro originale.»
Andrea si appoggiò alla parete.
Mia madre lo fissò.
«Che registro?»
Fu Andrea a rispondere.
«Un elenco dei trasferimenti. Società di comodo, proprietà, conti, firme.»
Matteo comprese prima di tutti.
«Prove.»
Andrea annuì.
«Se esiste ancora.»
Beatrice aggiunse:
«E anche il nome della persona che ordinò a Giovanni di sparire.»
Sentii un brivido salirmi lungo la schiena.
Matteo chiuse gli occhi.
«Perché dovrei fidarmi di te?»
«Non devi.»
La risposta arrivò immediatamente.
«Ma se aspetti troppo, qualcun altro arriverà prima.»
La chiamata terminò.
Dalla finestra vedemmo Beatrice risalire sull’auto.
Non tentò di entrare.
Non bussò di nuovo.
Se ne andò.
Questo mi spaventò più di qualsiasi minaccia.
«Sapeva che avevo la chiave», dissi.
Andrea guardò il ciondolo.
«Sì.»
«Come?»
Nessuno seppe rispondere.
Mia madre mi prese per mano.
«Giulia non va in quella centrale.»
Matteo annuì subito.
«Sono d’accordo.»
«Ma papà ha detto di andarci.»
Le parole mi uscirono prima che potessi fermarle.
Era la prima volta che chiamavo Giovanni in quel modo.
Papà.
Mia madre abbassò lo sguardo.
Matteo si inginocchiò davanti a me.
«Giulia, ascoltami. Essere coraggiosi non significa entrare volontariamente in un posto pericoloso.»
«E se lì c’è qualcosa che può aiutarlo?»
Matteo non rispose.
«È rimasto nascosto per dodici anni», continuai. «Se adesso è tornato, deve esserci un motivo.»
Andrea si avvicinò.
«C’è un modo per controllare la centrale senza portare Giulia.»
Prese il foglietto trovato nel portafoglio.
«Questi numeri non sono coordinate.»
Matteo lo guardò.
«Ne sei sicuro?»
Andrea prese carta e penna.
Divise la sequenza in gruppi.
Poi scrisse accanto a ciascuno una lettera.
Il volto gli cambiò.
«È un codice interno che Giovanni usava con me.»
«Cosa dice?»
Andrea terminò l’ultima lettera.
Sul foglio comparvero tre parole.
**ARCHIVIO B — 17.**
Matteo sollevò lo sguardo.
«La centrale aveva un archivio B?»
«Sì.»
«E diciassette?»
Andrea rimase in silenzio.
Poi fissò la mia collana.
«Potrebbe essere un armadietto.»
Decisero che saremmo andati tutti alla centrale, ma che io e mia madre saremmo rimaste in auto con due agenti mentre Matteo e Andrea entravano con la sicurezza.
Mezz’ora dopo lasciammo Milano.
Gli edifici diventarono più bassi.
Poi comparvero capannoni abbandonati e vecchie strutture industriali.
Infine vidi la centrale.
Era enorme.
Finestre rotte.
Muri scuri.
Un cancello arrugginito.
Ma qualcosa non tornava.
«Matteo.»
Indicai il terreno davanti all’ingresso.
Tutti guardarono.
Nel fango c’erano impronte fresche di pneumatici.
Qualcuno era arrivato prima di noi.
Gli uomini della sicurezza entrarono per primi.
Dopo alcuni minuti arrivò il messaggio.
«Edificio libero.»
Matteo e Andrea scesero.
Io rimasi con mia madre.
Passarono cinque minuti.
Poi dieci.
Infine il telefono di Matteo, che aveva lasciato collegato alla radio della sicurezza, trasmise una voce.
«Abbiamo trovato l’Archivio B.»
Sentii Andrea.
«Armadietto diciassette.»
Un rumore metallico.
Poi silenzio.
«È chiuso», disse Matteo.
Andrea rispose qualcosa che non capii.
Mia madre guardò il mio ciondolo.
Io feci lo stesso.
La vera chiave.
Un minuto dopo Matteo tornò all’auto.
«Giulia, abbiamo bisogno della chiave.»
Mia madre protestò.
«Tu la porti. Lei resta qui.»
Tolsi il ciondolo e lo consegnai a Matteo.
Lui rientrò.
Passarono altri due minuti.
Poi dalla radio arrivò il rumore di una serratura.
Uno scatto.
Andrea trattenne il fiato.
«Matteo…»
«Che cosa c’è?»
Un lungo silenzio.
Poi la voce di Matteo.
«Non ci sono documenti.»
Mia madre chiuse gli occhi.
Ma Andrea disse:
«Aspetta.»
Sentimmo carta muoversi.
«C’è una fotografia.»
«Di cosa?»
Ancora silenzio.
Quando Matteo parlò, la sua voce era cambiata.
«Di Giulia.»
Mi si gelò il sangue.
«Quando?»
Andrea rispose.
«È recente.»
Mia madre mi strinse la mano.
«Quanto recente?»
Matteo capovolse qualcosa.
«C’è scritto dietro.»
Sentimmo il suo respiro.
Poi lesse.
«Se Giulia è arrivata fin qui, significa che il piano ha funzionato.»
Una pausa.
«E adesso deve sapere perché Giovanni è scomparso.»
Poi Andrea pronunciò una frase che fece diventare mia madre completamente immobile.
«Matteo… qui sotto c’è una firma.»
«Di chi?»
Andrea inspirò lentamente.
«Elena Conti.»
Mi voltai verso mia madre.
Lei fissava la radio.
Il suo volto era diventato bianco.
E capii immediatamente che quella firma non era una sorpresa per lei.
**Continua — premi sulla Parte 7 per continuare a leggere.**







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