Divertimento

A otto anni restituii il portafoglio di un miliardario, ma quando vide il mio avviso di sfratto fece chiudere tutte le porte

Per diversi secondi nessuno riuscì a parlare.

Io continuavo a fissare la fotografia sul telefono dell’agente.

Giovanni Greco.

Mio padre.

L’uomo che avevo visto accanto a mia madre il giorno prima.

L’uomo che, secondo tutti, era morto da dodici anni.

Mia madre si appoggiò al tavolo.

«Non può essere.»

Andrea la guardò.

«Elena, tu eri lì. Hai parlato con lui.»


Lei scosse lentamente la testa.

«Pensavo fosse Carlo.»

Matteo si voltò di scatto.

«Pensavi che mio fratello fosse Carlo Lombardi?»

«Non l’ho visto da vicino per dodici anni.»

«Era l’uomo che amavi.»

«Ed era un uomo che credevo morto.»

La voce di mia madre si spezzò.

Io feci un passo verso di lei.

«Mamma, perché quell’uomo ti ha dato una busta?»


Lei si irrigidì.

Matteo se ne accorse immediatamente.

«Quale busta?»

Andrea mostrò la foto.

Mia madre chiuse gli occhi.

«Ieri, fuori dall’ospedale, mi ha fermata. Si è presentato come Carlo Lombardi.»

«E tu non l’hai riconosciuto?»

«Aveva la barba. Era più magro. Sembrava molto più vecchio.»

Matteo indicò la fotografia.

«Ma era Giovanni.»


«Non lo sapevo.»

«Che cosa c’era nella busta?»

Mia madre esitò.

Poi andò verso la cucina e aprì un cassetto.

Era vuoto.

La vidi impallidire.

«Era qui.»

Andrea si avvicinò.

«L’hanno presa.»

«Che cosa conteneva?» chiese Matteo.


Mia madre deglutì.

«Una lettera.»

«Scritta da chi?»

«Non lo so. Non l’ho letta tutta.»

Matteo la fissò incredulo.

«Un uomo che assomiglia a mio fratello morto ti consegna una lettera dopo dodici anni e tu non la leggi?»

«Avevo un turno di dodici ore.»

La sua voce divenne dura.

«E avevo imparato molto tempo fa che qualunque cosa fosse collegata alla famiglia Greco portava guai.»

Matteo sembrò voler ribattere.


Ma non lo fece.

«Ricordi almeno qualcosa?»

Mia madre si portò una mano alla fronte.

«C’erano poche righe.»

«Quali?»

Lei chiuse gli occhi.

«Diceva: “Non fidarti dell’avviso. Non firmare nulla. Se Giulia trova qualcosa che non dovrebbe trovare, portala da Matteo.”»

Mi si gelò il sangue.

Andrea si voltò lentamente verso di me.

Matteo fece lo stesso.


Guardai il portafoglio.

«Qualcosa che non dovrebbe trovare.»

Nessuno ebbe bisogno di spiegare.

Andrea allungò una mano.

«Giulia, posso vedere il portafoglio?»

Esitai.

Poi glielo consegnai.

Andrea lo svuotò lentamente sul tavolo.

Le banconote.

Le carte.


Il biglietto da visita nero.

Una fotografia vecchia e piegata.

Matteo la prese.

Sul retro c’era una data di tredici anni prima.

Davanti c’erano tre persone.

Riconobbi Matteo, molto più giovane.

Accanto a lui c’era Giovanni.

E dall’altra parte un uomo elegante che non avevo mai visto.

Andrea lo riconobbe subito.

«Lorenzo Valenti.»


Matteo alzò gli occhi.

«Impossibile.»

«Chi è?» chiesi.

Matteo non rispose immediatamente.

«Era il direttore finanziario di Greco Energia.»

Andrea completò la frase.

«Ed è morto nello stesso anno in cui Giovanni è scomparso.»

L’agente più anziano si avvicinò.

«Coincidenza?»

Andrea scosse la testa.


«Giovanni sospettava proprio di Valenti.»

Matteo girò la foto.

«Perché questa era nel mio portafoglio?»

Andrea lo fissò.

«Dimmelo tu.»

«Non l’ho mai vista prima.»

Il silenzio tornò pesante.

Matteo rovesciò il portafoglio.

Niente.

Poi io notai qualcosa.


Una cucitura interna era leggermente sollevata.

«Aspettate.»

Presi il portafoglio.

Con l’unghia tirai piano il bordo.

La pelle si separò.

Dentro c’era una striscia di carta sottilissima.

Matteo trattenne il respiro.

Andrea la estrasse con attenzione.

C’erano soltanto una sequenza di numeri e una parola.

**Centrale.**

Andrea sbiancò.

«Oh Dio.»

Matteo lo afferrò per il polso.

«Che significa?»

Andrea guardò mia madre.

«Giovanni aveva un posto dove nascondeva copie dei documenti.»

«Dove?»

«Una vecchia centrale elettrica fuori Milano, dismessa anni fa.»

Matteo prese il foglietto.

«E questi numeri?»

«Potrebbero essere coordinate. O una combinazione.»

L’agente intervenne.

«Nessuno va da nessuna parte finché non capiamo chi è entrato qui.»

Andrea annuì.

«Giusto.»

Poi guardò la finestra.

«Ma se chi è entrato cercava la chiave e la lettera, significa che sa già abbastanza.»

«Abbastanza per cosa?» domandai.

Nessuno rispose.

Fu allora che il cellulare di mia madre squillò.

Numero sconosciuto.

Tutti si immobilizzarono.

Matteo fece cenno di mettere il vivavoce.

Mia madre rispose.

«Pronto?»

Silenzio.

Poi una voce maschile.

Bassa.

Stanca.

«Elena.»

Mia madre smise di respirare.

Io sentii immediatamente qualcosa nello stomaco.

Avevo già sentito quella voce.

Non sapevo dove.

Ma la conoscevo.

«Chi sei?» chiese mia madre.

L’uomo rimase in silenzio per alcuni secondi.

Poi disse:

«Dimmi che Giulia è con Matteo.»

Mia madre guardò me.

Matteo si avvicinò al telefono.

«Giovanni?»

Un lungo silenzio.

Poi un respiro.

«Matteo.»

Le gambe di mio zio cedettero quasi.

«Sei vivo.»

«Non abbiamo tempo.»

«Dodici anni, Giovanni.»

«Lo so.»

«Dodici anni!»

«Ascoltami.»

Matteo stringeva il telefono così forte che le nocche erano diventate bianche.

«Dove sei?»

«Non posso dirtelo.»

«Perché?»

«Perché stanno ascoltando.»

L’agente fece segno a tutti di tacere.

«Chi?» chiese Matteo.

La risposta arrivò immediatamente.

«Le stesse persone che hanno fatto sembrare che fossi morto.»

Un brivido attraversò la stanza.

Giovanni continuò.

«Il portafoglio non è stato perso.»

Andrea chiuse gli occhi.

Io sentii il cuore martellare.

Matteo guardò me.

«Chi l’ha messo lì?»

Dall’altra parte, Giovanni inspirò lentamente.

«Io.»

Mi si fermò il respiro.

«Perché?» chiese Matteo.

«Perché avevo bisogno di sapere una cosa.»

«Quale?»

Ci fu una pausa.

Poi la voce di mio padre diventò più morbida.

«Se mia figlia fosse diventata la persona che Elena aveva promesso di crescere.»

Mia madre cominciò a piangere.

Io non riuscivo a muovermi.

Giovanni continuò.

«Se Giulia avesse preso quei soldi, non sarebbe successo nulla.»

Guardai le banconote sul tavolo.

«Ma li ha restituiti», disse Matteo.

«Lo so.»

La voce di Giovanni tremò.

«E nel momento in cui lo ha fatto, ha attivato qualcosa che ho preparato dodici anni fa.»

Andrea spalancò gli occhi.

«Il trust.»

«Non soltanto il trust.»

Matteo si irrigidì.

«Che altro?»

Ci fu un rumore improvviso dall’altra parte della linea.

Una porta.

Poi passi.

Giovanni abbassò la voce.

«Matteo, porta Giulia lontano dall’appartamento.»

«Dove?»

«Alla centrale.»

Andrea fece un passo avanti.

«Giovanni, la chiave è sparita.»

Silenzio.

Poi mio padre disse qualcosa che ci lasciò tutti immobili.

«No.»

Andrea guardò il foro vuoto dietro la mensola.

«L’hanno presa.»

«Quella nel muro era falsa.»

Mia madre spalancò gli occhi.

«Cosa?»

«La vera chiave non è mai stata in quell’appartamento.»

«Allora dov’è?»

Giovanni respirò lentamente.

«Giulia ce l’ha da quando aveva quattro anni.»

Abbassai lo sguardo su di me.

«Io?»

«Elena», disse Giovanni, «guardale il ciondolo.»

Mia madre impallidì.

Istintivamente portai una mano alla piccola medaglietta che portavo al collo da anni.

Quella che mia madre mi aveva sempre detto essere appartenuta a mia nonna.

Matteo la fissò.

Andrea si avvicinò.

Io aprii lentamente il piccolo ciondolo.

Dentro non c’era una fotografia.

C’era una minuscola chiave d’acciaio.

Prima che qualcuno potesse dire qualcosa, dall’altra parte del telefono sentimmo un colpo violento.

Poi Giovanni gridò:

«Non fidatevi di nessuno della Greco Energia!»

La linea cadde.

E proprio in quel momento Matteo sollevò lentamente gli occhi.

Perché fuori dalla finestra, sul marciapiede di fronte al nostro palazzo, era appena arrivata un’auto nera.

Sulla portiera brillava il logo argentato di Greco Energia S.p.A.

**Continua — premi sulla Parte 6 per continuare a leggere.**

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