Rimasi a fissare la fotografia sul telefono.
Matteo, dodici anni prima.
L’auto di Giovanni.
La notte della sua scomparsa.
Sollevai lentamente gli occhi verso mio zio.
«Eri lì.»
Matteo non cercò di negarlo.
«Sì.»
Mia madre fece un passo indietro.
«Non me l’hai mai detto.»
«Perché non sapevo che quella fosse l’ultima notte in cui avrei visto mio fratello.»
Andrea lo fissò.
«Che cosa successe?»
Matteo guardò la vecchia fotografia.
«Giovanni mi chiamò. Disse che aveva bisogno di parlarmi da solo. Quando arrivai, era terrorizzato. Mi accusò di aver firmato autorizzazioni per alcune società che non avevo mai sentito nominare.»
«E tu?»
«Pensai che stesse perdendo il controllo.»
Abbassò lo sguardo.
«Litigammo.»
Mia madre serrò le labbra.
«Quanto violentemente?»
«Abbastanza da farmene vergognare ancora oggi.»
Io trattenni il respiro.
Matteo continuò.
«Giovanni mi mostrò copie di firme che sembravano mie. Gli dissi che erano false. Lui rispose che avrebbe scoperto chi le aveva create.»
«Poi?» chiesi.
«Se ne andò.»
«E tu?»
«Lo seguii per qualche chilometro. Poi lo persi.»
Andrea scosse lentamente la testa.
«Questa foto può essere usata per farti sembrare responsabile.»
«È esattamente ciò che qualcuno vuole.»
Matteo guardò il messaggio sul mio telefono.
«Giulia, chiunque ti abbia scritto sta cercando di separarci.»
«Oppure sta cercando di avvertirmi.»
Lui non si offese.
«È possibile.»
Quella risposta mi sorprese.
«Ma finché non sappiamo chi manda questi messaggi, non devi credere a nessuno. Nemmeno a me.»
Mia madre mi prese per mano.
Partimmo verso la vecchia sede.
Questa volta nessuno parlava.
La strada sembrava diventare sempre più stretta mentre lasciavamo alle spalle la città.
Quando arrivammo, vidi un edificio basso di mattoni rossi, circondato da una recinzione corrosa.
Mia madre lo riconobbe immediatamente.
«È qui.»
La sua voce tremava.
«Qui ho conosciuto Giovanni.»
Davanti all’ingresso c’era l’auto della fotografia inviata da Beatrice.
Vuota.
Matteo ordinò agli uomini della sicurezza di circondare l’edificio.
Due agenti chiamarono rinforzi.
«Giulia resta in macchina», disse mia madre.
Questa volta non protestai.
Avevo paura.
Matteo, Andrea e gli agenti entrarono.
Mia madre rimase con me.
Passarono forse tre minuti.
Poi udimmo un colpo.
Mia madre mi strinse contro di sé.
Un altro rumore.
Una voce.
Poi il silenzio.
La radio gracchiò.
«Abbiamo trovato qualcuno.»
Era Matteo.
«Giovanni?»
Nessuna risposta immediata.
Poi:
«Sì.»
Mia madre aprì la portiera prima ancora che riuscissi a fermarla.
Corremmo dentro.
«Mamma!»
Il corridoio puzzava di muffa e metallo.
Seguimmo le voci fino a una vecchia sala riunioni.
E lì lo vidi.
L’uomo della fotografia.
L’uomo della telefonata.
Mio padre.
Era seduto contro una parete, con i polsi legati davanti al corpo.
Vivo.
Quando mi vide, i suoi occhi si riempirono di lacrime.
«Giulia.»
Non sapevo cosa fare.
Non sapevo se correre verso di lui o restare immobile.
Alla fine fu mia madre a muoversi.
«Giovanni.»
Lui la guardò.
Dodici anni sembrarono passare tra loro in un solo secondo.
«Elena.»
Lei gli diede uno schiaffo.
Poi lo abbracciò.
Giovanni chiuse gli occhi.
«Me lo meritavo.»
Io rimasi vicino alla porta.
Lui mi guardò di nuovo.
«Posso avvicinarmi?»
Annuii.
Giovanni si inginocchiò davanti a me.
Sembrava voler dire mille cose.
Alla fine disse soltanto:
«Mi dispiace.»
«Per dodici anni?»
La mia voce uscì più dura di quanto volessi.
Lui abbassò gli occhi.
«Ogni giorno.»
Matteo intervenne.
«Dov’è Davide?»
Giovanni si alzò.
«È scappato dal retro quando vi ha sentiti arrivare.»
«Perché ti ha portato qui?»
«Voleva il registro.»
Andrea lo fissò.
«Il registro originale esiste davvero?»
Giovanni annuì.
«Ma non era nella centrale.»
Matteo strinse la mascella.
«Allora dove si trova?»
Giovanni guardò me.
«Al sicuro.»
Matteo perse la pazienza.
«Basta enigmi.»
Giovanni si voltò verso di lui.
«Gli enigmi mi hanno tenuto vivo.»
«E hanno lasciato tua figlia nella miseria.»
Quelle parole colpirono Giovanni.
«Lo so.»
«No. Non lo sai.»
Matteo avanzò.
«Elena lavorava fino a crollare. Giulia stava per essere sfrattata. E tu eri vivo.»
Giovanni non si difese.
«Se avessi fatto anche un solo trasferimento dal trust, li avrei portati direttamente da loro.»
«Chi sono loro?»
Giovanni respirò profondamente.
«Lorenzo Valenti non lavorava da solo.»
Andrea si irrigidì.
«Lo sapevamo.»
«No.»
Giovanni guardò Matteo.
«Lorenzo non era il capo.»
Silenzio.
«Chi lo era?»
Prima che rispondesse, sentimmo una voce alle nostre spalle.
«Era ora che smettessi di proteggerlo.»
Beatrice.
Era sulla soglia.
Due agenti alzarono immediatamente le mani.
«Ferma.»
Lei obbedì.
«Non sono venuta a combattere.»
Giovanni la fissò.
«Come ci hai trovati?»
«Seguendo Davide.»
Il volto di Giovanni cambiò.
«Dov’è?»
«È questo il problema.»
Beatrice tirò fuori lentamente il telefono e lo appoggiò a terra.
Sul display c’era un video in pausa.
«Mio fratello mi ha mandato questo cinque minuti fa.»
Matteo raccolse il telefono.
Premette play.
Davide apparve sullo schermo.
Alle sue spalle riconobbi il marmo lucido della Torre Greco.
«Matteo», diceva, «se stai guardando questo video, Giovanni ti ha già raccontato abbastanza da renderti pericoloso.»
Poi sorrise.
«Ma non abbastanza.»
La telecamera si spostò.
Mostrò una porta aperta.
L’ufficio di Matteo.
E qualcuno stava svuotando una cassaforte.
Giovanni imprecò.
«Il registro.»
Matteo lo fissò.
«Hai detto che era al sicuro.»
«Lo era.»
«Nella mia cassaforte?»
Giovanni annuì.
Matteo rimase senza parole.
«Come ci è arrivato?»
«Dodici anni fa.»
Andrea sembrò finalmente capire.
«Il portafoglio.»
Giovanni guardò me.
«Non serviva soltanto a mettere alla prova Giulia.»
Prese fiato.
«Doveva riportare Matteo sulla pista giusta nel momento esatto in cui Davide avesse mosso il primo passo.»
Beatrice scosse la testa.
«Troppo tardi.»
Sul video, Davide sollevò una cartella nera.
Poi guardò direttamente nella telecamera.
«Se volete sapere chi ha davvero ordinato la scomparsa di Giovanni Greco, venite a prendervela.»
Il video finì.
Matteo chiamò immediatamente la Torre.
Nessuno rispose.
Una seconda chiamata.
Niente.
Poi il suo assistente rispose finalmente, con il fiato corto.
«Signor Greco…»
«Davide è ancora lì?»
Silenzio.
«No.»
«Il registro?»
«Sparito.»
Giovanni chiuse gli occhi.
«Allora siamo finiti.»
Ma l’assistente aggiunse:
«C’è un’altra cosa.»
Matteo si irrigidì.
«Cosa?»
«Davide ha dimenticato una pagina.»
Giovanni spalancò gli occhi.
«Fotografala. Adesso.»
Il telefono di Matteo vibrò pochi secondi dopo.
Aprì l’immagine.
Io ero troppo lontana per leggere.
Ma vidi il volto di Matteo svuotarsi.
Beatrice si avvicinò.
Andrea trattenne il respiro.
«Che nome c’è?»
Matteo non riusciva a parlare.
Giovanni gli strappò quasi il telefono dalle mani.
Lesse.
Poi alzò lentamente lo sguardo verso mio zio.
«Adesso capisci perché non potevo tornare.»
Matteo deglutì.
«Quella persona è morta.»
Giovanni scosse la testa.
«No.»
Mi avvicinai.
«Chi è?»
Matteo girò lentamente il telefono verso di me.
In cima alla pagina c’era una firma.
Una firma che portava il cognome Greco.
E sotto, una data di appena tre giorni prima.
**Continua — premi sulla Parte 9 per continuare a leggere.**







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