Divertimento

A otto anni restituii il portafoglio di un miliardario, ma quando vide il mio avviso di sfratto fece chiudere tutte le porte

Il tragitto verso Via Aldrighi durò meno di quindici minuti, ma a me sembrò un’ora.

Ero seduta sul sedile posteriore dell’auto di Matteo, con il portafoglio ancora stretto tra le mani.

Continuavo a sentire la voce di Andrea.

Non credo che Matteo lo abbia perso per caso.

Guardai Matteo attraverso lo specchietto.

Il suo viso era duro, concentrato sulla strada davanti a noi.

«Signor Greco?»

«Sì?»

«Dove ha perso il portafoglio?»

Le sue mani si irrigidirono appena sul bracciolo.


«Vicino a Via Aldrighi.»

Andrea, seduto accanto a me, sollevò lentamente gli occhi.

«Quanto vicino?»

Matteo si voltò verso di lui.

«A due isolati dalla fermata dell’autobus.»

Sentii lo stomaco stringersi.

«Quella dove l’ho trovato?»

«Probabilmente.»

Andrea non disse nulla.

Ma il modo in cui guardò Matteo mi fece capire che quella risposta non gli piaceva.


Appena arrivammo, due auto della sicurezza si fermarono dietro di noi.

Il portone del nostro palazzo era aperto.

Troppo aperto.

Una delle serrature era stata spezzata.

Corsi verso l’ingresso.

«Mamma!»

Matteo mi afferrò prima che potessi entrare.

«Aspetta.»

Due uomini della sicurezza salirono per primi.

Pochi secondi dopo sentimmo una voce alla radio.


«Appartamento trovato. Porta forzata. Nessun aggressore visibile.»

Non aspettai altro.

Mi liberai dalla presa di Matteo e corsi su per le scale.

La porta del nostro appartamento era spalancata.

Dentro sembrava fosse passato un tornado.

I cassetti erano stati rovesciati.

I vestiti di mia madre erano sparsi sul pavimento.

La vecchia scatola dove tenevamo le fotografie era aperta sul tavolo.

«Mamma!»

«Giulia!»


La sua voce arrivò dalla cucina.

Corsi da lei.

Era rannicchiata vicino al lavello, pallida, ma non sembrava ferita.

Mi gettai tra le sue braccia.

«Stai bene?»

«Sì.»

Mi strinse così forte che quasi non riuscivo a respirare.

Poi vide Matteo.

Tutto il suo corpo si bloccò.

Non fu sorpresa.


Fu terrore.

Matteo si fermò sulla soglia.

«Elena.»

Mia madre mi tirò dietro di sé.

«Portala fuori.»

Matteo sembrò colpito.

«Elena, io—»

«Ho detto portala fuori.»

Andrea entrò un attimo dopo.

Mia madre lo vide.


E diventò ancora più pallida.

«Tu.»

Andrea abbassò lo sguardo.

«Mi dispiace.»

«Dovevi stare lontano.»

Non capivo niente.

«Mamma, tu lo conosci?»

Lei chiuse gli occhi.

«Sì.»

Matteo fece un passo avanti.


«Anche me conosci.»

Mia madre lo guardò.

«So chi sei.»

«E conoscevi Giovanni.»

Quella volta lei non rispose.

Non serviva.

Il silenzio disse tutto.

Matteo si passò una mano sul volto.

«Giulia è sua figlia?»

Mia madre mi strinse il polso.


«Non qui.»

Andrea guardò intorno all’appartamento devastato.

«Sono venuti per qualcosa.»

Mia madre annuì.

«Lo so.»

Matteo la fissò.

«Che cosa cercavano?»

Lei esitò.

Poi si avvicinò alla parete accanto al frigorifero.

C’era una vecchia mensola di legno che non avevo mai visto spostare.


Mia madre la sollevò.

Dietro c’era un piccolo foro rettangolare nel muro.

Vuoto.

Le sue gambe quasi cedettero.

«No.»

Andrea corse verso di lei.

«Cosa c’era lì?»

Mia madre si voltò.

«Una chiave.»

«Di cosa?»


«Non lo so.»

Matteo sembrò perdere la pazienza.

«Elena, mio fratello è scomparso dodici anni fa. Mia nipote viveva in un edificio intestato a lui senza che io sapessi nulla. Ora qualcuno entra qui cercando documenti e tu mi dici che tenevi una chiave nascosta nel muro.»

La parola nipote mi colpì più di tutto il resto.

Mia madre chiuse gli occhi per un istante.

«Giovanni mi diede quella chiave la notte prima di sparire.»

Matteo diventò immobile.

«Che cosa disse?»

«Che se qualcuno fosse mai venuto a reclamare l’appartamento, dovevo prendere Giulia e sparire.»

La stanza sembrò improvvisamente troppo piccola.

«Perché non mi hai mai detto chi era mio padre?» chiesi.

Mia madre si voltò verso di me.

Aveva gli occhi pieni di lacrime.

«Perché pensavo di proteggerti.»

«Da chi?»

Lei guardò Matteo.

Poi Andrea.

«Da qualcuno della famiglia Greco.»

Matteo indietreggiò come se l’avesse colpito.

«Stai dicendo che qualcuno della mia famiglia ha fatto sparire Giovanni?»

«Sto dicendo che Giovanni ne era convinto.»

Prima che Matteo potesse rispondere, uno degli uomini della sicurezza entrò dalla camera da letto con un piccolo sacchetto trasparente.

«Abbiamo trovato questo sotto il letto.»

Dentro c’era un bottone nero.

Matteo lo osservò.

Andrea lo prese senza toccarlo direttamente.

Sul retro era inciso un minuscolo simbolo argentato.

Tre lettere.

**LGM.**

Andrea alzò lentamente lo sguardo.

«Lombardi Gestione Immobiliare.»

Mia madre si portò una mano alla bocca.

«Sono stati loro.»

«Non necessariamente», disse Matteo. «Potrebbe essere stato lasciato apposta.»

In quel momento sentimmo bussare alla porta.

Tutti si immobilizzarono.

Uno degli uomini della sicurezza guardò dallo spioncino.

«Polizia.»

Matteo fece cenno di aprire.

Due agenti entrarono.

Quello più anziano mostrò il distintivo.

«Abbiamo ricevuto una segnalazione per effrazione.»

Mia madre annuì.

«Sono entrati nel mio appartamento.»

L’agente guardò il disordine.

Poi me.

Poi Matteo.

«Chi è il proprietario dell’immobile?»

Matteo e mia madre si scambiarono uno sguardo.

«Tecnicamente», disse Matteo, «la beneficiaria dovrebbe essere questa bambina.»

L’agente aggrottò la fronte.

«Una bambina di otto anni?»

Prima che qualcuno rispondesse, il secondo agente si avvicinò.

«Signore.»

Gli mostrò il telefono.

«C’è un problema.»

Sul display c’era una fotografia segnaletica.

Riconobbi immediatamente l’uomo.

Quello che ieri aveva consegnato una busta a mia madre.

Il primo agente lesse il nome.

«Carlo Lombardi.»

Andrea sbiancò.

Matteo strinse gli occhi.

«È il proprietario della società?»

L’agente scosse la testa.

«Lo era.»

«Era?»

«È morto undici anni fa.»

Nessuno parlò.

Guardai mia madre.

«Ma io l’ho visto nella foto.»

Andrea tirò fuori il telefono e aprì di nuovo l’immagine.

L’agente fissò lo schermo.

Poi fece qualcosa che mi fece venire la pelle d’oca.

Si tolse lentamente gli occhiali.

«Questa foto quando è stata scattata?»

«Ieri.»

L’agente fece zoom sul volto dell’uomo.

«Allora abbiamo un problema molto più grande.»

Matteo lo fissò.

«Quale?»

L’agente sollevò il telefono.

«Perché quest’uomo non è Carlo Lombardi.»

Fece scorrere una seconda fotografia.

Stesso volto.

Stessi occhi.

Ma sotto c’era un altro nome.

**Giovanni Greco.**

Mi mancò il respiro.

Matteo si aggrappò al tavolo.

Mia madre emise un piccolo suono soffocato.

E io finalmente capii perché, nella foto, quell’uomo mi era sembrato stranamente familiare.

Aveva i miei stessi occhi.

**Continua — premi sulla Parte 5 per continuare a leggere.**

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