Mia madre non disse nulla.
Non provò nemmeno a negare.
Continuava a fissare la radio come se, dall’altra parte, qualcuno avesse appena aperto una porta che lei aveva tenuto chiusa per dodici anni.
«Mamma?»
La sua mano strinse la mia.
«Giulia, ci sono cose che avrei voluto non raccontarti mai.»
«Hai firmato quella fotografia?»
«Non la fotografia.»
La sua voce era quasi un sussurro.
«Ho firmato ciò che c’era prima.»
Matteo tornò dall’edificio pochi minuti dopo con Andrea.
Aveva la foto in mano.
Sul retro, sotto la frase scritta a penna, c’era davvero la firma di mia madre.
Ma accanto compariva anche una data.
Dodici anni prima.
Matteo gliela mostrò.
«Spiegami.»
Mia madre chiuse gli occhi.
«Quella firma appartiene a un accordo che Giovanni mi fece sottoscrivere.»
Andrea rimase immobile.
Io guardai mia madre.
«Quale accordo?»
Lei inspirò profondamente.
«Un piano di emergenza.»
Matteo irrigidì la mascella.
«Per la sua scomparsa?»
Mia madre annuì.
Mi sembrò che il terreno sotto i miei piedi sparisse.
«Tu sapevi che sarebbe sparito?»
«Sapevo che sarebbe dovuto scomparire per pochi giorni.»
Le lacrime cominciarono a scenderle sul viso.
«Non per dodici anni.»
Nessuno parlò.
Mia madre mi fece sedere sul sedile dell’auto.
Poi raccontò.
Tredici anni prima aveva conosciuto Giovanni mentre lavorava in una mensa aziendale vicino a una sede secondaria di Greco Energia.
Lui non le aveva detto subito chi fosse.
Per settimane era stato soltanto Giovanni.
Un uomo che arrivava tardi, ordinava sempre lo stesso caffè e le lasciava libri sul bancone perché aveva scoperto che lei amava leggere durante le pause.
Quando seppe di essere incinta, Giovanni le promise che avrebbe sistemato ogni cosa.
Poi cambiò.
Cominciò a guardarsi alle spalle.
A cambiare automobile.
A non usare più il telefono.
«Mi disse che qualcuno all’interno dell’azienda stava rubando», raccontò mia madre. «Ma non soltanto denaro. Stavano spostando proprietà, falsificando firme, creando società che esistevano solo sulla carta.»
Matteo guardò Andrea.
«Le stesse società del registro.»
«Sì», disse mia madre.
«Perché non venne da me?»
Lei lo fissò.
«Perché non sapeva di chi fidarsi.»
Matteo sembrò ferito.
«Nemmeno di suo fratello?»
«Soprattutto non di suo fratello.»
Il silenzio diventò pesante.
Matteo fece un passo indietro.
«Perché?»
Mia madre esitò.
«Perché alcune autorizzazioni portavano il tuo nome.»
Matteo sbiancò.
«Io non ho mai autorizzato nulla.»
«Giovanni pensava che le firme fossero false.»
«Pensava?»
«Non riuscì a dimostrarlo prima di sparire.»
Andrea intervenne.
«È per questo che cercava gli originali.»
Matteo si voltò verso di lui.
«E tu sapevi tutto questo.»
«Una parte.»
«Continui a dire una parte.»
La voce di Matteo diventò dura.
«Quante altre parti ci stai nascondendo?»
Andrea non rispose.
Mia madre continuò.
«Giovanni mi disse che avrebbe simulato una fuga. Tre giorni, forse una settimana. Io dovevo comportarmi come se non sapessi nulla. Se qualcuno mi avesse interrogata, avrei dovuto dire che mi aveva abbandonata.»
«E hai firmato?» chiesi.
«Sì.»
Mi guardò.
«Perché aveva ricevuto una fotografia di te.»
Sentii il sangue gelarsi.
«Di me?»
«Avevi pochi mesi.»
La sua voce tremò.
«Qualcuno aveva fotografato la finestra della stanza dove dormivi. Sul retro c’era scritto: “Smetti di cercare.”»
Matteo chiuse gli occhi.
Mia madre mi prese il viso tra le mani.
«Quando sei madre, Giulia, non pensi più a cosa sia giusto per te. Pensi soltanto a tenere vivo tuo figlio.»
Non riuscivo a risponderle.
«Giovanni preparò il trust, l’appartamento e quel piano. Disse che se fosse successo qualcosa, io non dovevo cercare il denaro. Dovevo vivere normalmente e tenerti lontana dai Greco.»
«Ma lui non tornò.»
«No.»
«E tu pensavi fosse morto.»
Lei annuì.
«Dopo settimane senza notizie, Andrea mi disse che dovevo smettere di aspettarlo.»
Mi voltai verso Andrea.
«Tu lo sapevi vivo.»
Lui abbassò lo sguardo.
«All’inizio sì.»
Mia madre si alzò di scatto.
«Cosa hai detto?»
Andrea sembrò capire troppo tardi ciò che aveva ammesso.
Matteo gli si avvicinò.
«All’inizio quanto?»
Andrea respirò lentamente.
«Sei mesi.»
Mia madre lo schiaffeggiò.
Il suono secco rimbalzò contro i muri della centrale.
«Sei mesi?»
Andrea non reagì.
«Mi hai guardata piangere davanti a te.»
«Giovanni mi aveva dato ordini precisi.»
«Io credevo fosse morto!»
«Se ti avessi detto che era vivo, avresti cercato di raggiungerlo.»
«Certo che l’avrei fatto!»
«Ed è proprio ciò che temeva.»
Mia madre rimase senza parole.
Andrea guardò me.
«Dopo sei mesi smise di contattarmi.»
Matteo lo fissò.
«E tu non hai mai provato a trovarlo?»
«Per anni.»
«Senza dire niente a nessuno.»
Andrea annuì.
«Perché ogni volta che mi avvicinavo a qualcosa, qualcuno lo sapeva prima di me.»
Quella frase fece cambiare espressione a Matteo.
«Qualcuno dentro l’azienda.»
«Sì.»
«Qualcuno con accesso ai sistemi interni.»
«Sì.»
Matteo tirò fuori il telefono.
«Allora scopriamo chi.»
Chiamò il responsabile informatico di Greco Energia e ordinò un controllo immediato degli accessi ai vecchi archivi societari, al fascicolo di Via Aldrighi e ai documenti relativi a Giovanni.
Mentre parlava, io osservai la fotografia.
Qualcosa mi infastidiva.
La presi dalle mani di Andrea.
Era una foto di me mentre uscivo da scuola.
Recente.
Forse di una settimana prima.
«Mamma.»
Lei si chinò.
«Guarda dietro di me.»
Nella foto, oltre il cancello della scuola, si vedeva il riflesso di un’automobile.
Ingrandimmo l’immagine sul telefono.
Sul parabrezza c’era un piccolo pass per parcheggi aziendali.
Greco Energia.
Matteo terminò la chiamata.
«Quindi qualcuno dell’azienda seguiva Giulia.»
Andrea osservò meglio la fotografia.
Poi indicò un numero stampato sul pass.
«Possiamo identificare l’auto.»
Matteo fotografò il dettaglio e lo inviò.
La risposta arrivò dopo meno di due minuti.
Quando lesse il messaggio, il suo viso diventò inespressivo.
«A chi appartiene?» domandò mia madre.
Matteo non rispose.
«Matteo.»
Lui alzò lentamente lo sguardo verso Andrea.
«Non appartiene a Beatrice.»
Andrea si irrigidì.
«A chi allora?»
Matteo girò il telefono verso di noi.
Il veicolo risultava assegnato all’ufficio legale centrale di Greco Energia.
Lo stesso ufficio che aveva recuperato, in pochi minuti, i registri sull’edificio di Via Aldrighi quando io ero arrivata alla Torre Greco.
Sentii un brivido.
«L’avvocato nell’atrio.»
Matteo mi guardò.
Avevo ricordato prima di lui.
L’uomo con il tablet.
Quello che aveva annunciato che Giovanni possedeva l’edificio.
Quello che aveva mostrato a Matteo il trust.
Matteo chiamò immediatamente la Torre.
Nessuna risposta.
Chiamò il suo assistente.
«Dov’è l’avvocato che ha controllato Via Aldrighi questa mattina?»
La risposta arrivò abbastanza forte da sentirla tutti.
«Se n’è andato circa quaranta minuti fa, signore.»
«Con cosa?»
Pausa.
«Ha chiesto accesso all’archivio storico prima di uscire.»
Matteo strinse il telefono.
«Che cosa ha aperto?»
Altra pausa.
Poi la voce dell’assistente diventò tesa.
«Il fascicolo personale di Giovanni Greco.»
Andrea impallidì.
Matteo domandò:
«Nome completo.»
Questa volta persino mia madre trattenne il respiro.
«Davide Valenti.»
Andrea mi strappò quasi la fotografia dalle mani.
«Valenti?»
Matteo annuì lentamente.
«Il figlio di Lorenzo.»
Tutti pensammo immediatamente alla stessa persona.
Beatrice.
Matteo prese il telefono e cercò il suo numero.
Ma prima che potesse chiamarla, ricevette un messaggio.
Era proprio da lei.
Una sola fotografia.
Mostrava Davide Valenti seduto al volante di un’auto.
Accanto a lui, sul sedile del passeggero, c’era un uomo con la barba.
Giovanni.
Mio padre.
Sotto, Beatrice aveva scritto soltanto:
**“Ora sai perché sono venuta da te. Mio fratello lo ha trovato prima di noi.”**
Poi arrivò un secondo messaggio.
**“E non lo sta portando alla Torre Greco.”**
Matteo digitò immediatamente:
**Dove?**
I tre puntini apparvero.
Scomparvero.
Poi comparve una risposta.
**“Nel posto dove tutto è cominciato dodici anni fa.”**
Andrea alzò lentamente gli occhi.
«La sede vecchia.»
Matteo lo fissò.
«Quale sede?»
Andrea guardò mia madre.
Lei aveva già capito.
«Quella dove conobbi Giovanni.»
Matteo si voltò verso gli uomini della sicurezza.
«Partiamo.»
Ma prima che qualcuno si muovesse, il mio telefono emise un suono.
Un messaggio da un numero sconosciuto.
C’era soltanto una frase.
**Giulia, se vuoi sapere perché tuo padre non è tornato da te, non lasciare che Matteo arrivi per primo.**
Sotto la frase c’era una foto.
Matteo, dodici anni prima.
In piedi accanto all’auto di Giovanni.
Scattata la notte in cui mio padre era scomparso.
**Continua — premi sulla Parte 8 per continuare a leggere.**







No comments yet