Il segnale elettronico all’interno del Box 17 cominciò ad accelerare, sempre più rapido e acuto, come un battito cardiaco lanciato verso una catastrofe.
L’agente della Polizia di Stato mi afferrò il polso prima che potessi infilare la chiave d’ottone nella serratura.
«Aspetti.»
Estrasse da sotto il cappotto un piccolo scanner e lo passò lungo la porta metallica. Una luce rossa lampeggiò.
«È una bomba?» chiesi.
«No», rispose. «È una serratura con conto alla rovescia. Una volta attivata, abbiamo novanta secondi prima che tutto il contenuto venga cancellato da remoto.»
La chiamata di mia madre si interruppe.
Subito dopo comparve un altro messaggio.
Beatrice, vattene subito. Tuo padre ti ha mentito.
L’espressione dell’agente si irrigidì. «Apra il box.»
Giravo la chiave.
La porta si sollevò con un violento sferragliare metallico, rivelando uno spazio semibuio pieno di casse militari sigillate, schedari, apparecchiature di sorveglianza e un lungo tavolo ricoperto di fotografie.
In ogni fotografia compariva mio padre mentre incontrava persone potenti: dirigenti di aziende della difesa, alti ufficiali, politici e uomini che riconobbi dai briefing riservati dell’intelligence.
Poi vidi il mio volto.
Decine di fotografie documentavano tutta la mia carriera militare: l’Accademia di Modena, le missioni all’estero, le promozioni, perfino riunioni private all’interno di strutture ad accesso riservato.
«Che cosa stava facendo mio padre?» sussurrai.
L’agente si diresse verso una cassa d’acciaio in fondo al box.
«Riccardo Moretti ha trascorso ventidue anni a raccogliere prove contro una rete che operava all’interno delle Forze Armate.»
Sul conto alla rovescia comparvero sessanta secondi.
Aprì la cassa e ne estrasse un registro nero.
«Qualcuno vendeva informazioni sulle posizioni dei reparti, sulle rotte degli armamenti e sulle identità dei militari. Suo padre scoprì che la rete aveva intenzione di far ricadere tutto su di lei, facendola apparire come il loro capo.»
Sentii il sangue gelarsi nelle vene.
«Perché proprio io?»
«Perché aveva accesso alle informazioni, un nome rispettato e non aveva la minima idea che suo padre la stesse proteggendo.»
Un rumore di metallo raschiato arrivò dal fondo del box.
Mi voltai di scatto ed estrassi la pistola nascosta sotto il cappotto nero del funerale.
Il pannello posteriore scivolò di lato.
Mia madre entrò.
Non stava più piangendo.
In una mano teneva una pistola con silenziatore. Nell’altra stringeva l’anello con sigillo di mio padre.
L’agente rimase immobile.
«Elena», sussurrò.
Mia madre puntò l’arma direttamente contro di lei.
«Avevo detto a Riccardo che il funerale avrebbe portato Beatrice qui», disse con calma. «Si rifiutava di credere che sua moglie fosse a capo della rete da vent’anni.»
Il conto alla rovescia arrivò a dieci.
Poi, dall’oscurità alle sue spalle, risuonò una voce che conoscevo fin troppo bene.
«Ed è stato questo il tuo ultimo errore.»
Mio padre, che credevo morto, uscì dall’ombra.
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