La voce del generale Ferretti riempì la sala server.
«Colonnello Moretti, allontanati dal terminale.»
Nessuno di noi si mosse.
Le luci di emergenza si accesero un secondo dopo, tingendo la stanza di rosso.
Laura estrasse lentamente la pistola.
Mio padre guardò verso la telecamera nell’angolo.
«Alessio», disse. «Sei tu?»
Dall’altoparlante arrivò una risata breve, senza alcuna allegria.
«Riccardo. Ammetto che vederti vivo rende questa giornata molto più interessante.»
Sentii lo stomaco stringersi.
«Quindi sei nella rete.»
«Beatrice», disse Ferretti, «non fare l’errore di trasformare un sospetto in una certezza.»
«Il tuo badge ha copiato l’Archivio 7C.»
«E tua madre possiede la tua impronta digitale. Dovresti aver già imparato quanto poco significhi un’identità elettronica.»
Aveva ragione.
Ed era proprio questo a renderlo più pericoloso.
Laura controllò la porta.
«Chiusura magnetica.»
Mio padre abbassò la voce.
«Puoi aprirla?»
«Non senza alimentazione manuale.»
Ferretti ci sentì comunque.
«Non tentate di forzare l’uscita. Ci sono uomini armati nel corridoio.»
Mi avvicinai al microfono del terminale.
«Se volevi arrestarmi, potevi lasciare entrare il Nucleo investigativo.»
Silenzio.
«Invece hai chiuso la stanza.»
Altri due secondi.
«Perché?»
La voce di Ferretti cambiò.
«Perché qualcuno deve ancora capire da che parte stare.»
Guardai mio padre.
«Sta cercando di guadagnare tempo.»
«Anch’io», rispose lui.
Solo allora notai che teneva una mano dietro la schiena.
Stava collegando un piccolo cavo a uno dei pannelli laterali.
«Che cosa fai?»
«Questo centro ha una linea antincendio indipendente.»
Laura capì.
«Se attiviamo l’allarme, le serrature devono sganciarsi.»
Ferretti intervenne immediatamente.
«Non funzionerà.»
Mio padre si fermò.
«Perché?»
«Perché il sistema antincendio è stato disattivato cinque minuti fa.»
Laura alzò gli occhi verso la telecamera.
«Da te?»
«No.»
Quella risposta arrivò troppo velocemente per sembrare preparata.
Mio padre lo percepì.
«Allora chi, Alessio?»
Silenzio.
Poi udimmo qualcosa fuori dalla porta.
Tre colpi.
Non spari.
Qualcuno stava battendo sul metallo.
Tre colpi.
Pausa.
Due colpi.
Pausa.
Tre colpi.
Mio padre impallidì.
«Che succede?» chiesi.
«È un codice.»
Laura si voltò.
«Di chi?»
«Mio.»
I colpi ripresero.
Tre.
Due.
Tre.
Mio padre si avvicinò alla porta.
«L’ho usato per anni con una sola persona.»
Sentii già la risposta prima che la pronunciasse.
«Elena.»
Mia madre era dall’altra parte.
Ferretti parlò dall’altoparlante.
«Non aprite.»
Per la prima volta, nella sua voce sentii paura.
Non esitazione.
Paura.
Mi avvicinai alla porta.
«Perché?»
«Perché tua madre non è qui per salvarvi.»
«E tu sì?»
«In questo momento, sì.»
Mio padre mi afferrò il braccio.
«Beatrice.»
«Voglio sentirla.»
«Potrebbe essere una trappola.»
«Tutto è una trappola da quando siamo entrati al Box 17.»
Guardai Laura.
«Esiste un interfono esterno?»
Lei indicò una piccola console.
Attivai il canale.
«Mamma.»
Per un istante ci fu solo statico.
Poi la sua voce.
«Beatrice.»
Niente panico.
Niente rabbia.
Sembrava quasi stanca.
«Apri la porta.»
«Hai cercato di spararci.»
«Ho sparato contro Conti.»
Laura serrò la mascella.
«Come se facesse una grande differenza.»
«Ne fa una enorme.»
Mia madre ignorò il commento.
«Beatrice, ascoltami. Ferretti ha il dispositivo con la copia dell’Archivio 7C.»
Guardai la telecamera.
«Lui dice che il suo badge è stato clonato.»
«Non è stato clonato.»
Ferretti interruppe.
«Elena mente.»
Mia madre rise.
«Alessio, almeno abbi la dignità di non insultare l’intelligenza di nostra figlia.»
Nostra figlia.
Quelle parole mi trafissero.
«Non chiamarmi così.»
Silenzio.
Quando mia madre parlò di nuovo, il suo tono era più basso.
«Va bene.»
Mi appoggiai al terminale.
«Dimmi perché hai costruito prove contro di me.»
«Perché dovevi sembrare colpevole.»
«Questo l’ho capito.»
«No.»
La sua voce si fece dura.
«Non hai ancora capito niente.»
Mio padre si avvicinò.
«Elena, basta.»
«Tu non parlare.»
La rabbia esplose finalmente nella voce di mia madre.
«Hai passato ventidue anni convinto di stare smascherando una rete che non comprendevi nemmeno.»
Mio padre rimase immobile.
«La guidavi tu.»
«Sì.»
«Hai venduto informazioni militari.»
«No.»
La parola echeggiò nel corridoio.
Laura mi guardò.
Ferretti non disse nulla.
«Allora cosa facevi?» chiesi.
Mia madre respirò lentamente.
«Controllavo chi le vendeva.»
Il silenzio che seguì fu assoluto.
Mio padre scosse la testa.
«Bugia.»
«Riccardo, hai mai trovato un solo pagamento a mio nome? Un conto estero? Una proprietà? Un trasferimento?»
Lui non rispose.
«Hai trovato uomini corrotti», continuò. «Ufficiali, imprenditori, intermediari. Hai trovato operazioni sporche. Hai trovato le mie comunicazioni con loro.»
«Perché eri il loro capo.»
«Perché li tenevo insieme.»
Mi sentii mancare l’aria.
«Per chi?»
Questa volta mia madre esitò.
«Per qualcuno che non poteva comparire in nessun rapporto ufficiale.»
Ferretti intervenne bruscamente.
«Beatrice, non ascoltarla.»
Guardai la telecamera.
«Hai molta fretta di farmela ignorare.»
«Perché so cosa sta facendo.»
«Allora spiegamelo.»
Nessuna risposta.
Mia madre parlò.
«Chiedigli dove si trova il dispositivo.»
Lo feci.
«Ferretti. Dove si trova la copia dell’Archivio 7C?»
Silenzio.
«Rispondi.»
«Non posso.»
Mio padre alzò lentamente lo sguardo.
«Perché non ce l’hai tu.»
L’altoparlante rimase muto.
Laura si avvicinò alla console.
«Generale?»
Niente.
Poi la telecamera nell’angolo si spense.
Mio padre sussurrò:
«È andato via.»
Mia madre batté due volte sulla porta.
«Beatrice, se vuoi sapere chi sta usando il tuo nome, apri.»
Laura mi fissò.
«Potrebbe spararci appena entra.»
«Potrebbe.»
«E allora?»
Guardai mio padre.
«Tu ti fidi di lei?»
La domanda sembrò ferirlo.
«Non più.»
«Ma credi che stia mentendo su Ferretti?»
Ci pensò.
«Non lo so.»
Era la risposta più sincera che mi avesse dato da quando era riapparso.
Mi voltai verso Laura.
«Apriamo.»
«Non possiamo.»
Indicò la serratura.
«Controllo centrale.»
Mia madre ci sentì.
«Pannello a destra della porta. Terzo cavo dall’alto.»
Mio padre la guardò attraverso il metallo come se potesse vederla.
«Come lo sai?»
«Perché questo centro è stato ristrutturato con fondi di una società che controllavo.»
Laura aprì il pannello.
Trovò il cavo.
«Se lo taglio, perdiamo la chiusura magnetica.»
«Oppure salta tutto», disse mio padre.
«È un rischio.»
Presi la tronchese.
Tagliai.
La porta si sbloccò.
Laura la aprì di pochi centimetri mantenendo la pistola puntata.
Mia madre era sola.
Non aveva più l’arma con silenziatore.
Aveva sangue sulla manica sinistra.
«Sei ferita.»
«Non abbastanza da morire.»
Entrò e chiuse la porta dietro di sé.
Mio padre le si mise davanti.
«Dov’è Serra?»
«Morto.»
Mi immobilizzai.
«Cosa?»
«Qualcuno ci ha intercettati vicino alla clinica.»
«Ferretti?»
«Non l’ho visto.»
Laura controllò la ferita.
«Proiettile di striscio.»
Mia madre tirò fuori dalla tasca l’anello con sigillo di mio padre.
Poi lo posò sul tavolo.
«Serra mi ha consegnato questo prima di morire.»
Mio padre lo prese.
Premette il bordo.
Il sigillo si aprì.
All’interno c’era una scheda di memoria minuscola.
«Che cos’è?» chiesi.
Mia madre mi guardò.
«La ragione per cui tuo padre non è stato ucciso ventidue anni fa.»
Inserimmo la scheda nel terminale isolato.
Comparve un unico file video.
Data: ventidue anni prima.
Mio padre smise di respirare.
Sul filmato appariva molto più giovane, seduto a un tavolo accanto a mia madre.
Di fronte a loro c’era un terzo uomo.
Non riuscivo a vedere bene il volto.
La registrazione era disturbata.
Poi l’uomo parlò.
«Da oggi, Riccardo raccoglierà le prove dall’interno. Elena controllerà il flusso delle informazioni. Nessuno dei due dovrà conoscere l’intera operazione.»
Mio padre fissava lo schermo come se avesse visto un morto tornare in vita.
«Impossibile.»
«Chi è?» chiesi.
Nessuno rispose.
Il video continuò.
L’uomo si sporse verso la telecamera.
Il volto divenne finalmente visibile.
Lo riconobbi.
Avevo visto quella faccia per tutta l’infanzia.
Nelle fotografie di famiglia.
Alle cerimonie.
Ai pranzi di Natale.
Era il fratello maggiore di mio padre.
Mio zio Lorenzo.
L’uomo che ufficialmente era morto diciannove anni prima in un incidente stradale.
Mio padre sussurrò:
«Lorenzo era il fondatore.»
Mia madre scosse lentamente la testa.
«No.»
Ci guardò uno alla volta.
«Lorenzo era l’uomo che cercava di fermare la rete.»
Sentii il pavimento mancarmi sotto i piedi.
«Allora chi l’ha ucciso?»
Mia madre indicò il video.
«È questo che Ferretti non vuole che scopriamo.»
Sul terminale comparve improvvisamente un avviso.
ACCESSO REMOTO RILEVATO.
Laura tentò di scollegare il sistema.
Troppo tardi.
Una seconda finestra si aprì automaticamente.
OPERAZIONE SENTINELLA — FASE DUE ATTIVA.
Sotto c’era un elenco di nomi.
Il primo era il mio.
Il secondo era quello di mio padre.
Il terzo quello di mia madre.
Il quarto:
COMMISSARIO LAURA CONTI.
Accanto a tutti e quattro compariva la stessa parola.
ELIMINAZIONE.
Poi, in fondo allo schermo, apparve un timer.
00:14:59.
Mia madre impallidì.
«Non stanno cercando di arrestarci.»
Mio padre afferrò il registro nero.
Io controllai il caricatore della pistola.
«No.»
Guardai il conto alla rovescia iniziare a scendere.
«Stanno cercando di cancellare gli ultimi testimoni.»
**Continua — clicca sulla Parte 6 per leggere il seguito.**







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