Divertimento

Al Funerale Di Mio Padre, Il Becchino Mi Sussurrò: «Tuo Padre Mi Ha Pagato Per Seppellire Una Bara Vuota»

Le sirene erano ormai a meno di due isolati.

L’agente spense la luce d’emergenza e ci fece cenno di abbassarci.

«Uscita secondaria?»

Mio padre indicò il pannello attraverso cui mia madre era fuggita.

«Porta al corridoio tecnico. Da lì si arriva al parcheggio sul retro.»

«E se Elena ci sta aspettando?»

«Non ci sta aspettando.»

Lo disse con una sicurezza che mi irritò.

«Come fai a saperlo?»

«Perché non ha bisogno di ucciderti.»


Mi fissò.

«Ha bisogno che tu venga arrestata viva.»

Quelle parole cambiarono tutto.

Se mi avessero trovata morta, qualcuno avrebbe potuto chiedersi perché.

Se mi avessero trovata viva, con documenti classificati sul mio terminale, credenziali compromesse e prove costruite per undici anni, sarei diventata la spiegazione perfetta.

La traditrice.

L’ufficiale corrotta.

La donna che aveva venduto il proprio Paese.

L’agente infilò il registro nero sotto il cappotto.

«Dobbiamo muoverci.»


Mio padre aprì il pannello.

Dietro c’era un passaggio stretto, illuminato da piccole lampade industriali. Entrammo uno dopo l’altro.

Io per ultima.

Prima di chiudere, guardai ancora una volta il Box 17.

Le fotografie.

Le casse.

I server cancellati.

Ventidue anni della vita di mio padre racchiusi in una stanza che, entro pochi minuti, sarebbe probabilmente finita nelle mani di persone che non sapevo più se considerare alleate o nemiche.

Chiusi il pannello.

Percorremmo il corridoio quasi correndo.


«Come si chiama?» domandai all’agente.

Lei si voltò appena.

«Commissario Laura Conti.»

Era assurdo che fino a quel momento non le avessi nemmeno chiesto il nome.

«Da quanto lavori con mio padre?»

«Sette anni.»

«E sapevi che avrebbe finto la propria morte?»

«Sapevo che esisteva un protocollo d’emergenza. Non sapevo quando l’avrebbe attivato.»

Mio padre aprì una porta tagliafuoco.

«Laura.»


Lei si fermò.

«Non qui.»

Capivo perfettamente cosa significava.

C’erano ancora cose che non voleva dirmi.

«No.»

Entrambi mi guardarono.

«Basta segreti.»

Le sirene si fermarono davanti al deposito.

Udii portiere sbattere.

Voci maschili.


Ordini.

«Beatrice—»

«Mamma dirige una rete che mi ha incastrata. Tu hai inscenato la tua morte. Una poliziotta che non conosco custodisce un registro capace di far crollare mezza struttura militare. E tra venti minuti qualcuno completerà un’operazione usando il mio nome.»

Mi avvicinai a mio padre.

«Da questo momento, se volete che venga con voi, mi dite tutto ciò che serve per tenermi viva.»

Per qualche secondo lui rimase in silenzio.

Poi annuì.

«D’accordo.»

Laura controllò l’orologio.

20:39.


«Parleremo mentre ci muoviamo.»

Uscimmo nel parcheggio sul retro.

C’era un vecchio furgone grigio parcheggiato vicino alla recinzione.

Mio padre aprì il portellone laterale.

All’interno c’erano monitor, radio e una postazione di comunicazione mobile.

Lo fissai.

«Avevi preparato anche questo?»

«Speravo di non usarlo.»

«Naturalmente.»

Salimmo.


Laura si mise alla guida.

Mio padre accese il sistema.

Sul monitor comparve una mappa di Roma con diversi punti luminosi.

«Elena ha tre possibilità», disse. «Distruggere il registro originale, completare l’Operazione Sentinella e sparire.»

«In quale ordine?»

«Probabilmente contemporaneamente.»

Indicò uno dei punti.

«Questo è il veicolo su cui è salita.»

La traccia si muoveva verso sud.

«Come lo stai seguendo?»


«L’uomo che è con lei porta ancora un dispositivo inserito nell’uniforme cerimoniale.»

«Una microspia?»

Mio padre scosse la testa.

«Un localizzatore.»

Lo guardai.

«Hai messo localizzatori agli ufficiali presenti al tuo funerale?»

«Solo a quattro.»

«Perché proprio quattro?»

Il suo sguardo si fece più duro.

«Perché erano gli unici quattro che sospettavo potessero appartenere alla rete.»


Laura accelerò.

«Quello con Elena si chiama Colonnello Vittorio Serra.»

Conoscevo Vittorio.

Avevamo lavorato insieme in due esercitazioni NATO.

Educato.

Meticoloso.

Quasi noiosamente rispettoso delle procedure.

«Serra gestisce le autorizzazioni di sicurezza.»

«E gli accessi di emergenza», aggiunse mio padre.

«Quindi può disattivare le mie credenziali.»


«Oppure usarle.»

La frase mi fece voltare.

«Spiegati.»

Mio padre digitò qualcosa.

Comparve una schermata con una serie di accessi.

Uno era appena avvenuto.

20:38.

Utente: MORETTI B.

Livello: RISERVATO.

Località: Comando logistico.

«Non sono stata io.»

«Lo sappiamo.»

Secondo accesso.

20:40.

Poi un terzo.

«Stanno costruendo la cronologia.»

Laura capì.

«Vogliono far sembrare che Beatrice stia spostando documenti dopo essere venuta a sapere dell’indagine.»

«Esatto.»

Sul monitor apparve una nuova finestra.

TRASFERIMENTO AUTORIZZATO.

ARCHIVIO 7C.

DESTINAZIONE ESTERNA.

Mi si chiuse lo stomaco.

«Che cos’è l’Archivio 7C?»

Mio padre non rispose subito.

Laura guardò nello specchietto.

«Riccardo.»

Lui espirò.

«Informazioni sulle identità operative.»

«Di chi?»

«Personale sotto copertura.»

Il generale Ferretti mi aveva detto che quelle identità erano state trovate sul mio terminale.

Ma adesso non stavano solo piazzando prove.

Stavano usando le mie credenziali per sottrarre dati reali.

«Se trasferiscono quell’archivio—»

«Decine di persone potrebbero essere compromesse», disse Laura.

Guardai l’ora.

20:43.

Diciassette minuti.

«Dove si trova fisicamente il server?»

Mio padre ingrandì la mappa.

«Comando logistico di Roma.»

«Allora andiamo lì.»

«No.»

«Papà.»

«Se entri, ti arrestano.»

«Se non entro, useranno il mio nome per completare il trasferimento.»

«È quello che vogliono.»

Mi fermai.

«Cosa?»

«Vogliono che tu reagisca da soldato.»

Finalmente capii.

Mi volevano al comando.

Volevano che tentassi di fermare il trasferimento.

Volevano telecamere che mi riprendessero mentre entravo senza autorizzazione.

Volevano una fuga.

Una resistenza.

Qualcosa che trasformasse le prove false in una storia credibile.

«Quindi non posso andare lì.»

«Non direttamente.»

Laura svoltò bruscamente.

«C’è un centro di replica dati a circa sei chilometri. Tutto quello che passa dall’Archivio 7C viene duplicato per novanta secondi prima dell’uscita definitiva.»

«Possiamo bloccarlo da lì?»

«Se arriviamo in tempo.»

Guardai l’orologio.

20:46.

«Quanto manca?»

«Otto minuti.»

Il furgone accelerò.

Poi il telefono di Laura squillò.

Lei guardò il numero.

«Centrale.»

Mio padre le fece segno di non rispondere.

Laura ignorò il gesto.

Attivò il vivavoce.

«Conti.»

La voce dall’altra parte era rigida.

«Commissario, interrompa immediatamente qualunque operazione stia svolgendo.»

Laura mi guardò.

«Per quale motivo?»

«Ordine della Direzione.»

«Numero di protocollo?»

Silenzio.

Poi:

«È stata sospesa dal servizio.»

Mio padre abbassò lentamente gli occhi.

«Quando?»

«Tre minuti fa.»

Laura strinse il volante.

«Motivazione?»

«Collaborazione con una sospetta di alto tradimento.»

Io.

La telefonata si interruppe.

«Molto elegante», dissi.

Laura lasciò uscire un breve sorriso senza allegria.

«Adesso almeno siamo ufficialmente dalla stessa parte.»

20:49.

Undici minuti.

Il localizzatore di Serra cambiò direzione.

Mio padre si avvicinò al monitor.

«Aspetta.»

Il punto non stava più andando verso il comando.

Si dirigeva a est.

«Dove stanno andando?»

Laura guardò la mappa.

«Quella strada porta verso una struttura privata.»

Mio padre impallidì.

Era la prima volta da quando l’avevo visto vivo.

«No.»

«Che struttura?»

Non rispose.

«Papà.»

«Una clinica.»

«Perché mamma dovrebbe andare in una clinica?»

Lui ingrandì il percorso.

Il nome comparve sullo schermo.

Clinica San Bartolomeo.

Sentii qualcosa muoversi nella memoria.

Conoscevo quel posto.

Tre giorni prima avevo identificato lì il corpo di mio padre.

Guardai lentamente lui.

«Il cadavere.»

Mio padre chiuse gli occhi per un istante.

«Sì.»

«Chi era?»

Il silenzio divenne pesante.

«Chi era l’uomo che ho visto sul lettino?»

Lui non riuscì più a evitare la domanda.

«Un uomo della rete.»

Sentii freddo.

«Morto come?»

«Non lo so.»

Laura si voltò verso di lui.

«Riccardo, mi avevi detto che il corpo proveniva da un caso non identificato.»

«Era quello che mi avevano fatto credere.»

«Chi?»

Mio padre guardò il punto luminoso che rappresentava mia madre.

Poi parlò.

«Elena.»

Mi mancò il respiro.

«Vuoi dire che mamma ti ha aiutato a fingere la morte?»

«No.»

La risposta fu immediata.

«Voglio dire che lei sapeva che avrei provato a farlo.»

Il furgone piombò nel silenzio.

«Quindi il tuo piano non l’ha sorpresa.»

«No.»

«Ti ha lasciato farlo.»

«Sì.»

Finalmente vidi la parte del quadro che mi era sfuggita.

Mia madre non era caduta nella trappola di mio padre.

Aveva trasformato la sua trappola nella propria.

«Il funerale non serviva solo ad attirarmi al Box 17.»

Mio padre annuì lentamente.

«Serviva a farci uscire tutti allo scoperto.»

Laura rallentò davanti a un edificio tecnico senza insegne.

«Siamo arrivati.»

20:53.

Sette minuti.

Entrammo usando un accesso di emergenza che Laura aveva ancora prima che la sospensione si propagasse a tutti i sistemi.

La sala server era vuota.

File di armadi neri riempivano il locale.

Mio padre trovò il terminale di replica.

«Qui.»

Mi sedetti.

Le mie credenziali erano ancora attive.

Per pochi secondi.

Inserii il codice.

ACCESSO NEGATO.

Provai una seconda volta.

CREDENZIALI REVOCATE.

«Serra», dissi.

Laura collegò un dispositivo della Polizia.

«Posso aprire una sessione forense.»

«Fallo.»

20:55.

Cinque minuti.

Lo schermo lampeggiò.

La replica dell’Archivio 7C apparve davanti a noi.

Trasferimento: 82%.

«Bloccalo.»

Laura digitò.

ERRORE.

Tentò ancora.

TRASFERIMENTO PROTETTO DA AUTORIZZAZIONE BIOMETRICA.

La mia.

Mio padre guardò il lettore accanto allo schermo.

«Beatrice.»

Appoggiai il pollice.

Il sistema esitò.

IDENTITÀ CONFERMATA.

Sul monitor apparvero due opzioni.

AUTORIZZA.

ANNULLA.

Premetti ANNULLA.

Per un istante non accadde nulla.

Poi:

TRASFERIMENTO INTERROTTO.

Laura tirò un sospiro.

Io no.

Perché subito sotto comparve una nuova riga.

COPIA SECONDARIA COMPLETATA.

DESTINAZIONE: DISPOSITIVO LOCALE.

«Che significa?»

Mio padre guardò la schermata.

«Qualcuno ha copiato i file prima che arrivassimo.»

«Chi?»

Laura aprì il registro accessi.

Un solo badge era entrato nella sala server alle 20:31.

Il nome apparve sullo schermo.

GENERALE ALESSIO FERRETTI.

Mi immobilizzai.

L’uomo che mi aveva chiamata.

L’uomo che mi aveva avvertita.

L’uomo che conoscevo da quindici anni.

«No.»

Laura controllò di nuovo.

«È il suo badge.»

«Può essere stato clonato.»

Mio padre non disse nulla.

Lo guardai.

«Tu lo sospettavi?»

«Non avevo prove.»

«Ma lo sospettavi.»

Il suo silenzio fu una risposta.

Il mio telefono, che avevo riacceso soltanto per pochi secondi durante l’accesso biometrico, vibrò.

Un messaggio.

Generale Ferretti.

Beatrice, so che tuo padre è vivo.

Il mio respiro si fermò.

Un secondo messaggio arrivò immediatamente.

E so dove siete.

Nello stesso istante, tutte le porte della sala server si bloccarono con un suono metallico.

Le luci si spensero.

E dall’altoparlante sopra di noi uscì la voce calma del generale.

«Colonnello Moretti, allontanati dal terminale.»

**Continua — clicca sulla Parte 5 per leggere il seguito.**

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