Alle 7:42 del mattino successivo ero già all’interno del Palazzo di Comando.
Ufficialmente ero morta da dieci ore e trentadue minuti.
Per questo nessuno mi stava cercando lì.
Indossavo l’uniforme tecnica di una squadra di manutenzione, i capelli nascosti sotto un berretto e un badge temporaneo preparato da Laura usando credenziali che sarebbero rimaste valide soltanto per pochi minuti.
Mio padre, mia madre e Ferretti erano rimasti all’esterno.
Non perché si fidassero di me.
Perché avevamo finalmente capito l’errore che avevamo commesso per anni.
Avevamo sempre cercato di affrontare la rete come singoli individui.
Quella mattina avremmo agito come una squadra.
Nel piccolo auricolare sentii la voce di Laura.
«Beatrice, Manfredi è arrivato.»
«Con chi?»
«Due dirigenti. Quattro uomini della sicurezza privata.»
«Valli?»
Silenzio.
«Nessuna traccia.»
Continuai lungo il corridoio.
La riunione si sarebbe svolta nella Sala Strategica, una stanza blindata normalmente riservata alle decisioni operative più sensibili.
Avevo trascorso anni entrando lì senza pensarci.
Ora ogni telecamera poteva trasformarmi di nuovo in una fuggitiva.
Raggiunsi il livello inferiore.
Ferretti parlò nell’auricolare.
«L’ordine di Sentinella è stato generato da un terminale al terzo piano.»
«Quale?»
«Ufficio 314.»
Mi fermai.
Conoscevo quell’ufficio.
Era stato inutilizzato per anni.
«Era di Valli», dissi.
«Esatto.»
Cambiai direzione.
Alle 7:51 entrai nell’ufficio 314.
La stanza sembrava abbandonata.
Scrivania coperta.
Armadi vuoti.
Nessun computer.
Poi vidi qualcosa che non apparteneva al passato.
Una luce verde sotto la scrivania.
Mi inginocchiai.
Dietro un pannello falso c’era un terminale acceso.
«L’ho trovato.»
Laura disse:
«Non toccarlo ancora.»
Ferretti collegò da remoto il dispositivo che avevo inserito nella porta dati.
Lo schermo cambiò.
Comparvero accessi effettuati negli ultimi mesi.
Sentinella.
Archivio 7C.
Le mie credenziali.
E decine di autorizzazioni per contratti d’emergenza.
«Registriamo tutto?» chiesi.
«Tutto», rispose Laura.
Aprii il registro amministratore.
Utente principale:
C. VALLI.
Ma sotto c’era una voce che nessuno aveva mai controllato.
Dispositivo biometrico associato.
Aprii i dati.
L’impronta registrata non apparteneva a Carlo Valli.
Ferretti rimase in silenzio.
«Di chi è?» chiesi.
Laura confrontò il campione con i dati che avevamo recuperato.
La risposta apparve.
GIULIO MANFREDI.
Finalmente avevamo qualcosa che non poteva essere spiegato con un badge clonato.
Manfredi aveva usato personalmente l’identità digitale di un morto.
«Abbiamo la prova», disse mio padre.
«Non ancora abbastanza.»
Copiai il certificato biometrico.
Poi aprii l’ultima sessione attiva.
Sul monitor apparve un collegamento diretto alla Sala Strategica.
Microfoni.
Telecamere.
Documenti della riunione.
«Puoi trasmettere?» chiesi.
Ferretti capì immediatamente.
«Beatrice, no.»
«Se li arrestiamo adesso, Manfredi dirà che qualcuno ha manipolato il terminale.»
«Abbiamo ORFEO.»
«E lui ha avvocati, denaro e persone dentro le istituzioni.»
Guardai l’orologio.
7:58.
«Voglio sentirlo parlare.»
Due minuti dopo la riunione iniziò.
Sul monitor vidi Giulio Manfredi sedersi al centro del tavolo.
Capelli grigi.
Abito impeccabile.
Nessuna espressione di paura.
Intorno a lui c’erano ufficiali e funzionari che probabilmente non avevano la minima idea di cosa stessero per approvare.
Manfredi aprì una cartella.
«La recente compromissione di informazioni militari dimostra la necessità di rafforzare immediatamente le infrastrutture.»
La recente compromissione.
Creata da lui.
«Le circostanze legate al Colonnello Moretti», continuò, «sono tragiche, ma evidenziano quanto sia vulnerabile il sistema.»
Strinsi i pugni.
Stava usando la mia morte falsa per ottenere il contratto.
Poi una donna seduta dall’altro lato del tavolo chiese:
«Perché Industrie Manfredi è stata indicata come fornitore principale senza gara pubblica?»
Lui sorrise.
«Perché in una crisi non abbiamo il lusso del tempo.»
La frase di Lorenzo mi tornò in mente.
Non seguire il denaro che entra.
Segui il denaro autorizzato dopo ogni crisi.
Premetti REGISTRA.
Manfredi continuò.
«L’incidente Moretti ci offre l’opportunità di correggere debolezze che conosciamo da anni.»
Laura sussurrò:
«Bastardo.»
Poi una porta della Sala Strategica si aprì.
Un uomo entrò.
Mio padre inspirò bruscamente.
«No.»
Era anziano.
Più magro rispetto alla fotografia.
Ma il volto era inconfondibile.
Generale Carlo Valli.
Vivo.
La sala si alzò quasi contemporaneamente.
Uno dei funzionari sembrava sconvolto.
«Generale Valli?»
L’uomo sorrise.
«Per alcuni di voi è una sorpresa.»
Sentii mia madre sussurrare nell’auricolare:
«Quindi non stavano solo usando la sua identità.»
Ferretti aggiunse:
«L’hanno nascosto.»
Valli si sedette accanto a Manfredi.
«Undici anni fa», disse, «la mia morte fu necessaria per proteggere questa struttura.»
Non parlava di infiltrati.
Parlava della rete.
Manfredi lo interruppe.
«Carlo.»
Troppo tardi.
La registrazione continuava.
Valli guardò gli altri presenti.
«Lorenzo Moretti quasi distrusse tutto. Riccardo continuò a scavare. Elena diventò impossibile da controllare.»
Sentii mia madre trattenere il respiro.
Poi Valli pronunciò il mio nome.
«Beatrice era diversa.»
Mi irrigidii.
«Pulita», disse. «Rispettata. Una carriera impeccabile.»
Manfredi lo fissò duramente.
«Non è necessario discutere questo qui.»
Valli sorrise.
«Ormai è morta.»
Quelle tre parole eliminarono ogni prudenza.
«Abbiamo passato undici anni a costruire la sua impronta operativa. Accessi, autorizzazioni, cronologie. Quando Riccardo ha attivato il falso funerale, ci ha semplicemente dato il momento perfetto.»
Mio padre sussurrò:
«Continua a parlare.»
Manfredi chiuse la cartella con forza.
«Basta.»
Valli lo ignorò.
«La cosa elegante di un capro espiatorio perfetto è che non deve mai sapere di esserlo.»
Avevamo tutto.
Manipolazione.
Sentinella.
La mia incastratura.
La conoscenza del falso funerale.
Laura parlò.
«Posso entrare con la squadra adesso.»
«Aspetta.»
«Beatrice, abbiamo abbastanza.»
Guardai la schermata.
«Manca Lorenzo.»
Se Valli aveva ordinato la sua morte, volevo sentirlo.
Come se mi avesse sentita, uno dei funzionari chiese:
«E Lorenzo Moretti?»
Valli rimase immobile.
Manfredi diventò pallido.
«Questa riunione è conclusa.»
Valli rise.
«Lorenzo fece lo stesso errore di sua nipote.»
«Carlo.»
«Credeva ancora che le istituzioni potessero salvarlo.»
Mio padre non respirava più.
«Fui io a ordinare che la sua auto uscisse di strada.»
Silenzio.
Persino Manfredi sembrò sconvolto.
Valli lo guardò.
«E tu pagasti l’uomo che lo fece.»
Ecco il quadro completo.
Valli aveva ordinato l’omicidio.
Manfredi lo aveva finanziato.
La rete aveva continuato a crescere usando Sentinella per eliminare minacce e fabbricare emergenze.
Laura parlò nell’auricolare.
«Adesso.»
Le porte della Sala Strategica si spalancarono.
Squadre della Polizia di Stato entrarono da entrambi i lati.
«Nessuno si muova!»
Manfredi si alzò.
Valli rimase seduto.
Per un momento pensai che fosse finita.
Poi sul mio monitor comparve un avviso.
ACCESSO AMMINISTRATORE.
CANCELLAZIONE ORFEO IN CORSO.
«No.»
Qualcuno stava cancellando le copie che avevamo inviato ai server protetti.
Ferretti gridò:
«È una procedura automatica!»
Sul terminale apparve una seconda riga.
ARCHIVI ESTERNI COMPROMESSI.
Mio padre disse:
«Il registro nero.»
«È ancora con te?»
«Sì.»
Almeno avevamo quello.
Poi udii un rumore dietro di me.
Mi voltai.
Un uomo della sicurezza di Manfredi era sulla porta dell’ufficio 314.
La pistola puntata contro di me.
«Colonnello Moretti.»
Mi aveva riconosciuta.
«Pensavo fosse morta.»
Alzai lentamente le mani.
«È stata una giornata piena di sorprese.»
Lui fece un passo avanti.
«Mi dia la chiavetta.»
«Quale?»
«Non giochi con me.»
Nell’auricolare sentii Laura chiamarmi.
Non risposi.
L’uomo si avvicinò.
Aspettai.
Tre metri.
Due.
Uno.
Gli colpii il polso, deviai l’arma e lo mandai contro la scrivania.
Partì un colpo.
Il proiettile attraversò il monitor.
Lo immobilizzai a terra.
Poi corsi verso la Sala Strategica.
Quando entrai, decine di persone si voltarono.
Manfredi impallidì.
Valli si alzò lentamente.
Io ero morta.
Eppure ero lì.
Posai sul tavolo la chiavetta con la registrazione appena salvata.
«Generale Valli.»
La mia voce attraversò la sala.
«Temo che il vostro capro espiatorio abbia appena rovinato il piano.»
Valli non sembrò spaventato.
Sorrise.
Poi disse qualcosa che trasformò il sollievo negli occhi di mio padre in puro terrore.
«Beatrice, credi davvero che questa fosse l’unica copia di Sentinella?»
Sul suo telefono comparve un comando già pronto.
Prima che qualcuno potesse raggiungerlo, premette lo schermo.
Il sistema dell’edificio emise un allarme.
PORTE DI SICUREZZA BLOCCATE.
PROTOCOLLO SENTINELLA — FASE FINALE.
Valli mi guardò.
«Se io cado, cade tutto.»
Le porte blindate si chiusero intorno a noi.
E sul grande schermo della Sala Strategica apparve una lista di ventisette nomi.
Ufficiali.
Magistrati.
Agenti.
Testimoni.
In cima alla lista c’erano ancora i nostri quattro nomi.
Ma questa volta accanto non c’era scritto eliminazione.
C’era scritto:
PUBBLICAZIONE ARCHIVI — 00:09:59.
Ferretti impallidì.
«Se quei file vengono pubblicati senza contesto, identità operative, missioni e agenti sotto copertura finiranno ovunque.»
Guardai Valli.
Aveva costruito il suo ultimo ricatto con la stessa cosa che aveva usato per arricchirsi per anni.
La sicurezza del Paese.
Mio padre mi raggiunse.
«Dieci minuti.»
Guardai il conto alla rovescia.
Poi la chiavetta.
Poi Valli.
Questa volta non dovevamo soltanto dimostrare chi erano i colpevoli.
Dovevamo impedire che distruggessero centinaia di vite pur di non pagare per ciò che avevano fatto.
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