Per un istante nessuno si mosse.
Il conto alla rovescia segnava otto secondi.
Mio padre era vivo.
Non ferito. Non pallido come il cadavere che avevo visto tre giorni prima. Vivo, in piedi a pochi metri da me, con lo stesso sguardo fermo che ricordavo da quando ero bambina.
Mia madre fu la prima a reagire.
Spostò la pistola dall’agente a lui.
«Riccardo.»
La sua voce non conteneva sorpresa.
Conteneva odio.
Mio padre avanzò di un passo.
«Posa l’arma, Elena.»
Sei secondi.
«Ventidue anni», disse mia madre. «Ventidue anni passati a rovistare dietro di me, e alla fine hai dovuto fingere di morire per avere il coraggio di affrontarmi.»
«Non l’ho fatto per affrontare te.»
Gli occhi di mio padre si posarono su di me.
«L’ho fatto per salvare nostra figlia.»
Tre secondi.
Mia madre sparò.
Mi mossi prima ancora di pensare.
Afferrai l’agente per la spalla e la trascinai dietro una delle casse d’acciaio. Il colpo silenziato risuonò come uno schiocco secco, seguito dal rumore del proiettile che colpiva il metallo.
Mio padre si gettò dietro il tavolo.
Uno.
Zero.
Tutte le luci del Box 17 si spensero.
Gli schermi delle apparecchiature lampeggiarono contemporaneamente, poi diventarono neri.
Sentii il ronzio degli hard disk diminuire fino a scomparire.
«No!» gridò l’agente.
Un secondo colpo attraversò l’oscurità.
Risposi mirando al lampo della pistola.
Non cercai di colpire mia madre.
Sparai alla struttura metallica sopra la sua testa.
Il proiettile fece esplodere una lampada d’emergenza e una pioggia di scintille le cadde davanti. Fu sufficiente.
Mio padre balzò oltre il tavolo.
Quando le luci rosse di sicurezza si accesero, vidi mia madre arretrare verso il pannello da cui era entrata.
«Elena!» gridò lui.
Lei ci guardò tutti e tre.
Poi sorrise.
Era il sorriso più terribile che avessi mai visto sul suo volto, perché non apparteneva alla donna che per tutta la mia vita avevo chiamato mamma.
«È troppo tardi, Riccardo.»
Premette qualcosa nell’anello con sigillo che teneva ancora in mano.
Il pannello posteriore si chiuse tra noi con un colpo metallico.
Corsi verso di lei, ma arrivai un secondo troppo tardi.
«Aprilo!»
Mio padre scosse la testa.
«È già nel corridoio di servizio.»
«Allora inseguiamola.»
«No.»
Mi voltai verso di lui.
«Quella donna ha appena cercato di ucciderci.»
Le parole mi uscirono di bocca con una violenza che non riconobbi.
«Quella donna è mia madre.»
Mio padre abbassò lo sguardo.
«Lo so.»
Mi avvicinai fino a trovarmi davanti a lui.
Avevo immaginato centinaia di volte cosa avrei fatto se avessi potuto rivederlo dopo il funerale.
Abbracciarlo.
Piangere.
Dirgli tutte le cose che non avevo avuto il tempo di dire.
Invece gli diedi uno schiaffo.
Il suono risuonò nel box.
L’agente non disse nulla.
Mio padre nemmeno.
«Ti ho visto morto», sussurrai. «Ho tenuto la mano di mamma mentre piangeva sul tuo feretro. Ho organizzato il tuo funerale. Ho guardato una bara scendere verso una fossa credendo che mio padre fosse dentro.»
La mia voce si spezzò.
«E tu eri qui.»
«Beatrice—»
«Non pronunciare il mio nome come se questo fosse normale.»
Il suo viso cedette per la prima volta.
«Non lo è.»
«Allora spiegamelo.»
Dietro di noi l’agente stava controllando freneticamente le apparecchiature.
«I server sono stati cancellati», disse. «Tutti.»
Mio padre indicò il registro nero che lei stringeva ancora.
«Non tutti.»
L’agente lo aprì.
Le pagine erano fitte di date, codici, numeri di matricola, coordinate e sigle che non riconobbi.
«Questo è cartaceo», dissi.
«Proprio per questo esiste», rispose mio padre. «Elena poteva cancellare qualsiasi archivio collegato a una rete. Non poteva cancellare quello.»
Mi voltai verso di lui.
«Da quanto sai che era coinvolta?»
Esitò.
«Che la rete esisteva? Ventidue anni.»
«Che lei la guidava?»
Silenzio.
«Otto mesi.»
La risposta mi colpì quasi quanto lo sparo.
«E hai continuato a vivere con lei?»
«Avevo bisogno che credesse di non essere stata scoperta.»
«Quindi hai recitato.»
«Ogni giorno.»
Guardai il pannello dietro cui mia madre era scomparsa.
Ricordai le colazioni insieme. Le telefonate durante le mie missioni. I compleanni. Il modo in cui mi stringeva le mani ogni volta che partivo.
Improvvisamente ogni ricordo sembrava contaminato.
«Perché me?» domandai.
Mio padre prese fiato lentamente.
«Perché sei la copertura perfetta.»
L’agente posò il registro sul tavolo.
«Colonnello Moretti.»
Indicò una pagina.
Accanto a una lunga serie di operazioni compariva un codice che conoscevo perfettamente.
Il mio numero di servizio.
Mi avvicinai.
Sotto c’erano autorizzazioni che sembravano provenire dai miei accessi militari, date di missioni alle quali avevo realmente partecipato e trasferimenti di documenti classificati effettuati poche ore dopo che avevo consultato gli stessi sistemi per ragioni legittime.
«Hanno copiato le mie attività.»
«Le hanno usate come modello», disse mio padre. «Ogni volta che entravi in un archivio, qualcuno entrava dopo di te. Ogni volta che firmavi un’autorizzazione, loro costruivano una seconda operazione dietro la tua firma.»
Mi mancò il respiro.
«Da quanto?»
«Quasi undici anni.»
Undici anni.
Metà della mia carriera.
«E nessuno se n’è accorto?»
«Perché non cercavano un traditore», rispose l’agente. «Stavano costruendone uno.»
Voltò alcune pagine.
Poi si immobilizzò.
«Riccardo.»
Mio padre vide la sua espressione.
«Cosa?»
Lei girò il registro verso di noi.
In fondo a una pagina c’era una voce scritta in rosso.
OPERAZIONE SENTINELLA.
ATTIVAZIONE: DOPO IL DECESSO DI R.M.
FASE FINALE: B.M.
Sentii qualcosa stringermi lo stomaco.
«Il tuo funerale», dissi.
Mio padre annuì.
«Era il segnale.»
L’agente continuò a leggere.
«Qui dice che entro settantadue ore dalla conferma della sua morte dovevano inserire il pacchetto finale.»
«Quale pacchetto?» chiesi.
Nessuno rispose.
Poi il mio telefono vibrò.
Non era mia madre.
Era il generale Alessio Ferretti, il mio superiore diretto.
Guardai mio padre.
«Devo rispondere.»
Questa volta lui annuì.
Accettai la chiamata.
«Signor Generale.»
Dall’altra parte ci fu un silenzio insolito.
«Beatrice, dove sei?»
«Perché?»
«Ho bisogno che tu risponda alla domanda.»
Il tono era diverso da qualsiasi conversazione avessimo mai avuto.
Guardai l’agente.
Lei fece un gesto: continua.
«Sono fuori Roma.»
«Sei sola?»
«Sì.»
Mentire a un superiore era qualcosa che avevo sempre considerato inaccettabile.
Quella sera lo feci senza esitare.
Ferretti inspirò lentamente.
«Ascoltami con attenzione. Non tornare al comando.»
Il sangue mi si gelò.
«Cosa è successo?»
«La sicurezza interna ha effettuato un controllo nel tuo ufficio.»
«Per quale motivo?»
«Una segnalazione anonima.»
Udii rumori in sottofondo. Porte. Voci. Ordini.
Poi il generale abbassò il tono.
«Hanno trovato un archivio criptato nel tuo terminale.»
Guardai mio padre.
«Io non tengo archivi non autorizzati.»
«Lo so.»
Quella risposta mi fece più paura di un’accusa.
«Cosa c’era dentro?»
Ferretti rimase in silenzio per due secondi.
«Posizioni operative di reparti italiani all’estero. Rotte di trasporto militare. Identità di personale sotto copertura.»
Era esattamente ciò che l’agente aveva descritto.
«È stato piazzato.»
«Spero che tu abbia ragione.»
«Lei mi conosce da quindici anni.»
«Proprio per questo ti sto chiamando prima che arrivino loro.»
Mi voltai lentamente verso mio padre.
«Loro chi?»
La risposta arrivò come una sentenza.
«Il Nucleo investigativo militare ha appena ricevuto l’ordine di fermarti.»
Il generale fece una pausa.
«Ma c’è qualcosa di peggio.»
Strinsi il telefono.
«Cosa?»
«L’accesso all’archivio risulta autenticato con le tue credenziali personali.»
«Possono essere state copiate.»
«Non solo quelle.»
La sua voce diventò quasi un sussurro.
«Hanno la tua impronta digitale.»
Guardai la mia mano.
Poi ricordai improvvisamente una cosa.
Tre settimane prima mia madre mi aveva chiesto di aiutarla ad aprire una vecchia cassaforte di famiglia dotata di lettore biometrico.
Avevo appoggiato il pollice sul sensore.
Una volta.
Solo una volta.
Mio padre capì dal mio viso.
«Beatrice?»
Sollevai lentamente gli occhi verso di lui.
«Non stavano preparando tutto questo da undici anni.»
Chiusi la chiamata.
«Mia madre ha preso la mia impronta tre settimane fa.»
L’agente impallidì.
Mio padre guardò il registro.
Poi la porta del Box 17.
«Allora Elena non è fuggita perché abbiamo scoperto il piano.»
Si avvicinò al tavolo e indicò una seconda annotazione sotto il mio numero di servizio.
FASE FINALE — ORE 21:00.
Guardai l’orologio.
20:34.
Mancavano ventisei minuti.
«È fuggita», disse mio padre, «perché il piano è già cominciato.»
Il telefono dell’agente vibrò.
Lesse il messaggio e il suo volto cambiò.
«Abbiamo un problema.»
«Un altro?» chiesi.
Mi mostrò lo schermo.
Una telecamera stradale aveva appena ripreso mia madre mentre saliva su un’auto nera.
Sul sedile accanto a lei sedeva un uomo in uniforme dell’Esercito.
Lo riconobbi immediatamente.
Era uno degli ufficiali che, meno di un’ora prima, aveva portato la bara di mio padre fino alla tomba.
E soprattutto era l’uomo che aveva accesso diretto al sistema capace di revocare tutte le mie credenziali militari.
Mio padre chiuse lentamente il registro.
«Adesso sai perché non potevi tornare a casa.»
Fuori dal deposito, in lontananza, sentimmo delle sirene.
Sempre più vicine.
L’agente guardò verso l’ingresso.
«Come hanno fatto a trovarci?»
Mio padre non rispose.
Io sì.
Abbassai lo sguardo sul mio telefono.
«Non hanno trovato voi.»
Spensi il dispositivo.
«Hanno trovato me.»
**Continua — clicca sulla Parte 4 per leggere il seguito.**







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