Divertimento

Al Funerale Di Mio Padre, Il Becchino Mi Sussurrò: «Tuo Padre Mi Ha Pagato Per Seppellire Una Bara Vuota»

La Cappella San Michele si trovava nella parte più antica del cimitero, lontana dai viali principali e dalle luci delle tombe moderne.

Arrivammo poco dopo le ventuno e trenta usando un’auto che Laura aveva recuperato attraverso un contatto fidato della Polizia.

Nessuno parlò durante il tragitto.

Io continuavo a guardare il telefono criptato.

Per il resto d’Italia ero morta.

La notizia si stava già propagando attraverso i canali interni: il Colonnello Beatrice Moretti, sospettata di alto tradimento, era deceduta durante un tentativo di fuga.

Una storia completa.

Pulita.

Credibile.

E completamente falsa.


«Spegni quello schermo», disse mio padre.

«Voglio sapere cosa stanno dicendo di me.»

«È proprio quello che vogliono.»

Lo guardai.

«Che io legga la mia stessa morte?»

«Che tu reagisca.»

Mia madre, seduta accanto a me con il braccio fasciato alla meglio, parlò senza voltarsi.

«Riccardo ha ragione.»

Lo fissai.

«Questa dev’essere la prima volta in ventidue anni che siete d’accordo su qualcosa.»


Nessuno rispose.

Laura fermò l’auto dietro un muro di cipressi.

«Da qui a piedi.»

La cappella era chiusa da un cancello basso.

Mio padre lo superò per primo.

Sulla facciata di pietra c’era una sola targa.

LORENZO MORETTI
1961–2007

Mio zio.

L’uomo che avevo pianto quando ero ancora ragazza.


Ricordavo perfettamente quel funerale.

Ricordavo mio padre immobile davanti alla bara.

Ricordavo mia madre che mi stringeva la mano.

Due funerali.

Due uomini della stessa famiglia.

E adesso non ero più sicura che nessuno dei due avesse contenuto davvero la verità.

«Dove cerchiamo?» chiesi.

Mio padre aprì il registro nero sulla pagina L-19.

«Archivio fisico: Cappella San Michele.»

Laura illuminò le pareti.


«Non vedo cassette di sicurezza.»

Mia madre si avvicinò alla tomba.

Poi si inginocchiò.

«Perché stai guardando lì?» domandò mio padre.

«Perché Lorenzo odiava le banche.»

Lui rimase immobile.

«Come fai a saperlo?»

Mia madre gli rivolse uno sguardo stanco.

«Perché parlavo con tuo fratello molto più di quanto tu abbia mai saputo.»

Mio padre serrò la mascella.


Laura intervenne prima che potesse rispondere.

«Litigate dopo.»

Elena passò le dita sotto la lastra di marmo.

Sentimmo un piccolo clic.

Una sezione laterale si aprì di pochi centimetri.

Dietro c’era una serratura.

Mio padre guardò la chiave d’ottone che ancora conservavo.

17.

«Prova.»

La infilai.


Entrò perfettamente.

Girò.

Un pannello di marmo scivolò di lato.

All’interno non c’era denaro.

Né un’arma.

C’era una scatola metallica sigillata.

Laura la estrasse.

Sopra era inciso:

R.M. / E.M.

Mio padre e mia madre si guardarono.


«Lorenzo l’aveva preparata per voi», dissi.

Mio padre aprì la scatola.

Dentro trovammo tre oggetti.

Una busta.

Una vecchia chiavetta dati.

E una fotografia.

La presi per prima.

Ritraeva sette persone davanti a una villa.

Riconobbi mio padre.

Mia madre.


Lorenzo.

Un giovanissimo Alessio Ferretti.

Vittorio Serra.

E altri due uomini.

Uno indossava un’uniforme.

L’altro un abito civile.

«Chi sono?»

Mio padre indicò l’uomo in uniforme.

«Generale Carlo Valli.»

«È morto da anni», disse Laura.


«2015.»

Indicò l’altro.

Questa volta fu mia madre a parlare.

«Giulio Manfredi.»

Il nome mi era familiare.

Poi ricordai.

«Industrie Manfredi.»

Uno dei più grandi fornitori privati della difesa italiana.

Mio padre annuì.

«La società compare decine di volte nelle mie indagini.»


Aprii la busta.

Dentro c’era una lettera scritta a mano.

Mio padre riconobbe immediatamente la grafia.

«Lorenzo.»

Cominciai a leggere.

Riccardo,

se stai leggendo queste parole, significa che non sono riuscito a chiudere l’operazione.

Non fidarti della struttura che abbiamo costruito.

Qualcuno l’ha trasformata.

Non fidarti delle prove isolate.

Non fidarti dei ruoli.

La persona che sembra comandare potrebbe essere soltanto quella che qualcuno vuole farti vedere.

Guardai mia madre.

Lei non disse nulla.

Continuai.

Elena conosce una parte.

Tu ne conosci un’altra.

Alessio custodisce la terza.

Nessuno di voi possiede l’intero quadro.

È stato intenzionale.

Se uno di voi venisse compromesso, gli altri potrebbero ancora completare il lavoro.

Mio padre mi strappò quasi la lettera dalle mani.

«Alessio?»

«Ferretti», disse Laura.

Mia madre chiuse gli occhi.

«Ecco perché ha copiato l’Archivio 7C.»

«Perché?» chiesi.

«Perché custodiva la sua parte.»

Continuammo a leggere.

Il vero obiettivo non è vendere segreti militari.

Quelli sono il mezzo.

La rete manipola contratti, operazioni e informazioni per creare emergenze controllate, spostare fondi e arricchire società private attraverso crisi che essa stessa contribuisce a provocare.

Se volete trovare chi comanda davvero, non seguite il denaro che entra.

Seguite il denaro che viene autorizzato dopo ogni crisi.

Sentii mio padre inspirare lentamente.

«Contratti d’emergenza.»

Laura capì immediatamente.

«Appalti senza gara.»

Mia madre annuì.

«Equipaggiamento, sicurezza privata, logistica, sistemi di comunicazione.»

Guardai la fotografia.

«Industrie Manfredi.»

«Non solo loro», disse mio padre.

«Ma potrebbero essere il centro.»

Sotto la firma di Lorenzo c’era un’ultima frase.

Quando sarete pronti, aprite il file ORFEO.

Laura inserì la chiavetta nel computer isolato che teneva nello zaino.

Comparve una cartella protetta.

ORFEO.

Password richiesta.

«Quale password?» chiesi.

Mio padre osservò la fotografia.

Poi guardò la tomba.

«Lorenzo usava sempre la stessa domanda.»

«Quale?»

«Chi resta quando tutti gli altri se ne vanno?»

Mia madre lo fissò.

«La famiglia.»

Laura digitò.

ACCESSO NEGATO.

Mio padre scosse la testa.

«No.»

Io guardai la lapide.

Chi resta quando tutti gli altri se ne vanno?

Pensai ai funerali.

Alle uniformi.

Alle istituzioni.

Alle persone che avevano tradito.

Poi ricordai una frase che mio zio mi ripeteva da bambina.

«La verità.»

Laura digitò VERITÀ.

Il file si aprì.

Dentro c’erano registrazioni bancarie, ordini, contratti, comunicazioni cifrate.

E una cartella denominata SENTINELLA.

Mio padre la aprì.

Per anni avevamo creduto che Sentinella fosse un sistema creato dalla rete per eliminare i propri nemici.

Non lo era.

Era nato come sistema di controllo creato da Lorenzo, mio padre, mia madre e Ferretti per identificare infiltrati.

Qualcuno lo aveva rubato.

Modificato.

Trasformato nell’arma usata contro di noi.

Laura scorse le revisioni.

«Qui.»

Versione originale: 2004.

Modifica amministratore: 2007.

«L’anno della morte di Lorenzo», dissi.

Aprì il registro.

Utente che aveva modificato il sistema:

G.M.

Giulio Manfredi.

Mia madre impallidì.

«Lorenzo lo aveva scoperto.»

Mio padre continuò a leggere.

Una settimana dopo la modifica, Lorenzo era morto nell’incidente.

«Manfredi lo ha fatto uccidere», disse mio padre.

«Aspetta», intervenni.

«Non facciamo lo stesso errore di prima.»

Tutti mi guardarono.

«Abbiamo una modifica fatta con le sue credenziali. Non significa ancora che fosse lui.»

Mio padre rimase in silenzio.

Poi annuì.

«Hai ragione.»

Fuori dalla cappella sentimmo un motore.

Laura chiuse immediatamente il computer.

Tutti impugnammo le armi.

Un’auto si fermò.

Una sola persona scese.

Passi lenti.

Mio padre si posizionò accanto alla porta.

Io dall’altro lato.

La maniglia si abbassò.

«Se sparate», disse una voce dall’esterno, «almeno aspettate di vedere contro chi.»

Ferretti.

Entrò lentamente con entrambe le mani visibili.

Aveva il volto sporco di sangue.

La camicia strappata.

Nella mano destra teneva una piccola unità dati.

Mio padre gli puntò la pistola contro il petto.

«Fermo.»

Ferretti guardò prima lui.

Poi mia madre.

Poi me.

Quando mi vide, lasciò uscire un respiro.

«Grazie a Dio.»

«Sei sorpreso che sia viva?»

«Sono sorpreso che siano riusciti a convincere mezzo Paese che sei morta.»

«Hai copiato l’Archivio 7C.»

«Sì.»

Laura alzò l’arma.

«Ci hai rinchiusi nella sala server.»

«Sì.»

«Hai ordinato la nostra eliminazione?»

«No.»

Ferretti posò lentamente il dispositivo sul pavimento.

«Ho preso 7C perché sapevo che, appena Riccardo fosse ricomparso, avrebbero cancellato tutto.»

Mio padre non abbassò la pistola.

«Chi?»

Ferretti guardò la chiavetta di Lorenzo.

«Avete trovato ORFEO.»

Non era una domanda.

«Come sapevi che esisteva?» chiesi.

«Perché Lorenzo affidò a me la terza parte.»

La lettera era vera.

Mia madre si avvicinò.

«Allora perché non hai parlato?»

Ferretti rise amaramente.

«Con chi? Con Riccardo, che credeva che tu fossi il capo della rete? Con te, che sospettavi di me? Con Beatrice, che non sapeva nemmeno di essere stata trasformata nel capro espiatorio perfetto?»

Guardò mio padre.

«Lorenzo ci separò perché sapeva che, se avessimo conosciuto l’intero quadro, uno di noi avrebbe potuto tradire gli altri.»

«E qualcuno l’ha fatto», disse mio padre.

«Sì.»

Ferretti indicò il dispositivo sul pavimento.

«Ma non era nessuno dei quattro.»

Laura lo raccolse.

«Che cosa contiene?»

«La copia che ho preso dall’Archivio 7C.»

«Perché rischiare tutto per quella copia?»

Ferretti mi guardò.

«Perché contiene l’ordine originale che ha autorizzato l’Operazione Sentinella contro Beatrice.»

Sentii il cuore accelerare.

«Firmato da chi?»

«Non da Manfredi.»

Silenzio.

«Allora da chi?»

Ferretti prese fiato.

«Da qualcuno che ha accesso sopra il livello di tutti noi.»

Laura collegò il dispositivo.

Aprì il documento.

In cima compariva una firma digitale.

Mio padre la lesse.

Il suo volto cambiò.

«Non può essere.»

Mia madre si avvicinò.

Poi rimase completamente immobile.

Guardai il nome.

Generale Carlo Valli.

L’uomo che ufficialmente era morto nel 2015.

«È morto da undici anni», dissi.

Ferretti scosse lentamente la testa.

«Questo ordine è stato firmato quarantotto ore fa.»

Nessuno parlò.

Poi Laura aprì i metadati.

L’autenticazione non proveniva da un server estero.

Non proveniva da una struttura clandestina.

Era stata effettuata da Roma.

Da una rete governativa ancora attiva.

Mio padre abbassò finalmente la pistola.

«Quindi Valli è vivo.»

Ferretti guardò la fotografia dei sette uomini.

«Oppure qualcuno sta usando la sua identità da undici anni.»

Mia madre si avvicinò allo schermo.

«Possiamo localizzare l’ultimo accesso?»

Laura digitò rapidamente.

Comparvero delle coordinate.

Le riconobbi.

«Non è possibile.»

Mio padre guardò la mappa.

«Che posto è?»

Mi voltai verso di lui.

«Il Palazzo di Comando dove lavoro.»

Ferretti annuì.

«E c’è di più.»

Aprì un secondo file.

Domani mattina, alle otto, Giulio Manfredi avrebbe partecipato a una riunione riservata proprio in quell’edificio.

Con alti ufficiali.

Funzionari governativi.

E dirigenti della difesa.

Mio padre capì prima degli altri.

«La rete si riunisce.»

Ferretti scosse la testa.

«No.»

Ingrandì l’ordine del giorno.

«Domani mattina approveranno un contratto d’emergenza da oltre due miliardi di euro.»

Il beneficiario principale era Industrie Manfredi.

Finalmente vedevo il disegno completo.

Creavano crisi.

Manipolavano informazioni.

Eliminavano chi scopriva il sistema.

Poi trasformavano il caos in contratti.

E avevano usato me per seppellire le tracce.

Guardai la mia fotografia nell’avviso di morte ancora aperto sul telefono.

Poi guardai gli altri.

«Credono che io sia morta.»

Ferretti annuì.

«Per loro sei fuori dal gioco.»

Presi la chiavetta ORFEO.

«Allora domani mattina entrerò nel mio comando.»

Mio padre mi fissò.

«Beatrice, se ti riconoscono prima che abbiamo le prove davanti alle persone giuste—»

«Non entrerò come Colonnello Moretti.»

Guardai il documento che annunciava la mia morte.

«Entrerò come la donna che hanno già sepolto.»

E per la prima volta vidi nei loro occhi qualcosa che fino a quel momento era appartenuto soltanto ai nostri nemici.

La paura di ciò che sarebbe successo quando il fantasma che avevano creato avrebbe varcato la loro porta.

**Continua — clicca sulla Parte 8 per leggere il seguito.**

No comments yet