Divertimento

Al Funerale Di Mio Padre, Il Becchino Mi Sussurrò: «Tuo Padre Mi Ha Pagato Per Seppellire Una Bara Vuota»

Il timer scendeva.

00:14:31.

Laura staccò fisicamente il cavo di rete dal terminale.

Lo schermo rimase acceso.

Il conto alla rovescia continuò.

«Non dipende più da questo sistema», disse.

Mia madre si strinse la manica insanguinata contro il braccio.

«È un protocollo esterno.»

«Che cosa succede allo zero?» chiesi.

Nessuno rispose subito.


«Elena.»

Lei mi guardò.

«Dipende da quale versione di Sentinella hanno attivato.»

«Quante versioni esistono?»

«Tre.»

Mio padre chiuse il registro nero.

«Sorveglianza, contenimento ed eliminazione.»

Guardai la parola sul monitor.

ELIMINAZIONE.

«Allora direi che possiamo escludere le prime due.»


Laura controllò la porta.

«Dobbiamo uscire.»

«Aspetta», disse mio padre.

Indicò il timer.

«Se l’ordine è stato trasmesso alle squadre, fuggire senza sapere da dove arrivano significa solo morire altrove.»

Mia madre annuì.

Era inquietante vederli improvvisamente d’accordo.

«Sentinella non funzionava tramite squadre casuali», disse. «Ogni obiettivo veniva assegnato a una cellula già vicina.»

«Quanto vicina?»

Un colpo sordo arrivò dal piano superiore.


Poi un secondo.

Laura sollevò la pistola.

«Abbastanza.»

Le luci si spensero.

Questa volta anche quelle di emergenza.

Rimanemmo nel buio totale.

Una voce automatica annunciò:

«Anomalia tecnica. Evacuazione sospesa.»

«Evacuazione sospesa?» sussurrai.

Laura accese una torcia.


«Hanno bloccato l’edificio.»

Mio padre prese la scheda di memoria dal terminale e la infilò in tasca.

«Uscita di manutenzione.»

«Quella principale è dall’altra parte della struttura», disse Laura.

Mia madre scosse la testa.

«No. C’è un condotto verticale dietro la sala di alimentazione.»

Mio padre si voltò verso di lei.

«Come fai a sapere anche questo?»

«Perché ho fatto installare io metà dei sistemi.»

«Naturalmente.»


Per la prima volta vidi qualcosa attraversare il volto di mio padre.

Non rabbia.

Umiliazione.

Per ventidue anni aveva creduto di essere l’uomo che osservava tutto dall’ombra.

Ora scopriva che molte delle ombre erano state costruite da sua moglie.

«Muoviamoci», dissi.

Attraversammo la porta.

Il corridoio era illuminato solo dalla torcia di Laura.

00:12:47.

Il timer continuava sul piccolo display del suo dispositivo.


Poi udimmo passi.

Non di corsa.

Regolari.

Professionali.

Tre persone, forse quattro.

Laura ci spinse dentro una sala tecnica.

«Spengo la torcia.»

Buio.

I passi passarono lentamente davanti alla porta.

Una voce maschile parlò nella radio.


«Settore B pulito. Procediamo verso i server.»

Conoscevo quel modo di comunicare.

Non erano sicari improvvisati.

«Militari», sussurrai.

Mio padre annuì.

«O ex militari.»

Mia madre scosse la testa.

«No.»

«Come fai a esserne sicura?»

«Perché riconosco la voce.»


Rimanemmo immobili.

«Chi è?»

Lei aspettò che i passi si allontanassero.

«Maggiore De Santis.»

Lo conoscevo.

Sicurezza interna.

Aveva partecipato personalmente all’ultima revisione del mio nulla osta.

«È uno degli uomini di Ferretti?»

«Non lo so», rispose mia madre.

«Questa risposta comincia a diventare fastidiosa.»


Mi guardò.

«Beatrice, la rete non è una catena di comando normale. È stata costruita apposta perché nessuno conoscesse tutti gli altri.»

«Tranne te.»

«Nemmeno io.»

Mio padre rise amaramente.

«Comodo.»

Mia madre gli si avvicinò.

«Tu credi ancora che io abbia organizzato tutto questo.»

«Hai puntato una pistola contro di noi.»

«Per impedire a Conti di portare via il registro.»


Laura fece un passo avanti.

«Sarebbe bastato parlare.»

«Non sapevo se tu fossi ancora affidabile.»

«E adesso?»

Mia madre guardò il nome di Laura sul timer.

«Adesso qualcuno vuole morta anche te.»

«Che rassicurazione.»

00:11:03.

Riprendemmo a muoverci.

Arrivammo alla sala di alimentazione.

Mia madre indicò una grata dietro due armadi elettrici.

Laura la rimosse.

Dietro c’era un condotto largo abbastanza per passare uno alla volta.

«Dove porta?»

«Garage sotterraneo.»

«E da lì?»

«Tunnel di servizio.»

Mio padre entrò per primo.

Laura lo seguì.

Stavo per entrare quando mia madre mi afferrò.

«Beatrice.»

Mi voltai.

«Che c’è?»

«Se ci separiamo, non consegnare il registro a nessuno.»

«Nemmeno alla Polizia?»

«A nessuno.»

«Nemmeno a Ferretti.»

I suoi occhi cambiarono.

«Soprattutto non a Ferretti.»

«Sai qualcosa che non ci hai detto.»

«So troppo e troppo poco.»

«Non basta.»

«Lo so.»

Dal corridoio arrivò una voce.

«Sala alimentazione!»

Mia madre mi spinse verso il condotto.

«Vai.»

Entrammo.

Dietro di noi sentii la porta aprirsi.

Poi uno sparo.

La pallottola colpì il metallo a pochi centimetri dalla mia scarpa.

Strisciai più velocemente.

Il condotto scendeva quasi verticalmente negli ultimi metri.

Mio padre aprì una botola.

Scendemmo nel garage.

00:08:54.

«Veicolo?» chiese Laura.

«Nessuno che non possano tracciare», rispose mio padre.

Mia madre indicò una fila di motociclette di servizio.

«Quelle.»

La guardai.

«Tu sai guidarne una?»

«Tuo padre non è l’unico ad aver avuto una vita prima di diventare genitore.»

Non era il momento, ma quasi risi.

Quasi.

Poi udimmo l’ascensore del garage muoversi.

«Stanno scendendo.»

Laura trovò le chiavi in un armadietto tecnico.

Due moto.

«Due per mezzo.»

Mio padre salì dietro Laura.

Io guardai mia madre.

«Con me.»

Partimmo pochi secondi prima che le porte dell’ascensore si aprissero.

Attraversammo il tunnel di servizio.

Dietro di noi risuonarono colpi.

Uno specchietto esplose.

Mia madre si abbassò.

«A sinistra!»

Sterzai.

Il tunnel si divideva.

Prendemmo una rampa stretta che sbucava in una strada secondaria.

Per un minuto nessuno ci seguì.

Laura rallentò vicino a un sottopasso abbandonato.

«Timer.»

00:06:12.

Mio padre estrasse il telefono criptato.

«Dobbiamo capire cosa succede allo zero.»

Mia madre gli strappò quasi il dispositivo dalle mani.

«C’è un codice di diagnostica.»

Digitò una sequenza.

Sul display comparvero quattro righe.

OBIETTIVI LOCALIZZATI.

COPERTURA GIUDIZIARIA PRONTA.

RECUPERO PROVE AUTORIZZATO.

EVENTO TERMINALE: 21:10.

Guardai l’orologio.

21:03.

«Evento terminale.»

Laura impallidì.

«Non indica un’esecuzione.»

«Cosa indica?» chiese mio padre.

Lei lesse ancora.

Poi sollevò gli occhi.

«Una morte ufficiale.»

Non capii.

«Spiegati.»

«Per rendere credibile l’eliminazione, Sentinella prepara prima la causa.»

Scorse altre righe.

«Incidente. Fuga. Conflitto a fuoco. Suicidio.»

Il mio stomaco si chiuse.

«Per noi quale hanno scelto?»

Laura aprì il dettaglio.

Sul display apparve:

MORETTI BEATRICE — FUGA ARMATA / DECESSO DURANTE ARRESTO.

MORETTI RICCARDO — COMPLICE / DECESSO.

CONTI LAURA — CORRUZIONE / CONFLITTO A FUOCO.

MORETTI ELENA — VITTIMA DELLA RETE.

Rimasi immobile.

Mia madre impallidì più di tutti.

«Io sarei la vittima?»

Mio padre la fissò.

«Perché?»

«Perché qualcuno vuole lasciarmi viva.»

Quelle parole furono peggiori di una condanna.

«Chi?» chiesi.

Lei non rispose.

Il dispositivo emise un segnale.

00:04:39.

Poi arrivò un messaggio.

Senza mittente.

ELENA. CONSEGNA IL REGISTRO E TUA FIGLIA VIVE.

Mia madre chiuse gli occhi.

Mio padre lesse sopra la sua spalla.

«Quindi sanno che è ancora con noi.»

«Sanno tutto.»

Laura guardò la strada.

«No. Se sapessero tutto, non chiederebbero il registro. Verrebbero a prenderlo.»

Mio padre annuì.

«Significa che non sanno dove siamo.»

Guardai il messaggio.

«E vogliono che mamma risponda.»

Lei non lo fece.

Poi il telefono squillò.

Numero anonimo.

Nessuno parlò.

Mia madre accettò la chiamata e mise il vivavoce.

«Elena.»

La voce era modificata elettronicamente.

«Hai quattro minuti.»

Mia madre rimase fredda.

«Voglio parlare con chi comanda.»

«Ci stai parlando.»

«No.»

La sua risposta arrivò senza esitazione.

«La persona che ha costruito questa operazione non usa un filtro vocale.»

Silenzio.

Mio padre mi guardò.

La voce tornò.

«Consegna il registro.»

«Prima dimmi dov’è Alessio Ferretti.»

«Non è più un problema tuo.»

Mia madre sorrise appena.

«Allora è vivo.»

La chiamata si interruppe.

Laura la fissò.

«Hai dedotto questo da una frase?»

«Se fosse morto, me lo avrebbero detto. Avrebbero usato la sua morte per spaventarmi.»

Mio padre cominciò a camminare avanti e indietro.

«Ferretti ha copiato l’Archivio 7C. Ci ha rinchiusi. Poi è sparito.»

«Forse qualcuno lo ha costretto», dissi.

Mio padre si fermò.

«O forse stava cercando qualcosa.»

Laura guardò la scheda di memoria.

«Il video di Lorenzo.»

Mia madre annuì lentamente.

«L’Archivio 7C non contiene solo identità operative.»

«Che altro contiene?»

«Copie storiche delle autorizzazioni speciali.»

Mio padre la guardò.

«Di quanto indietro?»

«Almeno venticinque anni.»

Il volto di mio padre cambiò.

«Lorenzo.»

Mia madre annuì.

«Se Ferretti ha preso 7C, forse cercava il fascicolo relativo alla morte di Lorenzo.»

«Per dimostrare chi lo ha ucciso?»

«O per cancellarlo.»

00:02:26.

Laura guardò il timer.

«Dobbiamo fare qualcosa adesso.»

Mio padre aprì il registro.

Sfogliò rapidamente le pagine.

Poi si fermò.

«Aspettate.»

Indicò una voce scritta a mano.

L-19.

STATO: NON CHIUSO.

ARCHIVIO FISICO: CAPPELLA SAN MICHELE.

Guardai mio padre.

«Cos’è?»

Lui sembrava confuso quanto me.

Mia madre no.

«La cappella.»

«Quale cappella?»

«Dove è sepolto Lorenzo.»

Il sangue mi si gelò.

«Avevi detto che morì in un incidente.»

«È quello che risultava.»

Mio padre strappò quasi il registro dalle mani di mia madre.

«Perché non mi hai mai detto di questo codice?»

«Perché non l’avevo mai visto.»

Laura controllò la posizione.

«La Cappella San Michele è a dodici minuti.»

«Non li abbiamo.»

00:01:39.

Il dispositivo emise un altro segnale.

Poi il timer scomparve.

Al suo posto comparve:

EVENTO TERMINALE ANTICIPATO.

00:00:30.

«Ci hanno trovati», disse Laura.

Guardai la strada.

Nessun veicolo.

Nessuna sirena.

Nessun uomo armato.

«No.»

Mio padre alzò lentamente gli occhi verso il cavalcavia sopra di noi.

Una telecamera di sicurezza si stava girando.

Direttamente verso di noi.

00:00:12.

Mia madre afferrò il telefono criptato.

«Correte!»

Scattammo verso il tunnel.

Cinque.

Quattro.

Tre.

Un boato esplose alle nostre spalle.

L’onda d’urto mi scaraventò a terra.

Le motociclette furono avvolte dalle fiamme.

Per qualche secondo non sentii nulla.

Solo un fischio acuto.

Laura mi tirò in piedi.

Mio padre tossiva accanto al muro.

«Elena!»

Mi voltai.

Mia madre era a terra.

Corsi da lei.

Era cosciente.

«Sto bene.»

Non stava bene, ma respirava.

Sul telefono criptato, incredibilmente ancora acceso, comparve una notifica.

EVENTO COMPLETATO.

STATO UFFICIALE AGGIORNATO.

Laura aprì la schermata.

Poi mi guardò.

«Beatrice.»

«Cosa?»

Mi porse il dispositivo.

Sul sistema nazionale risultava già pubblicato un avviso urgente.

COLONNELLO BEATRICE MORETTI — DECEDUTA DURANTE UN TENTATIVO DI FUGA.

Sotto compariva la mia fotografia.

Orario del decesso: 21:10.

Guardai l’orologio.

21:10.

Ero viva.

Ma per lo Stato italiano ero appena morta.

Mio padre si avvicinò.

«Adesso abbiamo un vantaggio.»

Lo fissai incredula.

«Mi hanno appena dichiarata morta.»

«Esatto.»

Guardò verso la strada.

«Per la prima volta da quando è iniziata questa storia, credono di sapere dove sei.»

Aprì il registro sulla pagina con il codice L-19.

«E si sbagliano.»

Mia madre si rialzò con fatica.

«Andiamo alla tomba di Lorenzo.»

«Perché?»

Lei indicò la nota.

«Perché se tuo zio ha lasciato qualcosa lì dentro, potrebbe essere l’unica prova che nessuno ha ancora avuto il tempo di cancellare.»

Presi il registro.

Poi guardai ancora una volta la mia fotografia accanto alla parola DECEDUTA.

Qualcuno aveva trascorso anni a costruire la mia colpa.

Adesso aveva commesso un errore.

Mi aveva trasformata in un fantasma.

E un fantasma poteva arrivare dove il Colonnello Beatrice Moretti non sarebbe mai riuscita ad arrivare.

**Continua — clicca sulla Parte 7 per leggere il seguito.**

No comments yet