Quelle parole mi immobilizzarono sulla soglia.
«Stavo già preparando qualcosa per lasciarti andare.»
Giulia entrò nell'appartamento senza voltarsi. Io rimasi nel corridoio per qualche secondo, con la sensazione che tutto ciò che credevo di sapere sugli ultimi mesi del nostro matrimonio stesse cambiando forma davanti ai miei occhi. Avrei potuto andarmene. Forse avrei dovuto. Ma quando la vidi appoggiare una mano al muro per sostenersi mentre si toglieva le scarpe, entrai e chiusi piano la porta.
L'appartamento era minuscolo. Un soggiorno con angolo cottura, un divano consumato, un tavolo per due. Nessuna fotografia alle pareti. Nessuno dei piccoli oggetti con cui Giulia trasformava qualsiasi stanza in una casa. Sembrava un posto scelto per restarci il meno possibile.
Sul tavolo c'erano scatole di medicinali, bottiglie d'acqua e una pila di documenti.
«Vivi qui da sola?»
«Sì.»
«E quando fai le terapie?»
Giulia posò la cartellina dell'ospedale sul tavolo.
«Me la cavo.»
«Non ti ho chiesto questo.»
Si voltò lentamente.
«Che cosa vuoi sentirti dire, Andrea? Che torno qui dopo il trattamento e qualche volta vomito per ore? Che ci sono mattine in cui impiego dieci minuti per arrivare dal letto al bagno? Che una vicina mi porta la spesa quando non riesco a uscire?»
Ogni frase mi colpì come qualcosa di fisico.
«La tua famiglia lo sa?»
Giulia abbassò gli occhi.
Conoscevo la situazione. Sua madre era morta quando lei aveva ventidue anni. Suo padre viveva in Puglia e i rapporti tra loro erano diventati distanti negli anni.
«Papà sa che ho dei problemi di salute. Non sa tutto.»
«Perché?»
«Perché ha settantadue anni e problemi cardiaci. Non posso chiedergli di attraversare l'Italia per guardarmi stare male.»
«E allora hai deciso di farlo completamente da sola?»
«Non sono completamente sola.»
«Hai appena detto che una vicina ti porta la spesa.»
«E questo dovrebbe autorizzarti a interrogarmi?»
Il tono non era alto, ma finalmente c'era rabbia.
La meritavo.
«No», dissi. «Ma voglio capire quella lettera.»
Giulia chiuse gli occhi per qualche secondo.
«Non oggi.»
«Tre settimane prima che chiedessi il divorzio sei andata da un avvocato per rinunciare a pretese patrimoniali in caso di grave malattia. Non puoi aspettarti che faccia finta di non averlo visto.»
«Non ti sto chiedendo niente.»
«È proprio questo il problema!»
La mia voce riempì la stanza.
Giulia sussultò.
Me ne pentii immediatamente.
Abbassai il tono.
«Non mi hai chiesto niente allora. Non mi chiedi niente adesso. Perché?»
Lei si sedette sul divano.
Per un lungo momento osservò le proprie mani.
«Perché dopo il secondo aborto spontaneo ho cominciato a pensare che fossi rimasto con me per senso di responsabilità.»
«Non è vero.»
«Lasciami finire.»
Tacqui.
«Ti vedevo tornare sempre più tardi. Ti vedevo mangiare davanti al computer. Quando entravo in una stanza, a volte trovavi improvvisamente qualcosa da fare. Non ti sto accusando. Anch'io mi ero chiusa. Ma sentivo che entrambi stavamo soffocando.»
Si fermò per riprendere fiato.
«Poi iniziai a stare male. Il medico mi disse che gli esami erano preoccupanti. Non parlò subito di leucemia, ma disse che servivano controlli urgenti.»
«E sei andata dall'avvocato.»
Giulia annuì.
«Volevo sapere cosa sarebbe successo se fossi stata gravemente malata durante una separazione. Volevo assicurarmi che tu non fossi costretto a sostenere spese o obblighi economici soltanto perché ero diventata malata prima della fine del matrimonio.»
La fissai incredulo.
«Stavi cercando di proteggere me?»
«Stavo cercando di non diventare un altro peso.»
Mi alzai di scatto.
«Non eri un peso.»
Giulia sorrise amaramente.
«Non lo ero?»
Non riuscii a rispondere subito.
E quel silenzio fu la risposta peggiore.
Mi avvicinai alla finestra. Fuori, Milano continuava indifferente: motorini, autobus, persone che tornavano dal lavoro. Due mesi prima avevo creduto che il divorzio avrebbe liberato entrambi da qualcosa che non funzionava più. Ora cominciavo a chiedermi quanto di quella convinzione fosse stato costruito sulla mia incapacità di guardare davvero la donna che avevo accanto.
«C'è qualcos'altro che non mi stai dicendo», dissi.
Giulia irrigidì le spalle.
Lo vidi.
«Andrea, basta.»
«Quella lettera parla di tutela del coniuge. Ma se volevi soltanto informarti, perché c'è scritto rinuncia volontaria a pretese patrimoniali?»
Lei si alzò.
«Devi andare.»
«Giulia.»
«Sono stanca.»
Feci un passo verso di lei, poi mi fermai.
Aveva ragione. Non potevo entrare dopo due mesi di silenzio e pretendere tutte le risposte in un pomeriggio.
Presi la giacca.
«Domani posso accompagnarti in ospedale?»
«No.»
«Quando hai la prossima terapia?»
«Andrea.»
«Va bene.»
Raggiunsi la porta.
Prima di uscire mi voltai.
«Ma non sparirò di nuovo.»
Giulia non rispose.
Tornai nel mio appartamento poco dopo le nove. Non accesi nemmeno la televisione. Rimasi seduto sul letto ripensando a ogni dettaglio di quella giornata.
Poi ricordai qualcosa.
Durante il divorzio, il mio avvocato aveva fatto un commento che allora mi era sembrato irrilevante.
Sua moglie ha rinunciato praticamente a tutto. È insolito.
Presi il telefono.
Chiamai l'avvocato.
«Andrea?» rispose dopo alcuni squilli. «È successo qualcosa?»
«Ho bisogno di sapere una cosa sul divorzio.»
Ci fu una breve pausa.
«Dimmi.»
«Giulia aveva presentato qualche documento particolare prima dell'accordo? Qualcosa che io non ho visto?»
Dall'altra parte calò il silenzio.
«Perché me lo chiedi adesso?»
Mi si strinse lo stomaco.
«Perché oggi ho scoperto che era già malata quando abbiamo divorziato.»
Un altro silenzio.
Più lungo.
«Andrea», disse infine l'avvocato, «pensavo che lo sapessi.»
Mi alzai lentamente dal letto.
«Sapessi cosa?»
Sentii dei fogli muoversi dall'altra parte della linea.
«Giulia non si limitò a rinunciare alle richieste economiche. Una settimana prima della firma definitiva depositò una dichiarazione separata.»
«Che dichiarazione?»
L'avvocato esitò.
«Una disposizione riguardante un conto che risultava intestato a entrambi.»
Aggrottai la fronte.
«Non abbiamo mai avuto un conto cointestato oltre a quello delle spese domestiche.»
«Non sto parlando di quello.»
Il mio cuore accelerò.
«Allora di quale conto stai parlando?»
L'avvocato pronunciò una cifra.
Per qualche secondo pensai di aver capito male.
«Quanto?»
Ripeté l'importo.
Quasi centoventimila euro.
Mi appoggiai al muro.
«È impossibile.»
«Il conto esisteva. E Giulia ha dichiarato che l'intera somma doveva rimanere a te.»
«Io non ho mai visto quei soldi.»
«Perché il trasferimento non è stato completato.»
«Per quale motivo?»
Dall'altra parte sentii nuovamente il fruscio delle carte.
Poi l'avvocato disse qualcosa che mi fece dimenticare persino di respirare.
«Perché tre giorni prima della conclusione del divorzio, Giulia tornò nel mio studio e bloccò tutto.»
«Perché?»
«Non me lo disse. Ma lasciò una busta sigillata con istruzioni precise.»
«Quali istruzioni?»
La risposta arrivò lentamente.
«Che avrei dovuto consegnartela soltanto se lei fosse morta.»







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