Divertimento

Due Mesi Dopo Il Divorzio, Trovai La Mia Ex Moglie In Ospedale… Poi Scoprii Il Segreto Che Aveva Nascosto Per Me

«Settimane prima?»

Giulia non rispose immediatamente. Dietro di noi gli agenti accompagnavano Riccardo Valli verso l'uscita del cantiere. Io avrei dovuto sentirmi sollevato perché Giulia era accanto a me, viva. Invece continuavo a vedere mio padre seduto nel bar quella mattina mentre mi raccontava di essere stato costretto a sparire dopo la caduta.

Se la registrazione era autentica, mi aveva mentito ancora.

«Voglio ascoltarla.»

Giulia si strinse il cappotto addosso.

«Non ce l'ho qui.»

«È nella busta?»

«Sì.»

«Come l'hai ottenuta?»

Abbassò lo sguardo.

«Da Riccardo.»

Mi voltai verso l'uomo che gli agenti stavano portando via.

«Da lui?»

«Tre giorni prima che il divorzio diventasse definitivo mi contattò. Mi disse che tua madre e Franco mi stavano usando.»

«E gli hai creduto?»

«No. Per questo accettai di incontrarlo.»

Sentii la rabbia mescolarsi alla paura.

«Hai incontrato l'uomo che credevi avesse cercato di uccidere mio padre senza dirmelo?»

Giulia mi guardò con gli occhi lucidi.

«In quel momento non sapevo più chi stesse dicendo la verità.»

Non potevo perdonare quella scelta, ma cominciavo a comprenderla. Da tre anni Giulia era intrappolata tra persone che le consegnavano soltanto pezzi di verità.

Come me.

L'ispettore Bassi ci raggiunse.

«Signora Conti, dobbiamo riportarla in ospedale.»

«Prima voglio andare dall'avvocato», dissi.

Bassi scosse la testa.

«Prima lei torna al Policlinico. Poi parleremo dei documenti.»

Giulia non protestò. Era diventata pallidissima.

Durante il tragitto le tenni la mano. Questa volta non la ritirò.

«Perché sei uscita dall'ospedale con Valli?»

«Mi aveva chiamata dicendo di avere un documento originale che poteva dimostrare chi aveva falsificato la tua firma. Pensavo che se l'avessi consegnato alla polizia, tutto sarebbe finito.»

«E invece?»

«Quando sono salita in macchina mi ha preso il telefono. Poi ha capito che non avevo con me la chiave.»

«Quindi ti ha trattenuta.»

«Sì.»

«Perché al cantiere sembrava quasi aspettare la polizia?»

Giulia rimase pensierosa.

«Forse perché voleva essere arrestato.»

Quella possibilità mi accompagnò fino all'ospedale.

Mentre Giulia veniva visitata, Bassi mi fece sedere in una piccola sala.

Mio padre e mia madre arrivarono venti minuti dopo.

Appena Franco entrò, mi alzai.

«Hai organizzato la tua scomparsa prima dell'incidente?»

Si fermò.

Mia madre lo guardò.

«Andrea, chi te l'ha detto?»

«Giulia ha una registrazione.»

Il volto di mio padre si svuotò.

Quella reazione bastò.

«È vero.»

Franco si sedette lentamente.

«In parte.»

Risi amaramente.

«Ogni volta è in parte.»

«Avevo scoperto la frode settimane prima. Sapevo che prima o poi avrebbero capito che avevo copiato i documenti. Preparai una via d'uscita.»

«Quindi l'incidente era finto?»

«No.»

Mi guardò.

«Quello non faceva parte del piano.»

Secondo lui, aveva preparato documenti falsi e denaro per sparire nel caso fosse stato minacciato. Riccardo lo aveva scoperto e lo aveva affrontato sul cantiere. Litigarono.

«Mi afferrò», disse Franco. «Io persi l'equilibrio.»

«Ti ha spinto oppure no?»

Mio padre esitò.

«Non lo so.»

Rimasi incredulo.

Per sette anni aveva trasformato un ricordo confuso in una certezza.

«E i centoventimila?»

Franco abbassò gli occhi.

«Facevano parte del denaro che avevo preparato.»

«Quindi non erano un'eredità.»

«Volevo che diventassero tuoi.»

«Dopo aver falsificato la mia firma?»

Mia madre si voltò verso di lui.

«Franco?»

Fu allora che capii.

Lei non lo sapeva.

Mio padre si passò entrambe le mani sul volto.

«La firma serviva a separare legalmente Andrea dalla società.»

«Usando il mio nome senza permesso.»

«Per proteggerti.»

«Smettetela tutti di usare quella parola!»

La mia voce rimbombò nella stanza.

«Giulia mi ha nascosto tutto per proteggermi. Mamma ha mentito per proteggermi. Tu sei rimasto morto per sette anni per proteggermi. E sapete cosa avete fatto davvero? Mi avete tolto il diritto di scegliere.»

Nessuno rispose.

Un'infermiera apparve sulla porta.

«Andrea? Giulia la sta chiedendo.»

Entrai nella sua stanza.

Era sveglia.

Mi sedetti accanto a lei.

«Avevi ragione», dissi.

«Su cosa?»

«Non conoscevo tutta la verità.»

Giulia guardò il soffitto.

«Nemmeno io.»

Poi infilò una mano sotto il cuscino e tirò fuori un piccolo foglio piegato.

«Prima che Riccardo mi prendesse il telefono, sono riuscita a scrivere questo.»

Era un numero.

«Cos'è?»

«Il codice del deposito.»

«Quello di Lambrate?»

Annuii.

«Lì ci sono i documenti?»

«Una parte.»

La guardai.

«E il resto?»

«Nella busta dell'avvocato.»

«Voglio aprirla.»

«Non puoi.»

«Cambierai le istruzioni.»

Giulia rimase in silenzio.

«Perché dovrebbe essere aperta soltanto dopo la tua morte?»

Le sue dita strinsero il lenzuolo.

«Perché quando l'ho preparata non sapevo se sarei sopravvissuta alle cure.»

«Non dire così.»

«Andrea.»

La sua voce era calma.

«Devo dirlo.»

Sentii gli occhi bruciare.

«Allora cambiale. Domani andiamo dall'avvocato insieme.»

Giulia mi guardò a lungo.

«Va bene.»

Fu una parola semplice.

Eppure, per la prima volta dopo mesi, sentii che avevamo preso una decisione insieme.

La mattina successiva, con il permesso dei medici e accompagnati da Bassi, raggiungemmo lo studio dell'avvocato.

La busta venne posata davanti a noi.

Giulia firmò l'autorizzazione.

L'avvocato ruppe il sigillo.

Dentro c'erano una chiavetta USB, alcune fotografie, copie di movimenti bancari e una lettera indirizzata a me.

Bassi inserì la chiavetta nel computer.

Comparvero diversi file audio.

Uno portava una data di sette anni prima.

Premette play.

All'inizio sentimmo soltanto rumori indistinti.

Poi la voce di Riccardo.

«Se fai questa cosa, non puoi tornare indietro.»

La voce di mio padre rispose:

«Non ho scelta.»

Riccardo disse qualcosa che mi fece gelare.

«E tuo figlio?»

Seguì un lungo silenzio.

Poi Franco pronunciò chiaramente:

«Andrea non deve sapere che la società è anche sua.»

Guardai mio padre.

Ma la registrazione continuava.

Riccardo parlò ancora.

«Prima o poi scoprirà chi ha messo il suo nome nei documenti.»

Franco rispose:

«Non se Elena mantiene la promessa.»

Mi voltai lentamente verso mia madre.

Lei era diventata bianca.

«Quale promessa?» domandai.

Nessuno rispose.

Fu Giulia ad allungare la mano verso una delle fotografie contenute nella busta.

La osservò.

Poi me la porse.

Mostrava mio padre, mia madre e Riccardo davanti a un notaio.

Sul retro c'era una data.

Il giorno della mia nascita.

Sotto, scritto a penna, compariva il nome della società.

E accanto al mio nome c'era una percentuale.

51%.

Sollevai gli occhi.

«Perché possedevo la maggioranza di una società dal giorno in cui sono nato?»

Mia madre cominciò a piangere.

«Perché la società non era di tuo padre.»

La guardai senza capire.

Elena si portò una mano alla bocca.

Poi terminò la frase che aveva nascosto per trentaquattro anni.

«Era mia.»

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