Divertimento

Due Mesi Dopo Il Divorzio, Trovai La Mia Ex Moglie In Ospedale… Poi Scoprii Il Segreto Che Aveva Nascosto Per Me

«Come fai a sapere della busta?»

Dall'altra parte della linea mia madre smise di respirare per un istante. O almeno così mi sembrò. Intorno a me il corridoio del Policlinico continuava a riempirsi e svuotarsi, ma io non vedevo più nessuno.

«Mamma.»

«Andrea, ascoltami. Non è una conversazione da fare al telefono.»

«Sei stata tu a chiamarmi.»

«Perché avevo bisogno di avvertirti.»

«Di cosa? Di Giulia?»

«No.»

La risposta arrivò troppo velocemente.

«Allora di cosa?»

Silenzio.

Sentii una porta chiudersi dall'altra parte.

«Tua moglie ha trovato qualcosa che non avrebbe dovuto trovare.»

«Ex moglie.»

Mi pentii immediatamente di averlo precisato.

Mia madre non disse nulla per qualche secondo.

«Sì», rispose infine. «La tua ex moglie.»

«Che cosa ha trovato?»

«Devo parlarti di persona.»

«Sei in Svizzera.»

«Non più.»

Mi irrigidii.

«Dove sei?»

«Milano.»

La telefonata terminò con una promessa: ci saremmo incontrati la mattina seguente in un bar vicino a Porta Garibaldi.

Quando tornai nella stanza di Giulia, lei dormiva. Rimasi sulla sedia accanto al letto senza svegliarla. Guardandola, continuavo a chiedermi quante conversazioni fossero avvenute alle mie spalle negli ultimi anni.

Mia madre.

Giulia.

Mio padre.

Centoventimila euro.

E una busta da aprire soltanto dopo la morte della donna che avevo davanti.

Giulia si svegliò poco dopo le nove.

«Sei ancora qui.»

«Sì.»

«Andrea, non devi fare questo.»

«Mia madre mi ha chiamato.»

La vidi irrigidirsi.

Fu quasi impercettibile, ma bastò.

«Lo sapevi che era a Milano?»

«No.»

«Sa della busta.»

Giulia chiuse gli occhi.

«Certo che lo sa.»

«Perché?»

Lei rimase in silenzio.

«Mi ha detto che hai trovato qualcosa che non avresti dovuto trovare.»

Questa volta Giulia mi guardò direttamente.

«Tua madre ti ha detto questo?»

Annuii.

Sul suo volto apparve qualcosa che non avevo ancora visto.

Non paura.

Amarezza.

«Allora forse è finalmente pronta a raccontarti la sua parte.»

«Quale parte?»

«Non spetta a me.»

«Basta con questa frase.»

Mi alzai.

«Tutti continuano a decidere cosa posso sapere. Tu. Mia madre. L'avvocato. Sono soldi collegati a mio padre e il mio nome è sul conto. Credo di avere almeno il diritto di sapere perché.»

Giulia si portò lentamente una mano alla fronte.

«Tuo padre non ti lasciò soltanto il risarcimento che conosci.»

Mi fermai.

«Cosa?»

«C'era una polizza.»

La fissai.

«Una polizza assicurativa?»

«Sì.»

«Perché non ne sapevo niente?»

«Perché inizialmente il beneficiario non eri tu.»

Sentii lo stomaco stringersi.

«Era mia madre.»

Giulia annuì.

«Dopo la morte di tuo padre ricevette una somma considerevole. Ma circa un anno dopo trovò dei documenti tra le sue vecchie carte. Tuo padre aveva modificato alcune disposizioni poco prima dell'incidente.»

«A mio favore?»

«In parte.»

«Quanto?»

Giulia esitò.

«Centoventimila euro.»

Mi sedetti lentamente.

La cifra finalmente aveva un'origine.

Ma non aveva ancora senso.

«Se erano miei, perché mia madre li aveva?»

«Questo devi chiederlo a lei.»

«E tu come sei entrata in questa storia?»

Giulia guardò la flebo.

«Tre anni fa tua madre mi contattò. Disse di aver scoperto l'errore e di voler sistemare tutto senza coinvolgerti finché non fosse stato chiarito con l'assicurazione.»

«E tu hai accettato?»

«All'epoca stavamo cercando casa. Pensavo volesse farti una sorpresa.»

«Tre anni fa.»

La mia voce diventò più bassa.

«Hai saputo di quei soldi per tre anni senza dirmelo.»

«Non li avevo io, Andrea.»

«Ma sapevi che esistevano.»

«Sì.»

Mi alzai e mi allontanai dal letto.

Una parte di me voleva arrabbiarsi. Un'altra guardava il suo viso pallido e sapeva che la storia non era completa.

«Perché il conto era intestato a entrambi?»

Giulia abbassò gli occhi.

«Perché tua madre insistette.»

«Perché?»

«Disse che era il modo più semplice per restituire il denaro senza riaprire una disputa sulla polizza.»

«E tu le hai creduto?»

Giulia non rispose.

Quello fu sufficiente.

«Quando hai smesso di crederle?»

Finalmente mi guardò.

«Quando ho trovato la firma.»

Il cuore mi diede un colpo.

«Quale firma?»

Giulia aprì il cassetto del comodino e prese il telefono. Cercò qualcosa, poi me lo porse.

Sul display c'era la fotografia di un documento.

Riconobbi il nome di mio padre.

Sotto compariva una dichiarazione relativa alla polizza.

E in fondo c'era una firma.

La mia.

«Io non ho firmato questo.»

«Lo so.»

«Come fai a saperlo?»

«Perché la data è di quattro anni fa.»

Non capivo.

Poi vidi il giorno preciso.

Il 17 ottobre.

Mi mancò il respiro.

Quel giorno ero stato ricoverato per un'appendicite d'urgenza. Ricordavo perfettamente quelle quarantotto ore.

Non avrei potuto trovarmi nello studio indicato dal documento.

«È falsa.»

Giulia annuì.

«Chi l'ha firmata?»

«Non lo so.»

«Mia madre?»

«Non ho prove.»

«È questo che c'è nella busta?»

Giulia riprese il telefono.

«Solo una parte.»

Quella risposta mi fece più paura della precedente.

La mattina seguente incontrai mia madre.

Elena era già seduta quando arrivai. A sessantadue anni sembrava quasi uguale all'ultima volta che l'avevo vista, ma aveva qualcosa di diverso negli occhi.

Non ci abbracciammo.

Mi sedetti.

«Voglio la verità.»

Lei mescolò il caffè senza berlo.

«Giulia ti ha mostrato il documento.»

«Sì.»

Mia madre chiuse gli occhi.

«Ti avevo detto di non coinvolgerla», mormorò.

«Coinvolgerla in cosa?»

«Non parlavo con te.»

Mi immobilizzai.

Elena aveva guardato oltre la mia spalla.

Mi voltai.

Un uomo era appena entrato nel bar.

Avrà avuto sessantacinque anni. Cappotto grigio, capelli bianchi, passo lento.

Non lo riconobbi immediatamente.

Poi si avvicinò al tavolo.

E vidi una piccola cicatrice sopra il sopracciglio sinistro.

La stessa che ricordavo dalle fotografie della mia infanzia.

Mi alzai così bruscamente che la sedia cadde dietro di me.

Perché quell'uomo non avrebbe potuto trovarsi lì.

Avevo assistito al suo funerale sette anni prima.

L'uomo mi guardò senza sorridere.

«Ciao, Andrea.»

Le mie gambe smisero quasi di reggermi.

«Papà?»

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