Divertimento

Due Mesi Dopo Il Divorzio, Trovai La Mia Ex Moglie In Ospedale… Poi Scoprii Il Segreto Che Aveva Nascosto Per Me

Per alcuni secondi nessuno di noi si mosse.

«Come si chiama?»

Mio padre fissava ancora il telefono.

«Riccardo Valli.»

Quel nome non significava nulla per me, e proprio per questo mi fece ancora più paura. Giulia era uscita dall'ospedale con un uomo che non avevo mai sentito nominare, mentre mio padre lo riconosceva come la persona che aveva cercato di ucciderlo sette anni prima.

«Chi è?»

«Era il direttore finanziario della società per cui lavoravo. Era lui ad approvare buona parte delle operazioni che avevo scoperto.»

«E non è mai stato arrestato?»

«Non c'erano prove sufficienti.»

«Hai detto che ti ha spinto.»

«Lo vidi.»

«Allora eri una prova vivente.»

Mio padre abbassò lo sguardo.

«Non bastava. Quando riemersi abbastanza da poter testimoniare, i documenti originali erano spariti e le persone coinvolte avevano costruito una versione diversa. Io avevo usato una falsa identità durante la protezione. Tornare significava esporre tutto, compreso dove vivevate tu e tua madre.»

La rabbia mi salì alla gola.

«Sette anni nascosto e Riccardo Valli era libero di girare per Milano?»

«Andrea», intervenne mia madre, «adesso Giulia è la priorità.»

Aveva ragione.

Chiamai nuovamente Giulia.

Spento.

«Andiamo a casa sua.»

Mio padre mi fermò.

«No.»

«Non chiedermi di aspettare.»

«Non sto dicendo questo. Sto dicendo che dobbiamo pensare. Se Valli sa chi è Giulia, potrebbe sapere anche chi sei tu.»

«Lo sa già.»

Entrambi mi guardarono.

«La firma falsa», continuai. «Qualcuno ha usato il mio nome quattro anni fa. Non puoi falsificare documenti del genere senza sapere esattamente chi stai impersonando.»

Il silenzio che seguì confermò che avevo ragione.

Mia madre chiamò la polizia. Io raccontai ciò che sapevo senza entrare nei dettagli della falsa morte di mio padre, mentre lui contattava una persona che, disse, aveva seguito l'indagine anni prima.

Quaranta minuti dopo eravamo davanti all'appartamento di Giulia.

La porta era socchiusa.

«Aspetta», disse mio padre.

Non lo ascoltai.

Entrai.

Il soggiorno era sottosopra.

I cassetti erano stati svuotati. Le scatole di medicinali rovesciate. I documenti che avevo visto sul tavolo erano sparsi sul pavimento.

«Giulia!»

Nessuna risposta.

Andai in camera.

Vuota.

Sul letto c'era il suo cappotto. La borsa era ancora appesa alla sedia.

Mi fermai.

«Se ha lasciato l'ospedale volontariamente, perché non ha preso la borsa?»

Mio padre raccolse un foglio dal pavimento.

«Forse non pensava di venire qui.»

«Oppure non è venuta.»

Guardai intorno.

Qualcuno aveva cercato qualcosa.

Poi ricordai la cartellina.

La lettera dell'avvocato.

«La busta.»

Chiamai immediatamente lo studio legale.

Quando spiegai cosa era successo, l'avvocato diventò serio.

«La busta è ancora qui.»

«Qualcuno ha provato a ritirarla?»

Pausa.

«Ieri pomeriggio abbiamo ricevuto una telefonata.»

«Da chi?»

«Una persona che sosteneva di rappresentare Giulia. Chiedeva se avesse depositato documenti riservati.»

Mi si gelò la schiena.

«Avete detto qualcosa?»

«No.»

«Quindi Valli potrebbe cercare quella busta.»

Mio padre mi guardò.

«Oppure ciò che Giulia non ha messo nella busta.»

In quel momento sentii un rumore provenire dalla cucina.

Ci voltammo.

Mia madre indicò il pavimento.

Un telefono vibrava sotto un mobile.

Mi inginocchiai.

Era quello di Giulia.

Lo schermo mostrava una chiamata in arrivo.

Numero sconosciuto.

Risposi.

«Giulia?»

Una voce maschile.

«No.»

Mi alzai lentamente.

«Valli?»

Una breve risata.

«Immagino che Franco sia con te.»

Guardai mio padre.

Il suo vero nome.

«Dov'è Giulia?»

«Sta bene.»

«Fammi parlare con lei.»

«Non sei nella posizione di dare ordini.»

Stringevo il telefono così forte da farmi male alle dita.

«Se le fai qualcosa—»

«Non mi interessa fare del male a Giulia. Mi interessa ciò che ha preso.»

«Cosa?»

«Chiedilo a tuo padre.»

Guardai Franco.

Lui scosse la testa.

«Non so di cosa parla.»

Valli lo sentì.

«Sempre bravo a mentire, Franco.»

Poi la sua voce cambiò.

«Andrea, tua moglie ha passato tre anni a cercare di riparare errori che non erano suoi. Non costringerla a pagare anche per quelli di tuo padre.»

«Voglio sentirla.»

Silenzio.

Poi arrivò un fruscio.

«Andrea?»

Il cuore mi esplose nel petto.

«Giulia.»

La sua voce era debole.

«Sto bene.»

«Dove sei?»

«Non lo so.»

«Ti ha fatto male?»

«No.»

Sentii Valli dire qualcosa lontano.

Giulia parlò rapidamente.

«Andrea, ascoltami. Non cercare i soldi. Non sono importanti.»

«Che cosa vuole?»

Un respiro.

«La chiave.»

«Quale chiave?»

Silenzio.

«Giulia?»

«Quella che ti ho lasciato.»

La linea si interruppe.

Rimasi immobile.

«Non mi ha lasciato nessuna chiave.»

Mia madre si voltò verso di me.

«Forse sì.»

«Cosa significa?»

«Durante il divorzio Giulia ti restituì qualcosa?»

Pensai alle scatole consegnate dal corriere: vestiti, libri, fotografie, vecchi oggetti.

Poi ricordai.

Una settimana dopo la firma avevo trovato, dentro una scatola, il vecchio portachiavi di mio padre. Un piccolo pezzo di cuoio marrone con una chiave minuscola che non apriva nulla di casa nostra.

Avevo pensato fosse finita lì per errore.

«Ce l'ho.»

Tornammo nel mio appartamento.

Rovistai nell'armadio finché trovai la scatola.

La chiave era ancora lì.

Mio padre la prese e impallidì.

«La riconosci?»

«Sì.»

«Cosa apre?»

«Una cassetta di sicurezza.»

«Dove?»

«Non dovrebbe più esistere.»

Mio padre si sedette.

«L'avevo affittata usando un nome diverso poco prima dell'incidente.»

«Cosa c'è dentro?»

«Le copie originali dei documenti.»

Finalmente tutto sembrava collegarsi.

Valli cercava prove.

Ma c'era ancora qualcosa che non tornava.

«Se tu avevi la chiave sette anni fa, come è finita con Giulia?»

Mio padre mi guardò.

«Non gliel'ho mai data.»

Mia madre diventò pallida.

«Io sì.»

Ci voltammo entrambi verso di lei.

«Tre anni fa», disse. «Quando Giulia scoprì che Franco era vivo.»

«Perché?»

«Perché volevo che qualcuno sapesse dove fossero le prove nel caso succedesse qualcosa a noi.»

«E perché lei l'ha data a me?»

Mia madre non seppe rispondere.

In quel momento notai qualcosa sul portachiavi.

Sul retro del cuoio c'era una cucitura che non ricordavo.

La aprii con le unghie.

Dentro era nascosto un minuscolo pezzo di carta piegato più volte.

Non c'era un indirizzo.

C'erano sei cifre.

E sotto, nella calligrafia di Giulia, una frase:

Andrea, se stai leggendo questo, significa che Riccardo ha scoperto troppo. Non fidarti del luogo indicato da tuo padre. La cassetta vera non è mai stata lì.

Alzai lentamente gli occhi verso Franco.

Lui fissava il biglietto come se non capisse.

Poi lessi l'ultima riga.

E il sangue mi si gelò.

Tua madre sa dove si trova.

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