Per tutta la mattina successiva, Giulia cercò di comportarsi come se nulla fosse accaduto. Fu quasi impossibile. Ogni volta che qualcuno passava dietro la sua scrivania, il suo corpo si irrigidiva. Ogni vibrazione del telefono le faceva accelerare il cuore. Aveva dormito meno di due ore e continuava a rivedere la fotografia ricevuta nella notte: lei davanti al portone, Lorenzo a pochi passi, la chiavetta USB tra le loro mani. Chiunque avesse inviato quell’immagine non conosceva soltanto il passato della sua famiglia. La stava osservando nel presente.
Alle dieci e venti Lorenzo comparve nel reparto. Giulia lo vide prima ancora che lui la cercasse. Camminava tra le scrivanie con la solita sicurezza, ma quando i loro occhi si incontrarono qualcosa cambiò nel suo volto. Si fermò.
«Possiamo parlare?»
Giulia chiuse il portatile. «Del lavoro?»
Lorenzo capì immediatamente il significato della domanda.
«Anche.»
Entrarono in una piccola sala riunioni. Appena la porta si chiuse, Lorenzo abbassò la voce.
«Hai letto la lettera?»
Giulia lo osservò attentamente. «Sì.»
«Allora sai di Sofia.»
«Tua madre.»
Lorenzo annuì.
«È viva?»
Per la prima volta lui sembrò sorpresreso. «Sì. Vive sul lago di Como. Perché?»
Giulia sentì una tensione nuova attraversarle lo stomaco. Nella lettera Andrea aveva affidato a Sofia il compito di proteggerla. Se quella donna era ancora viva, forse possedeva risposte che Lorenzo non aveva mai avuto.
«Voglio incontrarla.»
«Giulia, mia madre non parla di quel periodo da anni.»
«Questo non significa che non ricordi.»
«Non ho detto questo.»
«Allora che cosa stai cercando di dirmi?»
Lorenzo esitò. «Che ha paura.»
Giulia rimase in silenzio.
«Di tuo padre?»
«Mio padre è morto sette anni fa.»
«Non ho chiesto se fosse ancora vivo.»
Quelle parole lasciarono Lorenzo senza risposta.
Giulia prese la borsa.
«Stasera ho un impegno.»
Lorenzo le bloccò delicatamente il passo senza toccarla. «Che genere di impegno?»
Per un momento Giulia fu tentata di raccontargli dei messaggi. Poi ricordò l’avvertimento: Nemmeno a Lorenzo.
«Personale.»
Vide qualcosa attraversare gli occhi di lui. Preoccupazione, forse. O sospetto.
«Giulia, se qualcuno ti contatta riguardo Orione, devi dirmelo.»
Lei si fermò.
«Perché hai detto “se qualcuno mi contatta”?»
Lorenzo si irrigidì appena.
Era stato un errore.
«Perché quei documenti non possono essere comparsi dal nulla», rispose infine.
«Chi li ha trovati veramente?»
«Il nostro ufficio legale.»
«Questa è la versione che mi hai già dato.»
«Perché è la verità.»
Giulia lo fissò ancora qualche secondo, poi uscì.
Alle diciotto e quaranta era a Milano Centrale. Non aveva detto nulla a Chiara. Non aveva avvertito Lorenzo. Aveva lasciato la chiavetta originale in casa e portava con sé soltanto il telefono.
La stazione era affollata. Annunci metallici rimbalzavano sotto l’enorme volta mentre centinaia di persone trascinavano valigie in ogni direzione. Giulia cercò di convincersi che proprio quella folla la rendesse più sicura.
Trovò l’armadietto 214.
Le mani le tremavano mentre digitava 170998.
Uno scatto.
Lo sportello si aprì.
Dentro c’era una scatola di cartone grigio.
Nient’altro.
Giulia la prese e si sedette su una panchina lontana dal passaggio principale. Sollevò il coperchio.
La prima cosa che vide fu una fotografia.
Andrea Moretti aveva poco più di trent’anni. Accanto a lui c’era Vittorio Ferri, molto più giovane rispetto alle immagini che Giulia aveva visto online.
Tra loro stava Elena.
Sua madre.
Giulia avvicinò la fotografia agli occhi.
Non era quello a sconvolgerla.
Elena portava al collo un badge della Ferri Sistemi.
Giulia lo girò.
Sul retro qualcuno aveva scritto:
I tre fondatori. Settembre 1998.
«No…»
Sua madre le aveva sempre detto di non aver mai lavorato con Andrea.
Giulia continuò a svuotare la scatola. C’erano vecchi floppy disk, un taccuino, alcune ricevute bancarie e una busta con il suo nome.
GIULIA.
Riconobbe la grafia di Elena.
Le dita cominciarono a tremarle.
Aprì la busta.
Tesoro mio,
se hai trovato questa lettera, significa che qualcosa che ho cercato di tenere lontano da te è tornato. Prima di odiarmi, devi capire una cosa: tuo padre non è morto per un incidente.
Giulia smise di leggere.
Il rumore della stazione sembrò svanire.
Rilesse la frase.
Una volta.
Due.
Tre.
Andrea era morto quando lei aveva dodici anni. Un incidente stradale durante una notte di pioggia. Elena glielo aveva ripetuto per anni.
Abbassò nuovamente gli occhi.
Andrea aveva scoperto che Orione veniva utilizzato per qualcosa che non avevamo mai autorizzato. Voleva denunciare Vittorio. Io gli chiesi di aspettare. È stata la decisione di cui mi sono pentita ogni giorno della mia vita.
Giulia sentì le lacrime scendere senza riuscire a fermarle.
Poi arrivò la frase successiva.
Ma Vittorio Ferri non era l’unico uomo di cui tuo padre aveva paura.
Un’ombra attraversò il foglio.
Giulia alzò immediatamente lo sguardo.
Un uomo era fermo dall’altra parte del corridoio.
Cappotto scuro. Capelli grigi. Circa sessant’anni.
La stava guardando.
Quando Giulia incrociò i suoi occhi, l’uomo si voltò e cominciò ad allontanarsi.
«Aspetti!»
Giulia infilò precipitosamente la lettera nella borsa e gli corse dietro. Lo perse per pochi secondi tra una famiglia e un gruppo di turisti. Quando raggiunse l’uscita laterale, non c’era più.
Il telefono vibrò.
Lorenzo.
Giulia rifiutò la chiamata.
Immediatamente ne arrivò un’altra.
Chiara.
Questa volta rispose.
«Giulia, dove sei?»
«Alla Centrale.»
Silenzio.
«Perché?»
Giulia si fermò.
Qualcosa nella voce dell’amica non andava.
«Chiara, come sai che non sono a casa?»
Dall’altra parte non arrivò risposta.
«Chiara?»
«Devi andartene da lì.»
Giulia strinse il telefono.
«Come fai a sapere dove sono?»
«Non posso spiegartelo al telefono.»
«Allora spiegamelo adesso.»
Chiara respirava velocemente.
«Giulia, ascoltami. Prendi quello che hai trovato e vieni da me. Non andare da Lorenzo.»
Giulia sentì il cuore precipitare.
Era quasi la stessa frase del messaggio anonimo.
«Sei stata tu a mandarmi quei messaggi?»
Un lungo silenzio.
Poi Chiara sussurrò: «Avrei voluto dirtelo diversamente.»
Giulia rimase immobile.
«Che cosa significa?»
«Tua madre mi ha fatto promettere una cosa prima di morire.»
La mano di Giulia si strinse attorno al telefono.
«Tu conoscevi mia madre appena.»
«Questo è quello che Elena voleva che tu credessi.»
Giulia chiuse gli occhi. Un altro pezzo della sua vita sembrava improvvisamente falso.
«Da quanto tempo sai di Orione?»
Chiara non rispose.
«Da quanto tempo, Chiara?»
«Da prima che tu iniziassi a lavorare alla NovaTech.»
Giulia sentì il sangue gelarsi.
Prima che potesse fare un’altra domanda, qualcuno le afferrò delicatamente il braccio.
Si voltò di scatto.
Era Lorenzo.
Aveva il fiato corto, come se avesse attraversato mezza stazione correndo.
«Finalmente ti ho trovata.»
Giulia si liberò.
«Mi hai seguita?»
«No. Qualcuno mi ha mandato una fotografia di te davanti all’armadietto.»
Giulia impallidì.
Lorenzo le mostrò il telefono.
La fotografia era stata scattata pochi minuti prima.
Ma sotto l’immagine c’era un messaggio diverso da quelli ricevuti da Giulia.
Portala via prima che trovi il taccuino.
Giulia guardò lentamente la scatola.
Il taccuino nero era ancora lì.
Lo prese.
Sulla prima pagina comparivano decine di date e iniziali. Poi trovò un nome scritto per esteso.
SOFIA FERRI.
Accanto, una frase:
Sofia possiede la seconda chiave.
Lorenzo lesse sopra la sua spalla e il suo volto perse colore.
«Mia madre mi ha sempre detto di non aver mai visto Orione.»
Giulia voltò pagina.
C’era una fotografia incollata alla carta.
Sofia Ferri ed Elena Moretti erano insieme davanti a una cassaforte aperta.
Sotto l’immagine Andrea aveva scritto a mano:
Se una delle due dovesse scomparire, l’altra saprà dove trovare Giulia.
Il telefono di Lorenzo squillò.
Sul display comparve un nome.
MAMMA.
Lorenzo rispose immediatamente.
«Mamma?»
Per alcuni secondi si sentì soltanto un respiro affannoso.
Poi la voce di Sofia arrivò abbastanza forte perché anche Giulia potesse sentirla.
«Lorenzo, non venire a casa.»
«Perché?»
«Qualcuno è entrato.»
Il volto di Lorenzo cambiò.
«Dove sei?»
Un rumore secco attraversò la linea.
Poi Sofia pronunciò una frase che fece stringere a Giulia il taccuino contro il petto.
«Elena Moretti non è morta quattro anni fa.»
La chiamata si interruppe.







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