Divertimento

Il Giorno Prima Delle Nozze Di Mia Sorella, Mia Madre Mi Tagliò I Capelli Nel Sonno Perché Non Dovevo Oscurare La Sposa — Il Giorno Dopo, La Guardia Di Finanza Interruppe Il Matrimonio E Chiese Di Me

Per qualche secondo nessuno si mosse.

Chiara teneva il telefono davanti a sé come se fosse diventato improvvisamente troppo pesante. Mio padre era fermo oltre la barriera improvvisata dagli agenti, il volto contratto in un’espressione che conoscevo bene: quella che assumeva ogni volta che qualcosa sfuggiva al suo controllo. Mia madre, invece, aveva smesso completamente di parlare.

Era lei che guardavo.

Non il messaggio.

Non Chiara.

Lei.

«La firma l’ha messa tua madre.»

Lessi quelle parole una seconda volta sullo schermo prima che Chiara abbassasse il telefono.

«Fammi vedere.»

«Elena…»

«Fammi vedere il messaggio.»

Chiara strinse la pochette contro il petto.

«Non significa quello che pensi.»

Sentii qualcosa di gelido attraversarmi.

«Non sai nemmeno cosa penso.»

Moretti intervenne prima che potessi avvicinarmi.

«Signorina Conti, mi consegni il telefono.»

Chiara indietreggiò.

«No.»

«Non glielo sto chiedendo per curiosità.»

«È il mio telefono.»

«E potrebbe contenere elementi rilevanti per un’indagine.»

Mio padre finalmente trovò la voce.

«Chiara, non consegnare niente senza un avvocato.»

Moretti si voltò verso di lui.

«È un consiglio interessante, signor Conti.»

Il modo in cui pronunciò il cognome fece cambiare espressione a mio padre.

Per la prima volta capii che Moretti non lo stava considerando soltanto il padre della sposa.

Lo stava osservando.

«Voglio sapere una cosa» dissi.

Mia madre evitò il mio sguardo.

«Mamma.»

Niente.

Feci un passo verso di lei.

«Hai firmato qualcosa a mio nome?»

«Non qui.»

«Hai firmato qualcosa a mio nome?»

«Elena, abbassa la voce.»

Quasi sorrisi.

Era incredibile. Cinquecento invitati avevano appena assistito all’interruzione del matrimonio, lo sposo era sotto indagine, la Guardia di Finanza occupava il giardino e lei era ancora preoccupata del mio tono di voce.

«Ieri notte sei entrata nella mia stanza mentre dormivo e mi hai tagliato i capelli. Stamattina ho scoperto che esiste una società intestata a me. Credo di avere il diritto di alzare la voce.»

«Non capisci.»

«Allora spiegamelo.»

Mia madre guardò mio padre.

Un solo sguardo.

Breve.

Ma bastò.

Moretti lo vide.

«Portiamoli separatamente» disse a uno degli agenti.

Mio padre reagì immediatamente.

«Non siamo criminali.»

«Non ho detto che lo siete.»

«Allora non ci trattate come tali.»

«In questo momento sto cercando di capire perché qualcuno stia inviando messaggi alla signorina Chiara Conti utilizzando il suo nome mentre lei è qui davanti a noi.»

Mio padre impallidì.

Quello era il dettaglio che continuava a tormentarmi.

Il messaggio non poteva provenire dal suo telefono. Lo avevo visto nella sua mano mentre arrivava.

«Chi ha accesso al tuo numero?» domandai.

«Nessuno.»

«Quella chiamata risultava come tua.»

«Avranno falsificato il numero.»

«Chi?»

«Come faccio a saperlo? Santini ha nemici ovunque.»

Troppo preparato.

Troppo rapido.

Moretti non insistette. Fece soltanto un cenno a un collega, che annotò qualcosa.

Chiara finalmente porse il telefono.

«Non sapevo della società» disse.

La guardai.

«Ma sapevi della firma.»

Lei abbassò gli occhi.

«Chiara.»

«Non sapevo cosa fosse.»

«Di quale firma stiamo parlando?»

Le tremò il mento.

«Tre mesi fa mamma mi chiese una copia della tua carta d’identità.»

Il mondo sembrò inclinarsi leggermente.

«Perché?»

«Disse che serviva per alcune pratiche della villa.»

Guardai mia madre.

Lei rimase immobile.

«E tu gliel’hai data?»

«Avevo una foto sul telefono. Una volta me l’avevi mandata quando avevo prenotato i biglietti per Barcellona.»

Me ne ricordavo.

Due anni prima.

Una vacanza che alla fine Chiara aveva annullato perché aveva conosciuto Giuliano.

«Hai conservato la foto per due anni?»

«Non ci avevo pensato.»

«E l’hai mandata a mamma senza chiedermi niente.»

Chiara scoppiò.

«Non sapevo che sarebbe successo questo!»

La sua voce si spezzò e alcuni invitati ancora abbastanza vicini si voltarono.

«Pensavo fosse per il matrimonio! Tutto era per il matrimonio! Documenti, fatture, bonifici… Giuliano diceva che con certe cifre servivano procedure diverse.»

«Giuliano te l’ha chiesta?»

Chiara si bloccò.

Eccolo.

Un altro pezzo.

«Chiara.»

«Non direttamente.»

«Cosa significa non direttamente?»

Lei guardò verso l’altare vuoto.

Giuliano non era più lì. Lo stavano accompagnando verso uno degli SUV.

«Sua madre.»

«La madre di Giuliano?»

Chiara annuì.

Conoscevo appena Vittoria Santini. Sessantadue anni, vedova, elegante in modo quasi intimidatorio. Aveva partecipato a tre incontri per il matrimonio e parlato con me forse per cinque minuti complessivi.

Mi voltai verso gli invitati.

«Dov’è?»

Chiara si guardò intorno.

Il tavolo riservato alla famiglia Santini era vuoto.

Completamente.

«Era qui dieci minuti fa» mormorò.

Moretti afferrò immediatamente la radio.

«Controllate le uscite. Cercate Vittoria Santini.»

Una risposta disturbata arrivò quasi subito.

«Capitano, la signora Santini ha lasciato la tenuta.»

«Quando?»

«Tre minuti prima dell’ingresso della squadra.»

Moretti mi guardò.

Tre minuti prima.

Prima che chiunque potesse sapere ufficialmente che la Guardia di Finanza stava arrivando.

«Qualcuno l’ha avvertita» dissi.

Lui non rispose.

Non serviva.


Due ore dopo mi trovavo in una stanza della tenuta che quella mattina avrebbe dovuto essere utilizzata per conservare i regali.

Adesso era diventata una sala per interrogatori improvvisata.

Avevo davanti una bottiglia d’acqua che non avevo toccato e accanto un avvocato che Moretti mi aveva consigliato di contattare prima di rispondere formalmente alle domande. Si chiamava Lorenzo Riva, aveva circa quarant’anni e l’espressione di un uomo che non amava le sorprese.

Ne aveva già ricevute parecchie.

«Lei ha conservato documenti su Santini per sette mesi?» mi chiese.

«Sì.»

«Perché?»

«Lavoro nell’analisi amministrativa. Quando vedo numeri che non tornano, li noto.»

«Per quale azienda lavora?»

«Valenti Advisory.»

La penna di Moretti si fermò.

Fu un movimento quasi impercettibile.

«C’è un problema?»

Lui e Riva si scambiarono uno sguardo.

«Valenti Advisory ha lavorato con il gruppo Santini?» domandò Moretti.

«Non nel mio reparto.»

«Ne è sicura?»

«Abbastanza.»

Moretti aprì un fascicolo.

«ELC Consulting non è stata costituita utilizzando soltanto il suo documento.»

Mi irrigidii.

«Cos’altro?»

«Per l’autenticazione iniziale è stato utilizzato un certificato professionale collegato al suo posto di lavoro.»

Riva si sporse in avanti.

«Sta dicendo che l’operazione è partita dall’azienda della mia cliente?»

«Sto dicendo che qualcuno aveva accesso a credenziali che normalmente dovrebbe possedere soltanto la signorina Conti.»

Pensai al mio computer.

Alla mia scrivania.

Alla tessera che lasciavo nel cassetto.

Poi ricordai qualcosa.

«Aspetti.»

Moretti alzò lo sguardo.

«Tre mesi fa il mio computer aziendale venne sostituito.»

«Per quale motivo?»

«Dissero che aveva avuto un problema di sicurezza.»

«Chi lo sostituì?»

«Il reparto informatico.»

«Ha un nome?»

Cercai nella memoria.

Poi lo trovai.

«Matteo Serra.»

Moretti chiuse lentamente il fascicolo.

Riva lo notò.

«Conoscete questo nome.»

Non era una domanda.

Moretti rimase in silenzio qualche secondo.

«Matteo Serra non lavora più alla Valenti Advisory.»

«Da quando?»

«Da quarantotto ore.»

Sentii lo stomaco stringersi.

«Si è dimesso?»

«No.»

Moretti fece scivolare verso di me una fotografia.

Era l’immagine di una telecamera di sicurezza.

Matteo stava uscendo da un edificio con una borsa sportiva nera.

Il timestamp indicava le 02:17 della notte precedente.

«Dove si trova?»

«Non lo sappiamo.»

Guardai meglio la fotografia.

Poi notai qualcosa dietro di lui.

Un’automobile.

Conoscevo quell’auto.

Una Mercedes grigia che avevo visto centinaia di volte davanti a casa dei miei genitori.

«Quella macchina…»

Moretti annuì.

«È intestata a suo padre.»

Il sangue mi si gelò.

Ma fu Riva a vedere il dettaglio successivo.

Prese la fotografia e la avvicinò alla lampada.

«C’è qualcuno al volante.»

Moretti tirò fuori un secondo fotogramma, più nitido.

Questa volta il volto del conducente era visibile.

Non era mio padre.

Era Chiara.

Fissai mia sorella dietro quel parabrezza, fotografata alle due e diciassette della notte precedente al suo matrimonio, mentre aspettava l’uomo che aveva avuto accesso alle mie credenziali.

Poi vidi la data completa.

E capii qualcosa di ancora peggiore.

Alle 02:17 Chiara non poteva essere lì.

Perché alle 02:06 mi aveva mandato un messaggio dalla stanza accanto alla mia.

Un messaggio che conservavo ancora.

“Buonanotte, sorellina. Domani sarà il giorno più bello della mia vita.”

Qualcuno aveva usato anche il telefono di Chiara.

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