«Ingrandisci.»
Moretti pronunciò quella parola senza staccare gli occhi dal mio telefono.
Allargai l’immagine con due dita finché il polso di mio padre occupò quasi tutto lo schermo. L’orologio era vecchio, con il cinturino marrone consumato e la cassa leggermente graffiata. Non potevo vedere l’incisione sul retro, naturalmente, ma non ne avevo bisogno.
Conoscevo quell’orologio.
Da bambina lo vedevo sempre al polso di mio padre.
«Sei sicura del nome?» domandò Moretti.
«Sì.»
«Come fai a saperlo?»
Il ricordo arrivò con una precisione dolorosa.
«Avevo tredici anni. Papà lo lasciò sul lavandino mentre si faceva la doccia. Lo presi perché volevo provarlo.»
Chiara mi guardava senza respirare.
«Lo girai e vidi l’incisione. BEATRICE. Gli chiesi chi fosse.»
«Cosa rispose?»
«Che era la marca.»
Riva chiuse gli occhi per un istante.
«E tu gli credesti.»
«Avevo tredici anni.»
Vittoria, che Moretti aveva fatto chiamare nella suite, tese la mano.
«Fammi vedere.»
Le porsi il telefono.
Appena vide l’orologio, il suo volto cambiò.
«Era suo.»
«Di Beatrice?»
Vittoria annuì.
«Glielo regalai io per il suo ventunesimo compleanno.»
«Quindi mio padre conosceva sua sorella.»
«Non soltanto la conosceva.»
Vittoria indicò il cinturino.
«Beatrice non si separava mai da quell’orologio.»
Sentii un peso formarsi nel petto.
Se mio padre lo possedeva da almeno tredici anni, significava che qualunque legame avesse avuto con Beatrice era molto più antico dello Studio Bellandi.
Moretti guardò l’orologio.
«Ore 18:00. Studio Bellandi.»
Erano le 17:29.
«Andiamo.»
«No» disse immediatamente Riva.
Lo guardai.
«Hanno chiesto me.»
«Ed è esattamente il motivo per cui non andrai da sola.»
«Non ho detto da sola.»
Moretti intervenne.
«La signorina Conti non entrerà finché non avremo messo in sicurezza l’area.»
«Se vedono la polizia potrebbero andarsene.»
«Meglio perderli che mettere lei in pericolo.»
«Mia madre è lì.»
La frase mi uscì automaticamente.
Poi pensai alle forbici.
Alla mia carta d’identità.
Alla firma.
Era assurdo quanto potessero convivere due verità: potevo essere furiosa con mia madre e, nello stesso momento, avere paura per lei.
Chiara si avvicinò.
«Vengo anch’io.»
«No.»
«È anche mia madre.»
«Ed è proprio per questo che una di noi deve restare fuori.»
Mi aspettavo che litigasse.
Invece annuì.
Quella semplice reazione mi fece capire quanto fosse cambiato tutto in poche ore.
Lo Studio Bellandi era chiuso da quasi tre anni.
L’insegna era ancora sopra l’ingresso, scolorita dalla pioggia e dal sole. Le finestre del secondo piano erano coperte di polvere.
Moretti aveva organizzato tutto senza sirene e senza auto ufficiali visibili.
Alle 17:56 ero seduta sul sedile posteriore di una vettura anonima parcheggiata a cinquanta metri dall’edificio.
«Ricorda» disse Moretti. «Non entra finché non glielo dico.»
Alle 17:59 il mio telefono vibrò.
ENTRA.
SOLA.
Mostrai il messaggio.
Moretti fece un cenno quasi impercettibile.
Due agenti erano già nell’edificio adiacente.
Un’altra squadra copriva il retro.
Scesi.
Ogni passo verso quella porta sembrava trascinarmi indietro di quattro anni.
Il corridoio.
L’odore di carta.
Le ore passate davanti allo scanner.
La stanza chiusa.
La porta d’ingresso era socchiusa.
La spinsi.
«Papà?»
Nessuna risposta.
Salii.
Al secondo piano trovai una lampada accesa.
Poi sentii una voce.
«Elena.»
Mia madre.
Corsi verso l’archivio.
Era seduta su una sedia.
Da sola.
«Mamma.»
Mi inginocchiai davanti a lei.
«Stai bene?»
«Non dovevi venire.»
«Dov’è papà?»
Lei chiuse gli occhi.
«Se n’è andato.»
«Con chi?»
Silenzio.
«Mamma, guardami.»
Quando finalmente lo fece, vidi qualcosa che non avevo mai visto nei suoi occhi.
Paura di mio padre.
«Con Beatrice.»
Il mio cuore sembrò fermarsi.
«Beatrice è viva?»
«Sì.»
Una sola parola.
Trentadue anni di menzogne crollarono dentro quella stanza.
«Da quanto lo sai?»
«Da sempre.»
Mi alzai lentamente.
«Tu la conoscevi.»
«Sì.»
«Papà la conosceva.»
Mia madre abbassò la testa.
«Sì.»
«E avete lasciato che Vittoria credesse che fosse morta.»
«Non era così semplice.»
«Smettila.»
La mia voce rimbombò nell’archivio vuoto.
«Smettetela tutti di dirmi che non capisco. Spiegami.»
Mia madre cominciò a piangere.
«Tuo padre aiutò Beatrice a sparire.»
Quello non era ciò che mi aspettavo.
«Perché?»
«Per salvarle la vita.»
Rimasi immobile.
«Il padre di Vittoria aveva scoperto che Beatrice stava raccogliendo prove contro di lui. Paolo lavorava per una delle sue società. Era giovane. Quando capì cosa sarebbe successo, la aiutò.»
«E l’orologio?»
«Beatrice glielo diede la notte in cui sparì. Come garanzia.»
«Garanzia di cosa?»
Mia madre mi guardò.
«Che un giorno sarebbe tornata.»
Un rumore arrivò dal corridoio.
Mi voltai.
«Moretti?»
Nessuna risposta.
Poi una voce femminile.
«No.»
Una donna entrò lentamente nell’archivio.
Per un secondo pensai che fosse Vittoria.
La somiglianza era impressionante.
Ma questa donna aveva capelli più corti, qualche ruga in più e al collo portava una catena vuota.
Nessun pendente.
«Beatrice.»
Lei sorrise tristemente.
«Finalmente.»
Sentii un impulso assurdo di indietreggiare.
«Perché avete usato la mia identità?»
Il sorriso scomparve.
«Io non l’ho fatto.»
«Allora chi?»
«Tuo padre.»
Guardai mia madre.
Lei scosse immediatamente la testa.
«Non è vero.»
Beatrice tirò fuori una cartella.
«Paolo ha passato trent’anni a convincersi di essere diverso dagli uomini che combatteva. Poi ha capito quanto denaro poteva controllare.»
«Mio padre ha creato ELC Consulting?»
«No.»
Beatrice posò la cartella sul tavolo.
«Quello è stato Giuliano.»
«Allora cosa ha fatto mio padre?»
«Gli ha dato il tuo nome.»
Il dolore arrivò lentamente.
«Perché io?»
Beatrice mi fissò.
«Perché eri già nel sistema.»
«Dal Bellandi.»
«Da prima.»
Sentii la porta chiudersi dietro di me.
«Quanto prima?»
Beatrice aprì la cartella.
Dentro c’era un certificato.
La mia data di nascita.
Il mio nome.
Elena Conti.
Ma qualcosa non tornava.
Alla voce madre non c’era scritto Marina Conti.
C’era un altro nome.
BEATRICE SANTINI.
Il pavimento sembrò sparire.
Guardai mia madre.
Lei piangeva.
«Dimmi che è falso.»
Marina non rispose.
«Mamma.»
Beatrice fece un passo verso di me.
«Elena, quel documento è autentico.»
«No.»
«Ascoltami.»
«NO.»
Arretrai.
In quel momento Moretti entrò con due agenti.
«Nessuno si muova.»
Beatrice alzò lentamente le mani.
Io continuavo a fissare il certificato.
«Ventisei anni» sussurrai.
Marina si alzò.
«Ti ho cresciuta io.»
Mi voltai verso di lei.
«Non è quello che ho chiesto.»
«Elena…»
«Sono sua figlia?»
Marina guardò Beatrice.
Poi me.
E finalmente annuì.
Una volta.
«Sì.»
Chiusi gli occhi.
Tutto ciò che era accaduto cominciò improvvisamente ad assumere una forma diversa.
Il mio nome nei documenti quattro anni prima.
L’ossessione di mio padre per Beatrice.
La mia identità usata come ponte verso i Santini.
Ma c’era qualcosa che ancora non capivo.
«Chi è mio padre?»
Beatrice diventò pallida.
Marina smise di piangere.
Moretti guardò entrambe.
Fu allora che capii che quella domanda era più pericolosa di tutte le altre.
Beatrice si avvicinò alla finestra.
«Paolo ti ha cresciuta come una figlia. Marina è stata tua madre in ogni modo che conta.»
«Non avete risposto.»
«Elena.»
«Chi è mio padre?»
Beatrice inspirò.
Poi il mio telefono vibrò.
Un messaggio da Chiara.
Aprii.
ELENA, TORNA SUBITO.
Sotto c’era una fotografia scattata nella tenuta.
Giuliano era di nuovo lì.
Non in manette.
Seduto davanti a Chiara.
Accanto a lui c’era mio padre.
E sul tavolo, tra loro, una busta con il mio nome.
Il secondo messaggio arrivò pochi secondi dopo.
Chiara aveva scritto soltanto:
PAPÀ DICE CHE GIULIANO È TUO FRATELLO.







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