Divertimento

Il Giorno Prima Delle Nozze Di Mia Sorella, Mia Madre Mi Tagliò I Capelli Nel Sonno Perché Non Dovevo Oscurare La Sposa — Il Giorno Dopo, La Guardia Di Finanza Interruppe Il Matrimonio E Chiese Di Me

Lessi il messaggio di Chiara tre volte.

PAPÀ DICE CHE GIULIANO È TUO FRATELLO.

Le parole non cambiavano. Non diventavano più sensate. Non smettevano di farmi sentire come se qualcuno avesse aperto il pavimento sotto i miei piedi.

Alzai gli occhi verso Beatrice.

«È vero?»

Lei aveva visto il messaggio sullo schermo.

Non rispose.

Quello fu sufficiente.

«È vero?»

«Elena, dobbiamo uscire da qui» disse Moretti.

«No.»

Mi voltai verso Beatrice.

«Hai appena detto di essere mia madre. Adesso mia sorella mi scrive che Giuliano sarebbe mio fratello. Voglio una risposta.»

Marina si portò una mano alla bocca.

Beatrice chiuse gli occhi.

«Non lo so.»

Risi.

Una risata vuota.

«Naturalmente.»

«Sto dicendo la verità.»

«Chi è mio padre?»

Beatrice guardò Moretti, poi Marina.

«Riccardo Santini.»

Vittoria e Beatrice erano figlie di Riccardo Santini.

Mi ci volle un secondo per capire.

Poi il disgusto arrivò.

«Tuo padre?»

«No.»

Beatrice impallidì.

«Riccardo era nostro padre, sì. Ma non è tuo padre. Tuo padre si chiamava Federico Santini.»

Moretti intervenne.

«Chi era?»

«Il fratello minore di Riccardo. Mio zio.»

Il silenzio diventò pesante.

«Quindi Federico era…»

«Il padre di Giuliano.»

La stanza sembrò stringersi.

Giuliano era figlio di Federico Santini e Vittoria?

«Vittoria ha avuto un figlio con suo zio?»

«No.» Beatrice scosse la testa. «Federico non era il padre biologico di Giuliano. Lo riconobbe legalmente quando sposò Vittoria. Giuliano aveva già due anni.»

Ogni risposta apriva un’altra porta.

«E io?»

«Io e Federico ci innamorammo anni dopo.»

Marina si sedette lentamente.

«Quando Riccardo lo scoprì, fu la fine.»

Beatrice continuò.

«Federico stava aiutando me a raccogliere documenti contro suo fratello. Dovevamo consegnarli alla magistratura. Poi morì.»

«Incidente?»

«Così dissero.»

La stessa parola.

Incidente.

«E tu eri incinta.»

Beatrice annuì.

«Di te.»

Mi mancò il respiro.

Quindi Giuliano non era mio fratello.

Ma Federico Santini era stato suo padre legale e il mio padre biologico.

«Giuliano lo sa?»

«Probabilmente ha scoperto parte della verità negli archivi di famiglia.»

Moretti guardò il telefono.

«E Paolo? Perché sta dicendo a Chiara che Giuliano è suo fratello?»

Beatrice rispose prima di me.

«Perché vuole che Elena torni alla tenuta.»


Moretti non voleva che andassi.

Io non gli lasciai molta scelta.

«Giuliano era sotto la vostra custodia.»

«Era stato accompagnato per accertamenti, non arrestato. Il pubblico ministero non aveva ancora disposto una misura cautelare.»

«E voi lo avete lasciato tornare?»

«Non sapevamo che sarebbe tornato qui.»

«Adesso lo sapete.»

Riva mi seguì fino all’auto.

Beatrice venne trattenuta per essere identificata e interrogata. Marina rimase con lei.

Durante il viaggio chiamai Chiara.

Rispose al secondo squillo.

«Dove sei?»

«Nella biblioteca.»

«Giuliano è ancora lì?»

Una pausa.

«Sì.»

«Papà?»

«Anche.»

«Non restare sola con loro.»

«Elena…»

La sua voce si abbassò.

«Giuliano dice che non ha mai saputo della società a tuo nome.»

«Sta mentendo.»

«Forse.»

«Chiara.»

«Sto dicendo che qualcosa non torna.»

Sentii un rumore dall’altra parte.

«Cosa?»

«Papà ha una pistola.»

Il sangue mi si gelò.

Moretti mi strappò quasi il telefono dalla mano.

«Chiara, ascoltami. Non discutere con nessuno. Non fare movimenti improvvisi. Stiamo arrivando.»

La chiamata si interruppe.


Quando raggiungemmo la tenuta, il sole stava tramontando dietro i cipressi.

Il matrimonio era ormai un fantasma.

Tavoli abbandonati. Bicchieri mezzi pieni. Rose bianche calpestate.

Moretti entrò con gli agenti da un accesso laterale.

Io avrei dovuto aspettare.

Non lo feci.

Raggiunsi la biblioteca.

La porta era aperta.

Chiara era seduta vicino al camino. Aveva ancora l’abito da sposa.

Giuliano era davanti alla finestra.

Mio padre vicino alla scrivania.

Non vidi nessuna pistola.

«Elena.»

Papà sembrò sollevato.

«Dov’è l’arma?»

Il suo volto cambiò.

«Quale arma?»

Guardai Chiara.

Lei indicò con gli occhi un cassetto della scrivania.

Moretti entrò dietro di me.

«Paolo, si allontani.»

Mio padre alzò le mani.

Un agente aprì il cassetto.

Dentro c’era una pistola.

Moretti la fece mettere in sicurezza.

«È registrata?» chiese.

«Era di mio padre» rispose Paolo.

«Lei non mi ha mai parlato di suo padre» dissi.

Papà mi guardò.

«Perché non c’entrava nulla.»

«A quanto pare tutti c’entrano.»

Giuliano fece un passo verso di me.

«Elena, devi ascoltarmi.»

«Tu hai creato ELC Consulting?»

«Sì.»

Chiara chiuse gli occhi.

«Perché?»

«Perché Paolo mi disse che eri d’accordo.»

Guardai mio padre.

«D’accordo con cosa?»

Giuliano indicò la busta sul tavolo.

«A diventare beneficiaria di una parte del patrimonio Santini.»

Riva prese la busta prima che potessi farlo io.

Dentro c’era un testamento.

Federico Santini.

Datato ventisette anni prima.

Lessi la clausola.

Se fosse nata una figlia dalla relazione con Beatrice, una quota del patrimonio personale di Federico sarebbe spettata a lei.

A me.

«Quanto?» chiesi.

Riva continuò a leggere.

Il suo volto cambiò.

«Non otto milioni.»

«Quanto?»

«Con rivalutazioni e partecipazioni societarie… probabilmente oltre centottanta milioni.»

Chiara emise un piccolo suono.

Giuliano mi fissò.

«Adesso capisci perché tutti ti volevano dentro quelle società.»

«No.»

Lo guardai.

«Adesso capisco perché qualcuno voleva che sembrasse che io fossi dentro quelle società.»

Giuliano non rispose.

«Se risultavo coinvolta nella frode, cosa sarebbe successo all’eredità?»

Riva sfogliò rapidamente le pagine.

Poi trovò la clausola.

«In caso di condanna definitiva per reati patrimoniali contro società della famiglia Santini, la beneficiaria perde ogni diritto.»

La stanza diventò immobile.

«E chi riceverebbe la quota?»

Riva lesse il nome.

«L’erede legittimo di Federico.»

Tutti guardammo Giuliano.

Lui impallidì.

«Io non sapevo di quella clausola.»

«Conveniente.»

«Elena, qualcuno sta incastrando anche me.»

«Hai aperto una società a mio nome.»

«Perché tuo padre mi ha dato documenti firmati.»

Mi voltai verso Paolo.

L’uomo che avevo chiamato papà per ventisei anni sembrava improvvisamente molto più vecchio.

«Perché?»

Lui si sedette.

«Per proteggerti.»

«Basta.»

La parola uscì quasi come un urlo.

«Niente più protezione. Niente più mezze verità.»

Mio padre abbassò gli occhi.

«Federico non morì per caso.»

Beatrice aveva avuto ragione.

«Chi lo uccise?»

«Non posso provarlo.»

«Chi?»

Paolo guardò Giuliano.

«Riccardo Santini.»

Il nonno di Giuliano.

Il padre di Vittoria e Beatrice.

«Riccardo è morto da dodici anni» disse Giuliano.

«Sì» rispose Paolo. «Ma prima di morire lasciò qualcuno a gestire tutto.»

«Chi?»

Paolo mi guardò.

«La persona che ha continuato a usare identità, società e conti. La persona che ha organizzato il matrimonio.»

Chiara si alzò.

«Il matrimonio l’ho organizzato io.»

«No.»

Papà scosse la testa.

«Tu hai scelto i fiori. Il vestito. La musica.»

Poi indicò la documentazione.

«Ma qualcuno ha scelto i fornitori, i conti su cui pagare, la tenuta, perfino la data.»

Mi tornò in mente mia madre che mi mandava coordinate bancarie.

Mia madre che insisteva perché pagassi.

Mia madre che aveva ottenuto la copia del mio documento.

«Marina.»

Papà chiuse gli occhi.

«No.»

«Allora chi?»

Prima che potesse rispondere, il telefono di Moretti squillò.

Ascoltò.

Il suo volto si irrigidì.

«Ripeta.»

Silenzio.

Poi guardò me.

«Abbiamo verificato Matteo Serra.»

«Lo avete trovato?»

«No.»

«Allora cosa?»

Moretti abbassò lentamente il telefono.

«Matteo Serra non esiste.»

Nessuno parlò.

«Come sarebbe?»

«Documenti falsi. Codice fiscale costruito. Curriculum falso. L’uomo che ha lavorato nella sua azienda per tre anni non risulta esistere legalmente.»

Giuliano si avvicinò.

«Avete una fotografia migliore?»

Moretti mostrò sul telefono l’immagine di Matteo.

Giuliano la guardò.

Il colore gli sparì dal viso.

«Lo conosci?»

Giuliano annuì lentamente.

«Il suo nome non è Matteo Serra.»

«Come si chiama?»

Giuliano guardò prima me, poi mio padre.

«Alessandro Bellandi.»

Riconobbi il cognome.

Lo Studio Bellandi.

«Chi è?»

Mio padre si lasciò cadere sulla sedia.

Sembrava sconfitto.

Fu lui a rispondere.

«Il figlio dell’uomo che falsificò il certificato di morte di Beatrice.»

Moretti strinse il telefono.

«Per chi lavora?»

Papà mi guardò.

«Per la persona che controlla tutto da trent’anni.»

«Chi?»

La risposta non arrivò.

La porta della biblioteca si aprì.

Marina era sulla soglia.

Dietro di lei c’era Beatrice.

Mia madre adottiva guardò mio padre con una calma che mi spaventò più delle lacrime.

«Diglielo, Paolo.»

Lui impallidì.

Marina fece un altro passo.

«Dille perché Alessandro ha scelto proprio lei.»

Papà non riusciva più a guardarmi.

Fu Beatrice a completare la frase.

«Perché Alessandro Bellandi non è soltanto l’uomo che ha rubato la tua identità, Elena.»

Mi fissò.

«È il figlio di Marina.»

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