Divertimento

Il Giorno Prima Delle Nozze Di Mia Sorella, Mia Madre Mi Tagliò I Capelli Nel Sonno Perché Non Dovevo Oscurare La Sposa — Il Giorno Dopo, La Guardia Di Finanza Interruppe Il Matrimonio E Chiese Di Me

Continuai a fissare la fotografia finché il volto di Chiara dietro il parabrezza cominciò quasi a sembrarmi quello di un’estranea.

«Potrebbe essere stata lei» dissi.

Riva si voltò verso di me.

«Elena.»

«Non sto accusando nessuno. Sto dicendo che potrebbe essere stata davvero Chiara.»

Moretti appoggiò entrambe le mani sul tavolo.

«Sua sorella sostiene di essere rimasta nella tenuta tutta la notte.»

«E qualcuno può confermarlo?»

«Sua madre.»

Mi sfuggì una risata amara.

«Allora non abbiamo una conferma.»

Moretti non reagì. Probabilmente aveva già capito quanto valesse, in quel momento, la parola di mia madre.

Ripresi il telefono e aprii la conversazione con Chiara. Il messaggio delle 02:06 era ancora lì. Lessi quelle parole innocenti, quasi affettuose, e improvvisamente mi accorsi di quanto fossero insolite. Negli ultimi mesi Chiara mi aveva scritto quasi esclusivamente per chiedermi qualcosa: un pagamento, una conferma, un favore. “Buonanotte, sorellina” non sembrava nemmeno il suo modo di parlare.

«Posso vedere i dati tecnici del messaggio?» chiesi.

Moretti mi osservò con interesse.

«Perché?»

«Perché se qualcuno ha usato il suo telefono, voglio sapere da dove.»

Un tecnico venne chiamato nella stanza. Gli consegnai il mio telefono e, dopo alcuni minuti, lui spiegò che dal mio dispositivo non era possibile stabilire la posizione del mittente. Avrebbero dovuto acquisire formalmente quello di Chiara e verificare accessi, dispositivi collegati e backup.

«Fatelo» dissi.

Riva mi toccò leggermente il braccio.

«Non spetta a te decidere.»

«Lo so.»

Ma ormai avevo passato troppo tempo a lasciare che fossero gli altri a decidere cosa mi riguardava.

Moretti ricevette una comunicazione alla radio. Ascoltò senza parlare, poi uscì dalla stanza. Quando tornò, la sua espressione era cambiata.

«Abbiamo trovato Vittoria Santini.»

«Dove?»

«Non lontano. Un’auto l’ha lasciata davanti a un albergo.»

«Chi guidava?»

«Non lo sappiamo ancora.»

«E Matteo Serra?»

«Nessuna traccia.»

Si sedette.

«Ma la signora Santini ha chiesto di parlare.»

Riva si irrigidì.

«Con voi?»

Moretti guardò me.

«Con Elena.»


Vittoria Santini non sembrava una donna il cui figlio era stato appena portato via dalla Guardia di Finanza nel giorno del matrimonio.

Quando entrai nella piccola biblioteca della villa, era seduta vicino alla finestra con la schiena perfettamente dritta. Aveva ancora il completo color avorio della cerimonia. Nessun capello fuori posto.

Soltanto le mani la tradivano.

Tremavano.

Riva entrò con me. Moretti rimase vicino alla porta.

«Elena.»

Vittoria pronunciò il mio nome come se ci conoscessimo da anni.

«Perché è scappata?»

«Non sono scappata.»

«Ha lasciato il matrimonio tre minuti prima dell’arrivo della Guardia di Finanza.»

«Perché avevo ricevuto un avvertimento.»

Moretti fece un passo avanti.

«Da chi?»

«Non lo so.»

Estrasse lentamente il telefono dalla borsa.

«Un messaggio anonimo. Diceva: “Se rimani, tuo figlio non sarà l’unico a essere portato via.”»

Moretti prese il dispositivo.

Io rimasi davanti a Vittoria.

«Perché voleva parlare con me?»

Lei alzò gli occhi verso i miei capelli tagliati.

Non disse niente per alcuni secondi.

«Sua madre ha fatto questo?»

Sentii le dita chiudersi istintivamente.

«Non vedo cosa c’entri.»

«C’entra più di quanto immagini.»

Il mio cuore accelerò.

«Parli.»

Vittoria inspirò lentamente.

«Giuliano non avrebbe mai dovuto sposare Chiara.»

Quelle parole mi colpirono in modo strano.

«Allora perché non lo ha fermato?»

«Ci ho provato.»

«Non abbastanza.»

«Non sai cosa significa provare a fermare mio figlio.»

Per la prima volta la sua compostezza si incrinò.

«Giuliano non è soltanto un ragazzo ricco che ha fatto investimenti sbagliati. Negli ultimi cinque anni ha costruito una rete di società che nemmeno io riesco più a seguire. Quando ho cominciato a fare domande, mi ha esclusa dai consigli di amministrazione.»

«Eppure è venuta al matrimonio.»

«Perché volevo capire perché avesse scelto proprio vostra famiglia.»

La frase rimase sospesa.

«Perché Chiara lo ama.»

Vittoria mi guardò con una tristezza quasi offensiva.

«Elena, uomini come mio figlio non scelgono una moglie per amore.»

Avrei voluto difendere Chiara.

Non ci riuscii.

«Allora perché lei?»

Vittoria si voltò verso Moretti.

«Posso mostrarle qualcosa?»

Lui annuì.

Dalla borsa tirò fuori una chiavetta USB.

«L’ho trovata nello studio di Giuliano due settimane fa.»

Moretti la prese senza collegarla.

«Cosa contiene?»

«Copie di documenti societari. Liste di nomi. Persone utilizzate come prestanome senza che alcune di loro probabilmente lo sapessero.»

Sentii un peso nello stomaco.

«Il mio nome è lì dentro.»

«Sì.»

«Da quanto?»

Vittoria esitò.

«Quattro anni.»

Il respiro mi si bloccò.

«È impossibile. Ho conosciuto Giuliano meno di due anni fa.»

«Lo so.»

Anche Moretti sembrò sorpreso.

«Ne è certa?» chiese.

«Ho visto personalmente il file.»

Mi sedetti.

Quattro anni.

Due anni prima che Chiara incontrasse Giuliano.

«Perché avrebbe avuto il mio nome?»

Vittoria si chinò verso di me.

«È esattamente ciò che volevo chiederti.»

«Non lo so.»

«Hai mai lavorato per una società chiamata Orione Capital?»

«No.»

«Fondazione Aurora?»

Scossi la testa.

«Progetto Arca?»

Di nuovo no.

Poi pronunciò il quarto nome.

«Bellandi Holding.»

Questa volta non riuscii a rispondere.

Moretti lo notò.

«La conosce?»

«Non esattamente.»

Un ricordo lontano mi tornò alla mente.

Avevo ventidue anni. Primo impiego dopo l’università. Un contratto di sei mesi presso un piccolo studio contabile. Il titolare si chiamava Bellandi.

«Ho lavorato per uno studio che aveva quel nome.»

«Quando?»

«Quattro anni fa.»

Vittoria chiuse gli occhi per un istante.

«Ecco il collegamento.»


Moretti fece controllare immediatamente la chiavetta. Ci vollero quasi quaranta minuti prima che il tecnico tornasse.

Nel frattempo nessuno parlò molto.

Io cercavo di ricordare quei sei mesi.

Lo Studio Bellandi occupava il secondo piano di un edificio anonimo. Cinque dipendenti. Contabilità per piccole aziende, dichiarazioni fiscali, amministrazione ordinaria.

Niente che avesse mai attirato la mia attenzione.

Tranne una cosa.

«C’era un archivio» dissi improvvisamente.

Moretti alzò lo sguardo.

«Che tipo di archivio?»

«Una stanza sempre chiusa.»

«E quindi?»

«Una sera il titolare mi chiese di restare fino a tardi. Dovevo digitalizzare alcune cartelle.»

«Ricorda cosa contenevano?»

Provai.

Numeri. Visure. Fotocopie di documenti.

Poi ricordai una frase.

“Non perdere tempo a leggere. Scansiona e basta.”

Il tecnico entrò proprio in quel momento.

Aveva il volto teso.

«Capitano, dobbiamo parlare.»

Moretti si alzò.

«Qui.»

Il tecnico guardò Vittoria.

Poi me.

«La chiavetta contiene circa tremila file. Molti sono cifrati.»

«E quelli accessibili?»

«Liste di identità, documenti, coordinate bancarie e schemi societari.»

Mi si strinse la gola.

«Il mio nome?»

Il tecnico annuì.

«Compare trentasette volte.»

Riva imprecò sottovoce.

«In quale periodo?»

«Dal 2022 a oggi.»

Quattro anni.

Esattamente.

«C’è qualcos’altro» continuò il tecnico. «Una cartella separata.»

«Nome?»

Lui girò il computer verso di noi.

Sul monitor apparve una sola parola.

CONTl.

Il nostro cognome.

Dentro c’erano quattro sottocartelle.

PAOLO.

MARINA.

CHIARA.

ELENA.

Mio padre.

Mia madre.

Mia sorella.

Io.

Moretti aprì quella con il mio nome.

Centinaia di documenti.

Fotografie.

Copie dei miei contratti di lavoro.

Estratti conto.

Perfino vecchi indirizzi.

«Mi stavano controllando.»

La mia voce era appena udibile.

Poi vidi un file video.

La data risaliva a quattro anni prima.

Moretti lo aprì.

L’immagine mostrava l’interno dello Studio Bellandi.

Riconobbi immediatamente il corridoio.

La telecamera riprendeva la porta dell’archivio.

Alle 23:41 apparve una ragazza di ventidue anni.

Io.

Entravo portando una pila di cartelle.

Pochi minuti dopo uscivo.

Poi, alle 00:03, un uomo entrò nell’inquadratura.

Non vidi subito il volto.

Indossava un cappotto scuro e teneva qualcosa sotto il braccio.

Si fermò davanti alla porta.

Guardò verso la telecamera.

Il mio sangue diventò ghiaccio.

Non era Giuliano.

Non era Matteo Serra.

Era mio padre.

Quattro anni prima che Giuliano Santini entrasse nella nostra famiglia, Paolo Conti aveva già avuto accesso all’archivio da cui sembravano essere partite le identità utilizzate nella frode.

Ma il video non era finito.

Alle 00:07 comparve una seconda persona.

Una donna.

Mio padre le aprì la porta dell’archivio.

Lei entrò.

Quando si voltò, vidi chiaramente il suo viso.

Vittoria Santini.

La donna seduta accanto a me emise un suono soffocato.

«No.»

La guardai.

Per la prima volta era davvero terrorizzata.

«Non ricorda di essere stata lì?»

Vittoria fissava il monitor.

«Non sono io.»

Moretti si voltò lentamente verso di lei.

«Signora Santini, il volto è il suo.»

«Lo vedo.»

Le tremavano le labbra.

Poi indicò un dettaglio sullo schermo.

La donna nel filmato portava al collo un piccolo pendente a forma di stella.

«Quella collana apparteneva a mia sorella.»

«Sua sorella?»

Vittoria annuì.

«Beatrice.»

Moretti consultò rapidamente qualcosa sul tablet.

Quando rialzò lo sguardo, il suo volto era diventato duro.

«Vittoria Santini risulta figlia unica.»

Lei mi guardò.

E pronunciò la frase che fece crollare tutto ciò che credevo di aver capito.

«Perché Beatrice Santini è morta trentadue anni fa.»

Fece una pausa.

«Almeno questo è quello che mio padre pagò qualcuno perché scrivesse sul suo certificato di morte.»

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