Divertimento

Il Giorno Prima Delle Nozze Di Mia Sorella, Mia Madre Mi Tagliò I Capelli Nel Sonno Perché Non Dovevo Oscurare La Sposa — Il Giorno Dopo, La Guardia Di Finanza Interruppe Il Matrimonio E Chiese Di Me

Guardai Marina senza riuscire a collegare il volto della donna che mi aveva cresciuta alle parole appena pronunciate da Beatrice.

«Hai un figlio.»

Non era una domanda.

Marina chiuse lentamente la porta della biblioteca.

«Sì.»

«E non è Chiara.»

«No.»

Chiara si alzò dalla poltrona. Il suo abito da sposa strisciò sul pavimento ricoperto di petali caduti.

«Aspetta. Cosa significa?»

Marina la guardò.

Per la prima volta da quando la conoscevo, sembrava incapace di trovare una risposta.

«Alessandro è nato prima di te.»

«Quanto prima?» chiesi.

«Trent’anni fa.»

Sentii Moretti muoversi alle mie spalle.

«Padre?»

Marina esitò.

Paolo chiuse gli occhi.

E capii.

«Papà.»

Chiara pronunciò quella parola quasi senza voce.

Paolo annuì.

«Alessandro è nostro figlio.»

Chiara si appoggiò alla poltrona.

Io, invece, sentii improvvisamente tutto diventare più chiaro e più terribile.

Alessandro Bellandi.

Matteo Serra.

L’uomo che aveva lavorato nella mia azienda. L’uomo che aveva avuto accesso al mio computer. L’uomo che era scomparso quarantotto ore prima.

Era il figlio segreto dei miei genitori adottivi.

«Perché si chiama Bellandi?»

Marina si sedette.

«Perché non lo abbiamo cresciuto noi.»

«Perché?»

Paolo rispose.

«Quando nacque, io lavoravo già per Riccardo Santini. Avevo visto cose che non avrei dovuto vedere. Bellandi era il suo commercialista e uno degli uomini che gestivano le società di copertura.»

«E voi avete dato vostro figlio a quell’uomo?»

Marina cominciò a piangere.

«Pensavamo di proteggerlo.»

Quella parola.

Proteggere.

Era diventata quasi disgustosa.

«Tutti in questa famiglia commettono atrocità e poi le chiamano protezione.»

Marina abbassò la testa.

Paolo continuò.

«Bellandi e sua moglie non potevano avere figli. Riccardo propose l’accordo. Alessandro avrebbe avuto una vita sicura e noi saremmo rimasti fuori dai suoi affari.»

«E avete accettato.»

«Avevamo vent’anni e paura.»

Chiara rise amaramente.

«Quindi abbiamo un fratello di cui non ci avete mai parlato.»

Paolo la guardò.

«Tu hai un fratello.»

Quelle parole produssero un silenzio strano.

Io no.

Biologicamente non appartenevo a loro.

Marina lo capì subito.

«Elena, per me sei mia figlia.»

«Non farlo.»

«È vero.»

«Non adesso.»

Moretti interruppe.

«Quando Alessandro ha scoperto chi erano i suoi veri genitori?»

Marina asciugò le lacrime.

«A diciotto anni.»

«Come?»

«Bellandi glielo disse durante una lite.»

«E Alessandro vi cercò?»

Paolo annuì.

«Ma era già cambiato.»

«Cambiato come?»

«Era convinto che lo avessimo venduto.»

«Non aveva completamente torto» dissi.

Paolo incassò il colpo.

«Voleva denaro. Poi informazioni. Voleva sapere tutto sui Santini, su Beatrice, su Federico.»

Guardai Beatrice.

«E su di me.»

«All’epoca tu avevi quattordici anni» disse Paolo. «Non gli dicemmo niente.»

«Ma alla fine lo scoprì.»

«Sì.»

«Quando?»

Nessuno rispose.

Poi Marina disse:

«Quattro anni fa.»

Lo Studio Bellandi.

Il mio primo lavoro.

Non era stato casuale.

«Mi avete mandata voi lì.»

Marina scosse la testa.

«No. Alessandro organizzò tutto.»

Ricordai l’offerta arrivata pochi giorni dopo la laurea. Il colloquio troppo semplice. L’assunzione immediata.

«Perché?»

Beatrice si avvicinò al tavolo.

«Per trovare il testamento originale di Federico.»

Riva sollevò quello che avevamo trovato nella busta.

«Questo non è l’originale?»

«È una copia.»

«Dov’è l’originale?»

Beatrice guardò Paolo.

«Era nascosto nell’archivio Bellandi.»

Finalmente capii perché ero stata filmata mentre entravo in quella stanza.

«Alessandro pensava che lo avrei trovato.»

«No» disse Paolo. «Pensava che avresti aperto la porta per lui.»

Sentii lo stomaco stringersi.

«Quella sera.»

«Sì.»

La notte ripresa dalla telecamera.

Io ero entrata nell’archivio. Poi mio padre. Poi la donna che credevamo fosse Beatrice.

«Ma Beatrice era davvero lì?»

Lei annuì.

«Sì.»

«Perché prima hai detto che non eri tu?»

Il suo sguardo cambiò.

«Perché non sapevo di essere stata filmata.»

«Non è una risposta.»

«Avevo paura che il video fosse stato manipolato.»

«E invece?»

«Ero lì.»

La prima bugia dimostrabile di Beatrice.

Moretti la registrò mentalmente.

Lo vidi dal modo in cui la guardò.

«Perché?» chiese.

Beatrice inspirò.

«Per riprendere il testamento.»

«Lo trovò?»

«No.»

«Chi lo prese?»

Paolo.

Tutti ci voltammo verso di lui.

«Io.»

«Dov’è?» domandò Moretti.

Papà si alzò lentamente.

«Non ce l’ho più.»

«A chi lo ha dato?»

«A Marina.»

Chiara fissò nostra madre.

Marina sembrò confusa.

«Non è vero.»

«Te lo consegnai quella notte.»

«Mi desti una busta.»

«Dentro c’era il testamento.»

«Non l’ho mai aperta.»

«Dov’è?»

Marina rimase immobile.

Poi il suo volto perse colore.

«La scatola.»

«Quale scatola?» chiesi.

Lei mi guardò.

«Quella sotto il tuo letto.»

Il sangue mi si gelò.

«Nella mia camera?»

«L’avevo nascosta lì anni fa.»

Pensai immediatamente alla notte precedente.

Mia madre nella mia stanza.

Le forbici.

Il sonnifero.

Le ciocche sul cuscino.

«Non sei entrata per tagliarmi i capelli.»

Marina cominciò a tremare.

«Elena…»

«Sei entrata per prendere la scatola.»

Silenzio.

«I capelli sono stati una copertura.»

«No.»

«Allora dimmi la verità.»

Marina scoppiò.

«La scatola era sparita!»

La biblioteca diventò immobile.

«Quando?»

«Quando sono entrata nella tua stanza. Ho controllato sotto il letto e non c’era più.»

«E allora perché mi hai tagliato i capelli?»

Lei mi guardò con un’espressione che non dimenticherò mai.

Vergogna.

«Perché eri già sveglia.»

Mi tornò in mente il rumore.

Metallo contro metallo.

«Avevo aperto gli occhi.»

«Sì. E avevo paura che mi chiedessi cosa stessi facendo.»

«Quindi hai preso le forbici.»

«Volevo tagliare soltanto una ciocca.»

La voce le si spezzò.

«Poi ho pensato a Chiara. A quello che aveva detto. Ero arrabbiata, terrorizzata… e ho continuato.»

Non era una giustificazione.

Era peggio.

Era la prova che la crudeltà poteva nascere anche da qualcosa di stupidamente umano.

«E il sonnifero?»

Marina impallidì.

«Cosa?»

«Avevo preso un sonnifero.»

«Lo so.»

«Come?»

Silenzio.

Moretti fece un passo avanti.

«Signora Conti.»

Marina strinse le mani.

«Ne avevo messo uno anche nella sua tisana.»

Chiara sussultò.

Io non sentii rabbia.

Non subito.

Sentii soltanto vuoto.

«Mi hai drogata.»

«Volevo soltanto essere sicura che dormissi.»

Moretti intervenne immediatamente.

«Non dica altro senza un avvocato.»

Ma Marina continuò.

«Dovevo trovare quella scatola prima di Alessandro.»

«Perché?»

«Perché conteneva più del testamento.»

Paolo si voltò bruscamente.

«Cosa significa?»

Marina lo guardò.

«C’era anche il quaderno di Bellandi.»

Persino Beatrice sembrò sorpresa.

«Quale quaderno?»

«Quello con i nomi veri.»

Moretti si irrigidì.

«Nomi di chi?»

«Politici. Imprenditori. Funzionari. Persone che avevano ricevuto denaro dalla rete Santini per anni.»

La portata dell’indagine cambiò in un istante.

Non stavamo più parlando soltanto di Giuliano.

«E quella scatola era sotto il mio letto.»

«Per anni.»

Mi passai una mano tra ciò che restava dei capelli.

«Chi poteva sapere dove fosse?»

Marina guardò Chiara.

Mia sorella diventò pallida.

«Perché guardi me?»

«Tre settimane fa mi hai chiesto dove conservavo i vecchi documenti di famiglia.»

«Per le fotografie del matrimonio.»

«Hai aperto la scatola?»

«No.»

«Chiara.»

«Ho detto di no.»

Il telefono di Chiara vibrò.

Tutti lo guardarono.

Un messaggio da un numero sconosciuto.

C’era una fotografia.

Una scatola di legno scuro.

Sopra, il pendente a forma di stella di Beatrice.

Sotto l’immagine, poche parole.

AVETE CERCATO QUESTO?

Poi arrivò un video.

Chiara lo aprì.

Alessandro apparve sullo schermo.

Non era più Matteo Serra.

Niente occhiali. Niente barba ordinata. Niente sorriso discreto dell’uomo che per anni avevo salutato davanti alla macchina del caffè.

Dietro di lui riconobbi scaffali pieni di documenti.

«Ciao, Elena.»

Sentire la sua voce fece più paura che vedere il suo volto.

«Se stai guardando questo video, finalmente ti hanno raccontato abbastanza bugie da permetterti di capire almeno metà della verità.»

Alessandro sollevò il quaderno.

«Tutti pensano che io voglia i soldi di Federico.»

Sorrise.

«Non mi interessano.»

Aprì il quaderno.

«Voglio distruggere le persone che hanno comprato la nostra famiglia.»

Poi il sorriso scomparve.

«Ma c’è una cosa che nessuno ti ha ancora detto.»

Si avvicinò alla telecamera.

«Federico Santini non è morto prima della tua nascita.»

Beatrice smise di respirare.

Alessandro continuò.

«È vissuto abbastanza da vederti.»

Il video si interruppe.

Un ultimo messaggio comparve sullo schermo.

ELENA, TUO PADRE È ANCORA VIVO.

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