Divertimento

Il Giorno Prima Delle Nozze Di Mia Sorella, Mia Madre Mi Tagliò I Capelli Nel Sonno Perché Non Dovevo Oscurare La Sposa — Il Giorno Dopo, La Guardia Di Finanza Interruppe Il Matrimonio E Chiese Di Me

Nessuno parlò per alcuni secondi.

Sul monitor, l’immagine era rimasta ferma sul volto della donna accanto a mio padre. Aveva gli stessi zigomi di Vittoria, lo stesso taglio degli occhi, perfino quella maniera leggermente inclinata di tenere il mento. Ma il pendente a forma di stella brillava sul suo collo come una firma.

«Sua sorella è viva?» chiesi.

Vittoria non rispose subito.

Guardava lo schermo come se avesse paura che la donna potesse voltarsi e guardarla a sua volta.

«Non lo so.»

Moretti incrociò le braccia.

«Ha appena detto che suo padre pagò qualcuno per falsificare il certificato di morte.»

«Ho detto che è ciò che credo.»

«Cominci dall’inizio.»

Vittoria inspirò lentamente.

«Beatrice aveva quattro anni meno di me. Era diversa dalla nostra famiglia. Nostro padre costruiva società, comprava terreni, spostava denaro. Lei faceva domande. Troppe.»

«Che tipo di domande?»

«Su immobili intestati a persone che non conoscevamo. Fondazioni che esistevano soltanto sulla carta. Conti all’estero.»

Le parole mi ricordavano esattamente ciò che avevo trovato nei documenti di Giuliano.

«Quindi questa storia non è cominciata con suo figlio.»

Vittoria mi guardò.

«No. Giuliano ha ereditato qualcosa che esisteva già.»

Sentii una rabbia improvvisa.

«E Chiara stava per sposarlo senza sapere niente.»

«Probabilmente.»

«Probabilmente?»

«Mio figlio nascondeva cose anche a me.»

Moretti intervenne.

«Beatrice.»

Vittoria abbassò gli occhi.

«Nel 1994 scoprì qualcosa. Non mi disse cosa. Mi telefonò una notte e disse soltanto che nostro padre aveva rovinato delle persone innocenti. Due giorni dopo ci comunicarono che era morta in un incidente stradale.»

«Vide il corpo?»

«No.»

Quella risposta cambiò l’aria nella stanza.

«Perché?»

«Mio padre disse che era irriconoscibile.»

Moretti non mostrò emozione.

«E lei gli credette?»

«Avevo ventisette anni. Mio padre controllava ogni cosa della nostra vita. Sì, gli credetti.»

«Quando ha cominciato a dubitare?»

«Sei anni dopo, trovai una lettera.»

«Di Beatrice?»

Vittoria annuì.

«Datata tre mesi dopo la sua presunta morte.»

Riva si sporse.

«Ha ancora quella lettera?»

«No. Mio padre la trovò nella mia stanza e la bruciò.»

«Cosa diceva?»

Vittoria mi fissò.

«Diceva: “Se un giorno qualcuno pronuncerà il nome Conti, non fidarti di nessuno.”»

Il mio cognome sembrò improvvisamente estraneo.

Mi voltai verso il monitor.

Mio padre e quella donna erano insieme nello Studio Bellandi quattro anni prima.

«Conosceva mio padre?»

«Non l’ho mai visto prima del fidanzamento di Giuliano e Chiara.»

«Sta mentendo.»

«Elena.»

«Quella donna che potrebbe essere sua sorella era con lui.»

«Lo so.»

«E nella lettera c’era il nostro cognome.»

Vittoria non rispose.

Moretti chiuse il portatile.

«Dobbiamo parlare con Paolo Conti.»


Mio padre non era più nella tenuta.

La notizia arrivò dieci minuti dopo.

L’agente incaricato di sorvegliarlo spiegò che non era formalmente trattenuto e che, durante la confusione causata dall’arrivo della stampa ai cancelli, aveva lasciato il giardino da un ingresso laterale.

Anche mia madre era sparita.

«Chiara?» chiesi.

«È ancora qui.»

La trovai nella suite della sposa.

Era seduta davanti allo specchio, ancora nell’abito nuziale. Il velo era stato tolto e giaceva sul pavimento. Nessuna damigella era rimasta.

Quando entrai, non si voltò.

«Sei venuta a goderti lo spettacolo?»

Chiusi la porta.

«Papà e mamma se ne sono andati.»

Finalmente mi guardò.

«Cosa?»

«Sono spariti.»

Il rancore sul suo volto lasciò spazio alla paura.

«Mamma non mi avrebbe lasciata qui.»

Quasi le ricordai che nostra madre aveva appena dimostrato quanto fossero strane le sue priorità.

Non lo feci.

«Chiara, devo sapere tutto quello che Giuliano ti ha chiesto negli ultimi mesi.»

«Ho già parlato con gli investigatori.»

«Non ti sto chiedendo cosa hai detto a loro.»

Mi avvicinai.

«Ti sto chiedendo cosa non hai detto.»

Le sue dita si chiusero sulla stoffa dell’abito.

Avevo ragione.

«Tre settimane fa» mormorò «Giuliano mi fece firmare alcuni documenti.»

«Quali?»

«Disse che riguardavano il regime patrimoniale dopo il matrimonio.»

«Li hai letti?»

Silenzio.

«Chiara.»

«No.»

Chiusi gli occhi.

«Naturalmente.»

«Non parlarmi come se fossi stupida.»

«Hai firmato documenti finanziari preparati da un uomo che conoscevi da meno di due anni senza leggerli.»

«Dovevo sposarlo!»

«È esattamente il motivo per cui avresti dovuto leggerli.»

Si alzò di scatto.

«Sai qual è il tuo problema? Hai sempre bisogno di essere quella intelligente.»

La guardai.

Poi indicai i miei capelli.

«E tu avevi bisogno che mamma mi tagliasse cinquanta centimetri di capelli perché avevi paura che qualcuno mi guardasse.»

Il colore sparì dal suo viso.

«Io non le ho chiesto di farlo.»

Mi bloccai.

«Cosa?»

«Ho detto che i tuoi capelli mi facevano sentire insignificante. Ero nervosa. Ho pianto. Ma non le ho mai detto di tagliarteli.»

Per la prima volta da quella mattina vidi qualcosa in Chiara che non fosse rabbia o autocommiserazione.

Vergogna.

«Quando ti ho vista stamattina» continuò «ho capito cosa aveva fatto.»

«E non hai detto niente.»

«Lo so.»

Quelle due parole erano piccole.

Ma almeno erano vere.

«Mi dispiace.»

Non la perdonai.

Non ancora.

Ma qualcosa cambiò.

«Dove sono i documenti che hai firmato?»

«Giuliano li ha presi.»

«Hai una copia?»

Chiara esitò.

Poi andò verso un armadio e tirò fuori una scatola bianca con il logo dell’atelier.

Sollevò il vestito di ricambio che c’era dentro e prese una busta.

«Li fotografai.»

La guardai sorpresa.

«Perché?»

«Perché quella sera Giuliano ricevette una telefonata e uscì dalla stanza. Non so perché, ma improvvisamente ebbi paura.»

Dentro c’erano fotografie stampate.

Riva e Moretti ci raggiunsero pochi minuti dopo.

Esaminarono le pagine.

La prima sembrava un normale accordo patrimoniale.

La seconda no.

Cessione fiduciaria.

La terza conteneva una lista di società.

Alla quarta pagina trovammo ELC Consulting.

«Questa società esisteva già quando Chiara ha firmato» dissi.

Moretti annuì.

Poi girò pagina.

Il mio nome compariva sotto una clausola che non comprendevo.

Riva la lesse due volte.

«È una garanzia personale.»

«Per cosa?»

«Debiti societari.»

«Quanto?»

Riva scorse il documento.

Poi mi guardò.

«Fino a otto milioni di euro.»

Sentii le gambe indebolirsi.

«Io non ho firmato.»

«Qui risulta il contrario.»

La firma era quasi perfetta.

Quasi.

Ma io sapevo come firmavo.

«Quella non è mia.»

Moretti fotografò il documento.

Chiara si portò una mano alla bocca.

«Elena, io non sapevo…»

«Lo so.»

Era la prima volta che glielo dicevo.

Continuammo.

Nell’ultima pagina c’era un allegato.

Una tabella con quattro nomi.

Paolo Conti.

Marina Conti.

Elena Conti.

Chiara Conti.

Accanto a ognuno, una cifra.

Papà: 1.200.000.

Mamma: 750.000.

Io: 8.000.000.

Chiara: 14.500.000.

«Cosa sono?» domandò Chiara.

Riva non rispose subito.

Moretti prese il foglio.

«Sembrano limiti di esposizione.»

«In italiano?» disse Chiara.

«Quanto denaro potrebbe essere fatto ricadere legalmente su ciascuno di voi se certe operazioni venissero attribuite alle società collegate.»

Chiara diventò bianca.

«Quattordici milioni?»

Poi il suo telefono vibrò.

Tutti ci immobilizzammo.

Numero sconosciuto.

Un messaggio.

Chiara lo aprì davanti a noi.

C’era una fotografia.

Mia madre sedeva sul sedile posteriore di un’auto. Non sembrava ferita. Ma era pallidissima.

Accanto a lei c’era mio padre.

Sotto l’immagine, una frase.

PORTATE LA CHIAVETTA DI VITTORIA ALLO STUDIO BELLANDI. ORE 18:00. NIENTE POLIZIA.

Moretti guardò immediatamente l’orologio.

17:21.

«Nessuno si muove» disse.

Ma arrivò un secondo messaggio.

Questa volta sul mio telefono.

Stessa fotografia.

Testo diverso.

ELENA, TU DEVI VENIRE.

Poi comparve una terza riga.

TUO PADRE NON È LA VITTIMA.

Aprii l’immagine e la ingrandii.

Fu allora che notai qualcosa che nessun altro aveva visto.

Mia madre sembrava terrorizzata.

Mio padre no.

Guardava direttamente verso la fotocamera.

E sul polso dell'uomo seduto accanto a lui c'era un orologio che conoscevo da tutta la vita.

Ma mio padre aveva smesso di indossarlo sei mesi prima.

Quando mi aveva detto di averlo perso.

Sul retro di quell'orologio era inciso un nome.

Non il suo.

BEATRICE.

No comments yet