Nessuno parlò.
Sul telefono di Chiara era rimasta congelata l’ultima immagine del video: il volto di Alessandro, mezzo illuminato, gli occhi fissi nella telecamera. Dietro di lui, scaffali pieni di documenti.
ELENA, TUO PADRE È ANCORA VIVO.
Guardai Beatrice.
Se Alessandro aveva voluto ottenere una reazione, l’aveva ottenuta.
Lei era diventata bianca.
«Tu lo sapevi.»
La mia voce uscì lentamente.
«No.»
«Non mentirmi ancora.»
«Credevo fosse morto.»
«Come credevi che fosse morta tua sorella?»
Vittoria non era lì per sentire quelle parole, ma il parallelismo era troppo evidente.
Nella famiglia Santini, la morte sembrava essere diventata uno strumento amministrativo.
Moretti prese il telefono dalle mani di Chiara.
«Il video potrebbe essere preregistrato. Dobbiamo identificare il luogo.»
Un tecnico cominciò immediatamente ad analizzarlo.
Io non riuscivo a smettere di guardare Beatrice.
«Quando hai visto Federico per l’ultima volta?»
Lei si sedette.
«Ventisette anni fa.»
«Prima o dopo la mia nascita?»
Esitò.
«Dopo.»
Un’altra omissione.
«Quanto dopo?»
«Avevi tre mesi.»
Mi appoggiai al tavolo.
«Quindi sapeva che esistevo.»
«Sì.»
«Mi ha vista?»
Le lacrime comparvero negli occhi di Beatrice.
«Una volta.»
Alessandro aveva detto la verità.
«Dove?»
«In una casa vicino a Como. Paolo ci portò lì.»
Guardai mio padre adottivo.
«Anche tu sapevi.»
Paolo annuì.
«Federico era ferito. Viveva nascosto. Riccardo aveva uomini che lo cercavano.»
«E poi?»
«Doveva lasciare l’Italia.»
«Dove?»
«Svizzera, forse. Non me lo disse.»
«E avete deciso semplicemente che era morto?»
Beatrice scosse la testa.
«Sei mesi dopo ricevetti una lettera. Paolo mi disse che Federico era stato trovato morto.»
Mi voltai verso Paolo.
«Hai visto il corpo?»
Silenzio.
«Hai visto il corpo?»
«No.»
Sentii un sapore amaro in bocca.
«Chi ti disse che era morto?»
Paolo guardò Marina.
Marina, per una volta, sembrava davvero non sapere.
«Bellandi.»
Il padre adottivo di Alessandro.
Moretti annotò il nome.
«Quindi l’unica conferma della morte di Federico proveniva dall’uomo coinvolto nella falsificazione della morte di Beatrice.»
Paolo abbassò lo sguardo.
Detto così, sembrava quasi assurdo che qualcuno ci avesse creduto.
Ma quella era la forza delle bugie familiari: se duravano abbastanza, smettevano di sembrare bugie.
Diventavano storia.
Il tecnico richiamò Moretti.
«Abbiamo qualcosa.»
Ci avvicinammo.
«Il video contiene un rumore di fondo.»
Alzò il volume.
All’inizio sentii soltanto la voce di Alessandro.
Poi, dietro, un suono ritmico.
Metallico.
Tre colpi.
Pausa.
Altri tre.
«Una campana?» chiese Chiara.
«No» dissi.
Conoscevo quel suono.
Lo avevo sentito per sei mesi ogni giorno durante il mio primo lavoro.
«L’ascensore.»
Tutti mi guardarono.
«Nello Studio Bellandi il vecchio ascensore faceva esattamente quel rumore quando arrivava al secondo piano.»
Moretti prese immediatamente la radio.
«Torniamo allo studio.»
Questa volta non entrai per prima.
Gli agenti controllarono ogni stanza.
Nessun Alessandro.
Ma nell’archivio trovarono una porta che quattro anni prima non avevo mai notato.
Era nascosta dietro uno scaffale.
Dietro c’era una scala.
Scendeva.
Il seminterrato odorava di umidità e carta vecchia.
Le luci erano accese.
«È stato qui» disse Moretti.
Sul tavolo c’era una tazza di caffè ancora tiepida.
Accanto, una fotografia.
La presi.
Mostrava Beatrice molto giovane con un uomo.
Federico.
Per la prima volta vedevo il volto di mio padre.
Aveva capelli scuri, occhi chiari e un sorriso sorprendentemente normale.
Girando la fotografia trovai una data.
L’anno della mia nascita.
Sotto, una frase scritta a mano.
PER ELENA, QUANDO SARÀ ABBASTANZA GRANDE.
Le mani cominciarono a tremarmi.
C’era una busta.
Questa volta nessuno tentò di fermarmi.
La aprii.
Dentro trovai una lettera.
Non era lunga.
“Elena, se stai leggendo queste parole significa che non sono riuscito a tornare quando avevo promesso. Non credere a chi ti dirà che ti ho abbandonata. Esistono persone che possono usare perfino l’amore come un’arma. Ho lasciato ciò che ti appartiene nelle mani di qualcuno che pensavo fosse affidabile. Se ho sbagliato, perdonami.”
Sotto c’era una firma.
Federico.
Non riuscii a leggere oltre per alcuni secondi.
Poi notai una seconda pagina.
Conteneva soltanto un indirizzo.
Lugano.
E una sequenza di numeri.
Riva la guardò.
«Potrebbe essere un conto.»
Moretti fotografò tutto.
«Nessuno contatta nessuno finché non verifichiamo.»
Un agente ci chiamò dall’altra stanza.
Aveva trovato la scatola.
Quella di legno della fotografia.
Era aperta.
Il quaderno di Bellandi non c’era più.
Ma il testamento originale sì.
Riva lo esaminò.
Dopo alcuni minuti alzò gli occhi.
«La copia che avevamo è incompleta.»
«Cosa manca?»
Indicò una clausola finale.
Lessi.
In caso di morte, incapacità o rinuncia della beneficiaria Elena, l’intero patrimonio non sarebbe passato a Giuliano.
Sarebbe stato trasferito a una fondazione.
«Quale fondazione?»
Riva pronunciò il nome.
«Fondazione Aurora.»
Mi tornò in mente la domanda di Vittoria.
Aveva nominato quella fondazione.
«Pensavo fosse una delle società usate per la frode.»
«Potrebbe esserlo.»
Moretti sfogliò il documento.
«Chi la controlla?»
Riva trovò l’allegato.
Poi si immobilizzò.
«Presidente fondatore: Federico Santini.»
Il mio cuore accelerò.
«Quando è stata registrata?»
«Nel 2003.»
Tre anni dopo la mia nascita.
Tre anni dopo che Federico avrebbe dovuto essere morto.
Beatrice dovette sedersi.
«Allora era vivo.»
Moretti chiamò immediatamente la centrale.
La risposta arrivò meno di dieci minuti dopo.
Fondazione Aurora esisteva ancora.
Aveva sede legale a Lugano.
Il presidente non compariva pubblicamente da anni, ma risultava ancora formalmente in carica.
Federico Santini.
«Possiamo sapere dove vive?» chiesi.
Moretti mi guardò.
«Non così velocemente.»
Il mio telefono squillò.
Numero svizzero.
Tutti si immobilizzarono.
Moretti fece un cenno.
Risposi mettendo il vivavoce.
«Pronto?»
Per qualche secondo sentii soltanto un respiro.
Poi una voce maschile.
Anziana.
«Elena?»
Non riuscivo a parlare.
«Chi è?»
Silenzio.
Poi:
«Mi chiamo Federico Santini.»
Beatrice si portò entrambe le mani alla bocca.
«Sei davvero tu?»
L’uomo dall’altra parte non rispose a lei.
Parlava soltanto con me.
«Alessandro mi ha trovato.»
Moretti si avvicinò.
«Dove si trova?»
«Non posso dirvelo.»
«Signor Santini, sono il capitano Andrea Moretti della Guardia di Finanza.»
«Lo so.»
Quella risposta fece irrigidire Moretti.
«Come fa a saperlo?»
«Perché questa storia non è cominciata ieri, Capitano.»
Poi Federico pronunciò qualcosa che cambiò ancora una volta tutto.
«Giuliano non ha costruito la rete.»
Guardai Giuliano, rimasto alla tenuta sotto controllo degli investigatori.
«Chi l’ha costruita?»
«Riccardo.»
«Riccardo è morto.»
«Sì. Ma qualcuno l’ha mantenuta viva.»
«Alessandro?»
«No.»
La voce di Federico diventò più debole.
«Alessandro sta cercando di distruggerla. Nel modo sbagliato, ma è quello che sta facendo.»
Moretti ed io ci guardammo.
«Allora chi è il responsabile?»
Silenzio.
«Federico?»
Quando parlò di nuovo, sembrava stanco.
«La persona che ha convinto Alessandro che per distruggere la rete doveva usare te.»
«Chi?»
Un rumore improvviso arrivò dall’altra parte della linea.
Federico abbassò la voce.
«Elena, ascoltami. Il matrimonio non serviva a unire Chiara e Giuliano.»
Sentii il cuore battermi nelle orecchie.
«A cosa serviva?»
«A riunire tutti nello stesso posto.»
«Perché?»
«Perché qualcuno voleva costringere Beatrice a uscire dal nascondiglio.»
Guardai la donna accanto a me.
«Chi?»
Federico respirò lentamente.
Poi pronunciò un nome.
«Vittoria.»
Beatrice si alzò di scatto.
«No.»
Federico continuò.
«Non fidarti di mia nipote.»
«Vittoria è tua nipote?»
Silenzio.
La linea cadde.
Guardai Beatrice.
Lei sembrava sconvolta quanto me.
«Federico ha detto nipote.»
«Si è confuso» sussurrò.
Ma io vidi immediatamente qualcosa nei suoi occhi.
«No.»
Mi avvicinai.
«Tu sai cosa significa.»
Beatrice indietreggiò.
Moretti si mise tra noi.
«Parli.»
Lei cominciò a tremare.
«Vittoria non è mia sorella.»
Un’altra bugia.
Forse la più grande.
«Allora chi è?»
Beatrice chiuse gli occhi.
«Mia figlia.»
Nessuno ebbe il tempo di reagire.
Il telefono di Moretti squillò.
Era uno degli agenti rimasti alla tenuta.
Moretti ascoltò per cinque secondi.
Poi il suo volto cambiò.
«Quando?»
Pausa.
«Bloccate tutte le uscite.»
Riattaccò.
«Che succede?» chiesi.
Moretti guardò Beatrice.
«Vittoria Santini è tornata alla villa.»
«E allora?»
«Non è venuta da sola.»
Mi mostrò una fotografia inviata dall’agente.
Vittoria attraversava il giardino.
Accanto a lei camminava Alessandro.
E tra le mani Vittoria stringeva il quaderno originale di Bellandi.
Sotto la fotografia c’era un messaggio appena inviato al telefono di Moretti.
Una sola frase.
PORTATE ELENA. È ORA CHE SAPPIA PERCHÉ È NATA.







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