Elena lasciò cadere il telefono sulle scale. Per un istante non disse nulla, come se il cervello si rifiutasse di accettare ciò che aveva appena letto. Poi si precipitò verso Massimo, afferrandogli il braccio con entrambe le mani.
«Sofia è stata trasferita.»
Massimo prese il telefono e lesse il messaggio. Il suo volto cambiò immediatamente. La calma che aveva mantenuto fino a quel momento scomparve, sostituita da una freddezza quasi inquietante. Tornò di corsa nello studio, compose il numero dell’ospedale e aspettò. Nessuna risposta. Provò una seconda volta. Poi una terza. Alla quarta chiamata qualcuno rispose, ma la voce dall'altra parte sembrava confusa.
«Sono Massimo Calleri. Dov'è mia figlia Sofia Benedetti?»
«Signor Calleri, mi dispiace, non posso fornire informazioni senza verificare l'autorizzazione.»
«Sono suo padre.»
«Nel sistema non risulta.»
Massimo chiuse gli occhi per un secondo.
«Allora verifichi meglio.»
La linea rimase silenziosa.
«Signore, la bambina risulta trasferita secondo un protocollo medico d'urgenza.»
«Dove?»
«Non posso dirlo.»
«Chi ha autorizzato il trasferimento?»
Ancora silenzio.
Poi la telefonata terminò.
Elena aveva le lacrime agli occhi.
«L'hanno presa.»
«No.»
«Massimo, l'hanno portata via.»
«Non ancora.»
Lui tornò verso la scrivania e guardò la fotografia dell'uomo sconosciuto. Qualcosa non gli tornava. Se qualcuno aveva pianificato il trasferimento di Sofia, doveva avere accesso alle cartelle, al Trust e all'ospedale. Ma soprattutto doveva sapere esattamente dove si trovava la bambina.
«Roth.»
Lo chiamò.
«Dimmi che hai trovato qualcosa.»
«Ho trovato qualcosa di peggio.»
Massimo rimase immobile.
«Parla.»
«Il trasferimento di Sofia non è stato registrato dall'ospedale.»
Elena si avvicinò.
«Cosa significa?»
Roth continuò.
«Il sistema mostra un trasferimento medico, ma non esiste nessuna ambulanza associata, nessun medico responsabile e nessuna destinazione. È come se la bambina fosse stata trasferita senza muoversi dall'ospedale.»
Massimo guardò Elena.
«Una falsa registrazione.»
«Esatto.»
Per la prima volta, Roth sembrava davvero spaventato.
«Massimo, c'è un'altra cosa. Ho recuperato una parte del registro del Trust.»
«Cosa hai trovato?»
«Sofia non è stata aggiunta al Trust oggi.»
Massimo sentì il cuore fermarsi.
«Quando?»
«Il giorno della sua nascita.»
Elena portò una mano alla bocca.
«È impossibile.»
«No», disse Massimo lentamente. «È la prova che qualcuno sapeva di lei prima ancora che io sapessi che esisteva.»
Il silenzio calò nella stanza.
Poi Massimo ricordò la fotografia.
La prese e la osservò di nuovo. L'uomo sconosciuto aveva una mano appoggiata sulla spalla di sua madre. Tra le dita si vedeva chiaramente l'anello con lo stemma Calleri.
«Roth, mandami tutti i nomi degli amministratori del Trust negli ultimi quattro anni.»
«Te li mando subito.»
Il telefono vibrò.
Massimo aprì il file.
Scorse rapidamente l'elenco.
Margherita Calleri.
Massimo Calleri.
Roth.
Poi un quarto nome.
Vittorio Calleri.
Massimo smise di respirare.
Elena lo guardò.
«Chi è?»
Lui non rispose immediatamente.
Vittorio Calleri.
Quel nome apparteneva a una persona che nella sua famiglia non veniva pronunciata da più di vent'anni.
Suo padre.
L'uomo che Massimo aveva sempre creduto morto prima ancora che lui compisse dieci anni.
«Mio padre.»
Elena lo fissò.
«Tuo padre è morto.»
«È quello che mi hanno sempre detto.»
Massimo ingrandì il documento.
Accanto al nome di Vittorio compariva una data di accesso.
Oggi, ore 22:17.
Elena fece un passo indietro.
«Ma questo significa...»
«Significa che qualcuno ha usato il suo account.»
«Oppure?»
Massimo non rispose.
Dal piano inferiore arrivò improvvisamente un rumore secco.
Come qualcosa che cadeva.
Elena si voltò.
«C'è qualcuno.»
Massimo prese una torcia dal cassetto della scrivania e uscì nel corridoio. Scese lentamente le scale. La villa era completamente buia. Arrivato al piano terra, vide la porta sul retro leggermente aperta.
La pioggia entrava sul pavimento.
Massimo si avvicinò.
Nessuno.
Ma sul tavolo della cucina c'era qualcosa che prima non c'era.
Una piccola scatola di legno.
Elena arrivò alle sue spalle.
«Non toccarla.»
Massimo rimase a fissarla.
Sul coperchio era inciso lo stemma della famiglia Calleri.
Sotto lo stemma c'erano due iniziali.
V.C.
Massimo aprì lentamente la scatola.
Dentro c'era una chiave, una vecchia tessera magnetica e una fotografia.
La fotografia mostrava un neonato avvolto in una coperta bianca.
Sul retro c'era scritto:
“Sofia, tre giorni dopo la nascita.”
Elena iniziò a tremare.
«Quella foto non può esistere.»
Massimo guardò il volto della bambina.
Poi vide qualcosa nell'angolo della fotografia.
Una mano maschile.
Un anello.
Lo stesso anello della fotografia di famiglia.
In quel momento il telefono di Massimo squillò.
Numero sconosciuto.
Rispose.
Dall'altra parte arrivò una voce maschile, bassa e calma.
«Hai trovato la chiave.»
Massimo strinse la mascella.
«Chi sei?»
Una breve pausa.
Poi l'uomo disse:
«Sono l'unica persona che sa perché tua madre ha nascosto Sofia da te.»
La chiamata si interruppe.
Massimo fissò la chiave nel palmo della mano.
Sul piccolo metallo era inciso un numero.
17.







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