Massimo rimase a fissare il numero inciso sulla chiave mentre Elena cercava di riprendere fiato. Il silenzio della villa era diventato quasi irreale. Fuori, la pioggia continuava a battere contro i vetri e il vento faceva oscillare le tende del soggiorno, ma nessuno dei due sembrava più accorgersene. La voce al telefono aveva lasciato dietro di sé una certezza inquietante: chiunque fosse quell'uomo, conosceva Sofia, conosceva Margherita e soprattutto conosceva il motivo per cui Elena era stata costretta a nascondere sua figlia.
«Numero diciassette», mormorò Elena.
Massimo richiuse la mano intorno alla chiave.
«Deve essere una stanza.»
«In questa villa non esiste una stanza diciassette.»
«Lo so.»
Massimo prese la vecchia tessera magnetica dalla scatola e la rigirò tra le dita. Sul retro c'era una striscia nera quasi consumata e un piccolo simbolo che non aveva mai visto prima: un cerchio attraversato da una linea verticale.
Elena lo riconobbe.
«Quello era nello studio di tua madre.»
Massimo alzò lo sguardo.
«Dove?»
«Sul suo vecchio armadio. Lo vedevo ogni volta che venivo qui.»
Per alcuni secondi nessuno parlò. Poi Massimo tornò nello studio, seguito da Elena. Spostò la fotografia dell'uomo sconosciuto, aprì l'armadio e passò le dita lungo il legno interno. Non trovò nulla. Prese la tessera e la avvicinò al piccolo simbolo inciso sul pannello laterale.
Un clic.
Il fondo dell'armadio si aprì di pochi centimetri.
Elena fece un passo indietro.
Dietro il pannello c'era un corridoio stretto, buio, abbastanza largo per una sola persona. Massimo accese la torcia del telefono.
«Mia madre aveva costruito questo dentro casa.»
«Perché?»
«Non lo so.»
Entrarono.
Il passaggio conduceva verso una piccola scala di pietra che scendeva sotto la villa. L'aria diventò più fredda. Dopo diciassette gradini, Massimo trovò una porta metallica.
Sul centro della porta era inciso lo stesso simbolo.
E sotto, quasi invisibile, il numero 17.
Inserì la chiave.
La serratura scattò.
Quando la porta si aprì, Elena trattenne il respiro.
Non c'era denaro.
Non c'erano gioielli.
Non c'erano documenti finanziari.
C'era una stanza piena di archivi.
Scatole ordinate per anno. Cartelle mediche. Fotografie. Registrazioni. Vecchi computer spenti. E su una parete, decine di fotografie di persone appartenenti alla famiglia Calleri.
Massimo avanzò lentamente.
«Mia madre controllava tutti.»
Elena guardò le fotografie.
«Non tutti.»
Indicò una parete laterale.
Lì c'erano fotografie di lei.
Elena giovane.
Elena all'università.
Elena durante il matrimonio.
Elena incinta.
Elena mentre usciva dalla villa tre anni prima.
Ogni fotografia aveva una data.
E alcune erano state scattate da angolazioni impossibili.
«Mi sorvegliava», sussurrò Elena.
Massimo sentì un peso sul petto.
«Non sapevo niente.»
«Forse.»
Elena si avvicinò a una cartella.
Sulla copertina c'era scritto:
PROGETTO SOFIA — LIVELLO RISERVATO.
Massimo gliela strappò quasi dalle mani.
La aprì.
La prima pagina conteneva una serie di rapporti medici.
Secondo quei documenti, Sofia era stata monitorata già durante la gravidanza.
Ma c'era qualcosa di ancora più inquietante.
In fondo alla pagina compariva una nota:
“La bambina presenta una predisposizione ereditaria. Monitoraggio cardiaco obbligatorio fino ai tre anni.”
Elena sbiancò.
«Ecco perché continua a stare male.»
Massimo continuò a leggere.
«Qui c'è scritto che la sua condizione può essere trattata.»
Elena lo guardò.
«Trattata come?»
«Non lo so. La pagina successiva è stata rimossa.»
Massimo sfogliò freneticamente le altre cartelle. Trovò soltanto una seconda nota.
“Il trattamento non deve essere effettuato prima dell'attivazione del Protocollo Calleri.”
Elena gli afferrò il braccio.
«Che cos'è il Protocollo Calleri?»
Massimo scosse la testa.
«Non lo so.»
In quel momento uno dei vecchi computer della stanza si accese.
Lo schermo illuminò improvvisamente il buio.
Elena trasalì.
Sul monitor apparve una sola frase:
ACCESSO CONFERMATO — MASSIMO CALLERI.
Poi comparve una barra di caricamento.
Massimo non aveva toccato nulla.
«Questo computer era spento.»
La barra raggiunse il cento per cento.
Apparve un video.
Sullo schermo comparve Margherita Calleri.
Più giovane.
Seduta nello stesso studio della villa.
Massimo rimase immobile.
Sua madre guardava direttamente nella telecamera.
«Se stai guardando questo video, significa che Sofia è stata trovata.»
Elena si portò una mano alla bocca.
Margherita continuò.
«Massimo, so che mi odierai. E forse avrai ragione.»
Il volto di Massimo diventò rigido.
«Ma non fidarti di nessuno che ti dirà che ho cercato di portarti via tua figlia.»
Margherita abbassò lo sguardo per un istante.
«Io ho cercato di proteggerla.»
Il video si interruppe.
Lo schermo diventò nero.
Poi apparve un'ultima riga.
“Per conoscere il nome dell'uomo che vuole Sofia, apri il cassetto sotto il pavimento.”
Massimo guardò Elena.
Insieme abbassarono gli occhi.
Sotto il vecchio tavolo c'era una lastra di metallo.
Massimo la sollevò.
Dentro c'era un telefono.
Lo schermo si accese immediatamente.
Una chiamata in arrivo.
Nessun numero.
Massimo rispose.
Per qualche secondo sentì soltanto il respiro dell'altra persona.
Poi arrivò la voce che aveva sentito poco prima.
«Adesso sai che Margherita non era il tuo nemico.»
Massimo strinse il telefono.
«Dov'è mia figlia?»
La voce rimase calma.
«Al sicuro.»
«Dove?»
«Dove tua madre l'ha nascosta la prima volta.»
Elena sussurrò:
«Chi sei?»
L'uomo rimase in silenzio.
Poi disse una frase che fece perdere colore al volto di Massimo.
«Elena, dovresti chiedere a tuo padre perché non ti ha mai raccontato che Sofia non è l'unica bambina che Margherita aveva cercato di proteggere.»
La chiamata terminò.
Massimo guardò Elena.
Lei era completamente immobile.
«Mio padre?» disse.
Sul telefono apparve un nuovo messaggio.
Una fotografia.
Un uomo anziano davanti a una casa di campagna.
Massimo riconobbe immediatamente il volto.
Era Vittorio Calleri.
E nella fotografia teneva per mano una bambina dai capelli scuri.
Una bambina che aveva gli stessi occhi grigi di Sofia.







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