Elena fissò il documento sullo schermo senza riuscire a pronunciare una parola. Massimo invece continuava a guardare la firma in fondo alla pagina, cercando disperatamente un dettaglio che potesse dimostrare che quella carta era falsa. La grafia sembrava identica a quella di Elena. Il nome era corretto. La data coincideva con il periodo in cui lei era scomparsa dalla sua vita. Eppure qualcosa non tornava.
«Non l'ho firmato io», disse infine Elena.
Massimo sollevò lo sguardo.
«È la tua firma.»
«Lo so come firmo.»
«Allora spiegamelo.»
Elena scosse la testa, gli occhi pieni di lacrime.
«Non posso spiegarti qualcosa che non ho mai visto.»
Massimo fece un passo indietro. La parte razionale della sua mente gli diceva di non fidarsi di nessuno. Non di Elena. Non di Roth. Non del Trust. Non delle registrazioni. Ma c'era qualcosa nel modo in cui Elena tremava davanti a quella pagina che non riusciva a ignorare.
«Tre anni fa», disse lentamente, «quando hai lasciato la villa, dove sei andata?»
«Da mia sorella.»
«Per quanto tempo?»
«Due settimane.»
«Poi?»
Elena abbassò gli occhi.
«Poi ho scoperto di essere incinta.»
Massimo rimase in silenzio.
«Ero terrorizzata. Non sapevo se dirtelo. Tua madre aveva già iniziato a controllare ogni mio movimento. Mi disse che se avessi provato a contattarti avrebbe fatto in modo che non avrei mai visto mia figlia.»
«Ma mi hai detto di avermi cercato.»
«Sì.»
«E questa dichiarazione?»
Elena guardò nuovamente il documento.
«Forse mi hanno costretta.»
Massimo strinse i denti.
«Perché non me l'hai mai detto?»
«Perché non volevo che Sofia crescesse sapendo che sua madre aveva avuto paura di suo padre.»
Quelle parole lo colpirono profondamente.
Elena si avvicinò a lui.
«Tu pensi che io ti abbia tenuto lontano da lei perché non ti amavo più. Ma ogni volta che guardavo Sofia pensavo a te. Agli occhi che aveva. Al modo in cui inclinava la testa quando era curiosa. Mi ricordava continuamente ciò che avevo perso.»
Massimo abbassò lo sguardo.
Per un istante avrebbe voluto abbracciarla.
Ma il telefono vibrò.
Un messaggio.
“Meno uno. C-17. Tra trenta minuti.”
Poi un secondo.
“Se vuoi che Sofia resti viva, vieni da solo.”
Elena lesse il messaggio.
«Non andare.»
«È mia figlia.»
«È una trappola.»
«Lo so.»
«Allora perché vuoi andarci?»
Massimo infilò il telefono in tasca.
«Perché per tre anni qualcun altro ha deciso cosa dovevo sapere della mia famiglia. È finita.»
Elena lo afferrò per il polso.
«Se vai da solo, potrebbero ucciderti.»
Massimo la guardò.
«E se non vado, potrebbero portarmi via Sofia per sempre.»
Elena lasciò lentamente la sua mano.
«Allora vengo con te.»
«No.»
«Non puoi impedirmelo.»
Massimo esitò.
In quel momento capì che Elena non era più la donna che aveva lasciato la villa tre anni prima. Aveva passato troppo tempo a combattere da sola per permettere a qualcuno di dirle ancora una volta di restare indietro.
«Va bene», disse. «Ma resterai dietro di me.»
Raggiunsero l'ospedale pochi minuti dopo. Roth aveva già preparato una mappa del livello sotterraneo. L'accesso a C-17 si trovava dietro una vecchia porta antincendio che nessuno utilizzava da anni.
Quando Massimo inserì la tessera magnetica, la porta si aprì.
Un corridoio buio apparve davanti a loro.
Elena gli prese la mano.
Non dissero nulla.
Camminarono per quasi cento metri. L'aria diventava sempre più fredda. Alle pareti erano ancora visibili vecchie targhe di reparti ormai chiusi.
Poi videro una luce.
C-17.
Massimo si fermò davanti alla porta.
«Sofia?»
Nessuna risposta.
Aprì.
La stanza era vuota.
Sul letto c'era soltanto una coperta rosa.
Elena si precipitò dentro.
«Sofia!»
Massimo controllò ogni angolo.
Nessuno.
Poi notò qualcosa sul comodino.
Un piccolo disegno.
Sofia aveva disegnato tre persone tenute per mano.
Una bambina.
Una donna.
Un uomo.
Sotto, con lettere irregolari, c'era scritto:
MAMMA — PAPÀ — SOFIA.
Elena cominciò a piangere.
Massimo prese il foglio con mani tremanti.
Sul retro c'era un'altra frase.
Questa volta non era scritta da una bambina.
“Lei vi ha scelti entrambi.”
Improvvisamente la porta alle loro spalle si chiuse.
Le luci si spensero.
Elena gridò.
«Massimo!»
Un rumore metallico provenne dal fondo della stanza.
Poi una luce rossa si accese.
Su un monitor apparve il volto di Riccardo Serra.
«Avete impiegato più tempo del previsto.»
Massimo si avvicinò allo schermo.
«Dov'è mia figlia?»
Serra sorrise appena.
«È al sicuro.»
«Portala qui.»
«Non ancora.»
«Chi ti ha dato l'ordine?»
Il sorriso dell'uomo scomparve.
«Tuo padre.»
Massimo rimase immobile.
«Vittorio è morto.»
«Questo è ciò che Margherita voleva farti credere.»
Elena trattenne il respiro.
Serra continuò:
«Ma c'è qualcosa che ancora non sapete.»
Sul monitor comparve una nuova fotografia.
Era Sofia.
Accanto a lei c'era la bambina della vecchia fotografia.
Due bambine identiche.
Stessi occhi.
Stessi capelli.
Stesso volto.
Massimo sentì le gambe diventare deboli.
Serra pronunciò lentamente:
«Sofia non ha una sorella.»
Fece una pausa.
«Sono gemelle.»
Il monitor diventò nero.
E nel buio, per la prima volta, Massimo sentì la voce di una bambina provenire dall'altra parte della parete.
«Papà...»







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