Teresa rimase immobile, come se aver pronunciato quel nome avesse aperto una porta che aveva tenuto chiusa per metà della sua vita. Martina la guardava senza capire, mentre Alessandro stringeva ancora i fogli della banca tra le dita. Veronica, invece, fece un passo indietro.
«Tuo padre?» ripeté Alessandro.
Teresa annuì lentamente.
«Riccardo Valenti era mio padre. O almeno… questo è quello che mi è sempre stato detto.»
La frase lasciò nell’aria qualcosa di irrisolto. Alessandro la fissò.
«Che significa “quello che ti è sempre stato detto”?»
Teresa abbassò lo sguardo verso la figlia, poi verso Veronica.
«Non qui.»
Veronica reagì subito.
«Sì, infatti. Questa conversazione sta diventando assurda. Alessandro, stai permettendo a una dipendente di trascinare questioni personali dentro casa nostra.»
Alessandro sollevò appena il mento.
«Casa nostra?»
Lei smise di parlare.
«Da qualche minuto non sono più sicuro di sapere cosa significhi quella parola.»
Il telefono di Ernesto vibrò. Era arrivata la conferma dei primi bonifici. Alessandro guardò lo schermo, poi Teresa.
«Il suo stipendio è stato pagato. Anche gli arretrati.»
Teresa chiuse gli occhi. Non sorrise. Sembrava troppo stanca perfino per provare sollievo.
«Grazie.»
Martina invece le afferrò subito la mano.
«Mamma, allora possiamo restare a casa nostra?»
Teresa le accarezzò i capelli.
«Forse sì, amore.»
Alessandro prese il proprio telefono.
«Non forse.»
Chiamò personalmente il signor Rinaldi. Non minacciò, non alzò la voce. Gli spiegò che il pagamento dell’affitto sarebbe arrivato entro un’ora e che qualsiasi tentativo di cambiare la serratura sarebbe stato contestato legalmente. Quando chiuse la chiamata, vide Martina guardarlo in silenzio.
«Adesso ha mantenuto la promessa» disse la bambina.
Quelle parole gli fecero più male di quanto volesse ammettere.
Alessandro si voltò verso Teresa.
«Venga nello studio. Lei e sua figlia.»
Veronica incrociò le braccia.
«E io?»
«Tu resti.»
«Non prendo ordini da te.»
Alessandro la guardò.
«Allora consideralo un consiglio. Se esci da questa villa prima che io abbia finito di capire dove sono finiti centottantamila euro, la prossima conversazione non sarà tra marito e moglie.»
Veronica lo fissò per qualche secondo, poi si sedette con un gesto brusco su una poltrona dell’atrio.
Nello studio, Teresa rimase vicino alla porta. Martina si accomodò su una sedia e appoggiò lo zaino sulle ginocchia.
Alessandro posò i documenti sulla scrivania.
«Mi racconti di suo padre.»
Teresa inspirò profondamente.
«Io avevo undici anni quando scomparve.»
«Scomparve?»
«Mia madre diceva che era fuggito.»
«Anche la mia famiglia.»
«La mia raccontava qualcosa di diverso.»
Alessandro sollevò lo sguardo.
«Cosa?»
Teresa si sedette lentamente.
«Che vostro padre aveva accusato il mio di aver rubato del denaro dalla società. Che avevano litigato. Poi mio padre sparì.»
«Questo lo so.»
«Quello che non sa è che tre giorni prima di sparire venne a casa nostra nel cuore della notte.»
Martina smise di muovere i piedi sotto la sedia.
Teresa continuò.
«Aveva il volto gonfio. La camicia strappata. Non disse chi gli avesse fatto del male. Entrò in cucina e mise davanti a mia madre una piccola cassetta di metallo. Le disse una cosa sola: “Se mi succede qualcosa, non darla mai ai Monti.”»
Alessandro sentì un peso scendere nello stomaco.
«Che cosa c’era dentro?»
«Non lo so.»
«Sua madre non l’ha mai aperta?»
Teresa scosse la testa.
«Non davanti a me.»
«Dove si trova quella cassetta?»
Teresa impallidì.
«Non lo so più.»
Alessandro si appoggiò allo schienale.
«Come può non saperlo?»
«Perché mia madre morì sei anni dopo. Poco prima di morire mi disse che aveva consegnato la cassetta a qualcuno di cui si fidava. Disse che un giorno, se il nome di Riccardo fosse tornato fuori, avrei dovuto cercarla.»
«Chi era quella persona?»
Teresa abbassò la testa.
«Non me lo disse.»
Alessandro si alzò e iniziò a camminare lentamente davanti alla finestra.
«Quindi mio padre accusò il suo di furto. Suo padre scomparve. E ora mia moglie manda soldi a una società intestata a lui.»
Teresa lo guardò.
«C’è un’altra cosa.»
Alessandro si fermò.
«Dica.»
Teresa esitò a lungo.
«Quando ho iniziato a lavorare qui, quasi quattro anni fa, non sapevo che questa villa appartenesse alla famiglia Monti.»
«Impossibile.»
«Ero stata assunta tramite un’agenzia. Sul contratto c’era il nome della società che gestisce il personale, non il vostro.»
«Quando l’ha scoperto?»
«Il primo giorno.»
Alessandro corrugò la fronte.
«E ha deciso comunque di restare?»
Teresa guardò le proprie mani.
«Avevo bisogno di lavorare.»
«Solo per questo?»
Lei non rispose subito.
Martina alzò gli occhi verso sua madre.
«Mamma?»
Teresa deglutì.
«No.»
Alessandro si avvicinò.
«Allora perché?»
«Perché quando vidi il ritratto di suo padre nell’atrio, riconobbi l’uomo della fotografia.»
Alessandro rimase fermo.
«Quale fotografia?»
«Una vecchia fotografia che mia madre teneva nascosta tra i documenti di mio padre.»
«Che cosa mostrava?»
Teresa lo guardò finalmente negli occhi.
«Mio padre e suo padre insieme. Ma non erano soli.»
Il silenzio nello studio divenne pesante.
«Chi c’era con loro?»
Teresa aprì la bocca, ma prima che potesse rispondere bussarono alla porta.
Ernesto entrò.
Era pallido.
«Signor Monti… il dottor Farina ha controllato di nuovo i movimenti della Aurelia Consulting.»
Alessandro si voltò.
«E?»
Ernesto gli porse un tablet.
«La società non è stata costituita da Riccardo Valenti.»
Alessandro prese il dispositivo.
«Ma il suo nome compare come amministratore.»
«Sì. Però i documenti di registrazione sono recenti. Sono stati depositati solo diciotto mesi fa.»
Teresa si alzò di scatto.
«Diciotto mesi?»
Ernesto annuì.
«E c’è un altro problema.»
Alessandro scorse le pagine.
«Quale?»
Ernesto indicò una riga.
«Per aprire il conto della società è stato usato un documento d’identità di Riccardo Valenti.»
Teresa impallidì.
«Non è possibile.»
Alessandro la guardò.
«Perché?»
Lei fece un passo indietro.
«Perché mio padre dovrebbe avere settantadue anni, ma…»
La sua voce si spezzò.
«Ma cosa?»
Teresa si portò una mano al petto.
«Mia madre ricevette il suo certificato di morte ventitré anni fa.»
Alessandro sentì il sangue gelarsi.
Ernesto abbassò lo sguardo sul tablet.
«Allora qualcuno ha aperto quella società usando l’identità di un morto.»
Dall’esterno dello studio arrivò improvvisamente il rumore della porta d’ingresso.
Poi la voce di Veronica.
«Lasciatemi passare.»
Alessandro uscì nel corridoio.
Veronica era davanti all’ingresso. Di fronte a lei c’era un uomo anziano, elegante, con un cappotto grigio e un bastone di legno scuro.
Teresa comparve dietro Alessandro.
Quando vide quell’uomo, lasciò cadere il telefono.
Martina sobbalzò.
L’anziano guardò Teresa e smise di respirare per un istante.
Poi disse il suo nome con una voce rotta.
«Teresa.»
Lei diventò bianca.
«No…»
Alessandro si voltò verso di lei.
«Lo conosce?»
Teresa non riusciva più a distogliere lo sguardo dall’uomo.
«Quello…» sussurrò. «Quello è mio padre.»







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