Per alcuni secondi nessuno si mosse. Teresa sembrava aver dimenticato perfino come respirare. L’uomo sulla soglia, invece, teneva entrambe le mani appoggiate al bastone, come se senza quel sostegno sarebbe crollato sul pavimento di marmo.
«Non può essere» sussurrò Teresa.
L’anziano fece un passo avanti.
«Lo so.»
«Mio padre è morto.»
«No.»
La parola fu pronunciata piano, ma attraversò l’atrio come uno schiaffo. Martina si avvicinò istintivamente alla madre. Alessandro guardò prima Teresa, poi l’uomo.
«Lei è Riccardo Valenti?»
«Sì.»
Veronica intervenne immediatamente.
«Alessandro, non ascoltarlo. Non sai nemmeno chi sia davvero.»
Riccardo si voltò verso di lei. Nei suoi occhi comparve qualcosa che Alessandro non si aspettava: disgusto, ma nessuna sorpresa.
«Tu invece sai perfettamente chi sono.»
Alessandro si irrigidì.
«Vi conoscete.»
Veronica strinse la mascella.
«L’ho incontrato qualche volta.»
Riccardo lasciò uscire una risata amara.
«Qualche volta?»
«Basta» disse Alessandro. «Entriamo nello studio.»
Teresa non si mosse.
«Prima voglio sapere perché mia madre mi ha fatto credere che fosse morto.»
Riccardo la guardò a lungo. Poi abbassò gli occhi.
«Per proteggerti da me.»
«Da lei?»
«Da quello che mi seguiva.»
Teresa fece un passo avanti.
«Sono passati più di vent’anni. Ho seppellito una bara pensando che dentro ci fosse mio padre.»
Riccardo chiuse gli occhi.
«Lo so.»
La mano di Teresa partì quasi senza che lei se ne rendesse conto, ma si fermò a pochi centimetri dal volto dell’uomo. Tremava.
«Non dica che lo sa.»
Riccardo non indietreggiò.
«Hai ragione.»
Martina osservava tutto con gli occhi enormi.
«Mamma… lui è mio nonno?»
Teresa abbassò lentamente la mano. Quella domanda spezzò qualcosa dentro di lei.
«Non lo so, amore.»
Riccardo chinò la testa.
«Sì. Lo sono.»
«Non ancora» disse Teresa con durezza. «Prima deve spiegare.»
Entrarono nello studio. Alessandro fece rimanere Ernesto fuori con Martina. La bambina protestò, ma Teresa le promise che sarebbe uscita presto.
Quando la porta si chiuse, Alessandro posò sul tavolo i documenti della Aurelia Consulting.
«Cominciamo da questi.»
Riccardo li guardò e il suo volto cambiò.
«Dove li hai trovati?»
«Nella borsa di mia moglie.»
«Alessandro—» iniziò Veronica.
«Non parlare.»
Riccardo prese una pagina.
«Aurelia Consulting non è mia.»
«Ma è intestata a lei.»
«Lo so.»
Alessandro aggrottò la fronte.
«Come può saperlo?»
Riccardo indicò Veronica.
«Perché è stata lei a dirmelo.»
Teresa si voltò di scatto.
Veronica scosse la testa.
«Sta mentendo.»
«Sei venuta da me diciotto mesi fa.»
«Non è vero.»
«Avevi una copia del mio vecchio documento d’identità e sapevi dove vivevo.»
Alessandro guardò sua moglie.
«Come?»
Veronica rimase in silenzio.
Riccardo continuò.
«Mi disse che qualcuno stava usando il mio nome per aprire società e spostare denaro. Disse di voler aiutare Alessandro prima che venisse coinvolto.»
Alessandro sentì crescere una sensazione sgradevole.
«E lei le ha creduto?»
«All’inizio.»
«Poi?»
«Poi mi ha chiesto qualcosa.»
Riccardo guardò Teresa.
«La cassetta.»
Teresa diventò pallida.
«Quella che mio padre consegnò a mia madre?»
«Sì.»
Alessandro si avvicinò alla scrivania.
«Che cosa contiene?»
Riccardo non rispose.
«Ventitré anni fa lei sparisce dopo essere stato accusato di furto. Sua moglie riceve un certificato di morte falso. Ora riappare, mia moglie trasferisce denaro verso una società intestata a lei e tutti sembrano interessati a una cassetta. Credo di meritare una risposta.»
Riccardo sollevò lentamente lo sguardo.
«Tuo padre non mi accusò di aver rubato perché pensava che fossi un ladro.»
Alessandro rimase immobile.
«Che significa?»
«Lo fece perché glielo chiesi io.»
Il silenzio divenne assoluto.
Teresa scosse la testa.
«Perché avrebbe dovuto distruggere il suo nome volontariamente?»
«Perché qualcuno stava sottraendo denaro dalla società Monti. Molto denaro. Io e Carlo lo scoprimmo.»
Alessandro sentì un brivido.
Carlo Monti. Suo padre.
«Chi?»
Riccardo guardò Veronica per un istante.
«Non avevamo prove sufficienti. Solo registri incompleti e alcune firme. Carlo propose di denunciare tutto, ma capimmo che chi c’era dietro aveva accesso ai conti, agli avvocati e perfino alle nostre case.»
«Quindi avete inscenato il furto.»
«Io diventai il colpevole. Sparii. Carlo avrebbe continuato a raccogliere prove.»
Alessandro sentì il cuore accelerare.
«Ma mio padre morì otto mesi dopo.»
«Incidente stradale» disse Riccardo.
«Sì.»
Riccardo lo guardò negli occhi.
«Carlo non credeva che sarebbe stato un incidente.»
Alessandro si irrigidì.
Veronica afferrò la borsa.
«Questa follia è finita.»
Riccardo indicò la porta.
«Se fossi in te non uscirei.»
«Non mi minacci.»
«Non è una minaccia. Fuori ci sono due uomini che lavorano per il notaio Bellini. Hanno una copia dei documenti che ho conservato. Se non esco da questa casa entro un’ora, quei documenti vengono consegnati alla Guardia di Finanza.»
Veronica perse colore.
Alessandro lo vide.
«Perché ha aspettato ventitré anni?»
Riccardo abbassò lo sguardo.
«Perché mancava una prova. La più importante.»
«La cassetta.»
«Sì.»
Teresa si passò entrambe le mani sul viso.
«Ma mia madre disse di averla affidata a qualcuno.»
Riccardo annuì.
«Lo fece.»
«A chi?»
L’uomo esitò.
«A una donna che lavorava nella villa Monti.»
Alessandro si avvicinò.
«Come si chiamava?»
Riccardo lo guardò.
«Lucia.»
Il sangue sembrò fermarsi nelle vene di Alessandro.
«Lucia Monti?»
«Allora non era Monti. Era Lucia Ferri.»
Alessandro arretrò lentamente.
Lucia era sua madre.
La donna che aveva contato monete sul tavolo di plastica. La donna che gli aveva insegnato a non umiliare mai chi aveva meno. La donna che, secondo la storia raccontata dalla famiglia, aveva conosciuto suo padre soltanto dopo lo scandalo Valenti.
«Mia madre conosceva questa storia?»
«Tua madre era l’unica persona di cui mia moglie si fidasse.»
Alessandro rimase in silenzio.
Sua madre viveva ancora a Roma, in un piccolo appartamento all’EUR, e non aveva mai voluto trasferirsi nella villa nemmeno dopo che Alessandro era diventato ricco.
Prese immediatamente il telefono.
Chiamò.
Nessuna risposta.
Provò ancora.
Niente.
La terza chiamata terminò dopo pochi squilli.
Alessandro stava per riprovare quando ricevette un messaggio.
Era di sua madre.
Solo sei parole.
**Non venire a casa. Ti stanno aspettando.**
Alessandro sentì il sangue gelarsi.
Un secondo messaggio arrivò immediatamente dopo.
Questa volta conteneva una fotografia.
Sul vecchio tavolo della cucina di Lucia c’era una piccola cassetta di metallo arrugginita.
Accanto alla cassetta, qualcuno aveva appoggiato l’orologio di Carlo Monti.
L’orologio che Alessandro aveva visto al polso di suo padre la mattina in cui era morto.







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