Per qualche secondo non riuscii nemmeno a respirare.
Le parole di Vittorio continuarono a rimbalzarmi nella testa.
Damiano aveva una figlia.
Quella figlia aveva la stessa patologia cardiaca.
E Vittorio stava guardando Giulia.
«No.»
La mia voce uscì prima ancora che riuscissi a pensare.
Strinsi mia figlia contro il petto e feci un passo indietro.
«No. Si sta sbagliando.»
Damiano non disse nulla.
Il suo sguardo passò da Vittorio a me, poi si fermò sul piccolo dispositivo rosa dietro l’orecchio di Giulia.
Per la prima volta da quando lo conoscevo, il suo volto non sembrava quello di un uomo abituato a dare ordini.
Sembrava quello di qualcuno che aveva appena visto aprirsi una porta che aveva tenuto chiusa per anni.
«Vittorio», disse infine. «Spiegati.»
Il capo della sicurezza inspirò lentamente.
«Dodici anni fa il dottor Mercuri diagnosticò nella sua famiglia una cardiomiopatia ereditaria. Sua madre ne era portatrice. Anche lei.»
Damiano serrò la mascella.
«Questo lo so.»
«Quello che forse non sa è che la mutazione può essere trasmessa ai figli.»
Sentii il sangue abbandonarmi il viso.
Guardai Giulia.
Lei non capiva le parole, ma capiva la tensione.
Mi afferrò due dita e le strinse forte.
«Mia figlia non ha quella malattia», dissi.
Vittorio mi osservò con attenzione.
«Ha mai fatto un test genetico cardiaco completo?»
Aprii la bocca.
Nessuna risposta uscì.
Giulia era stata visitata decine di volte da quando aveva pochi mesi. Avevamo affrontato esami dell’udito, controlli neurologici, sedazioni, terapie, specialisti.
Ma un test genetico cardiaco?
No.
Damiano abbassò lentamente lo sguardo sulle pillole bianche.
«Hai detto che servono a controllare la mia condizione.»
«Sì.»
«Allora perché quelle di ieri erano azzurre?»
Vittorio rimase immobile.
Ed ecco che qualcosa cambiò di nuovo nella stanza.
Il sospetto tornò.
Più freddo di prima.
Vittorio prese il blister azzurro dal cestino e lo sollevò verso la luce.
«Queste non vengono dalla farmacia che fornisce i suoi medicinali.»
Damiano alzò gli occhi.
«Ne sei certo?»
«Assolutamente.»
Una guardia vicino alla porta imprecò sottovoce.
Io sentii la mano di Giulia tremare nella mia.
«Quindi qualcuno ha sostituito i farmaci?» chiesi.
Vittorio annuì lentamente.
«È possibile che le pillole bianche siano quelle corrette e che quelle azzurre siano state introdotte in precedenza.»
Damiano emise una risata breve e senza alcuna allegria.
«Mercuri mi ha portato entrambe.»
Nessuno parlò.
Poi Damiano disse una sola parola.
«Trovatelo.»
Una guardia uscì immediatamente.
Vittorio aprì la valigetta e tirò fuori un piccolo dispositivo portatile.
«Prima dobbiamo controllare il suo ritmo.»
Damiano non protestò.
Era forse la cosa più inquietante di tutte.
Mentre Vittorio collegava gli elettrodi al suo petto, Giulia si sporse tra le mie braccia per osservare.
Sul piccolo schermo apparvero linee verdi.
Regolari per alcuni secondi.
Poi una di esse ebbe un salto improvviso.
Un secondo più tardi, un altro.
Vittorio impallidì.
Damiano se ne accorse.
«Quanto è grave?»
«Non dovrebbe essere così.»
«Non è una risposta.»
Vittorio esitò.
«Il ritmo è instabile.»
Giulia toccò il mio braccio.
Poi fece di nuovo il segno che mi aveva mostrato prima.
Ritmo sbagliato.
Damiano la fissò come se avesse improvvisamente dimenticato tutti gli altri nella stanza.
«Lei l’ha capito senza una macchina.»
La sua voce era quasi un sussurro.
Non sapevo cosa rispondere.
In quel momento qualcuno bussò tre volte alla porta.
La guardia all’interno si irrigidì.
«Chi è?»
«Salvatore.»
La porta venne aperta solo di pochi centimetri.
Uno degli uomini di Damiano entrò, bagnato dalla pioggia.
Aveva il respiro affannoso.
«Il dottor Mercuri non è nella villa.»
Damiano diventò immobile.
«Dove si trova?»
«La sua macchina non c’è.»
Vittorio guardò l’orologio.
«È arrivato questa mattina alle sette e quarantacinque.»
Salvatore annuì.
«Ma le telecamere del cancello non mostrano la sua uscita.»
Un brivido mi percorse la schiena.
Damiano sollevò lentamente il capo.
«Quindi è ancora nella proprietà.»
«Oppure qualcuno ha cancellato parte delle registrazioni», disse Vittorio.
Fu allora che Giulia lasciò la mia mano.
Prima che riuscissi a fermarla, si avvicinò al comodino.
Indicò il bicchiere mezzo vuoto.
Poi indicò la porta.
Damiano corrugò la fronte.
«Che cosa sta dicendo?»
Osservai i suoi gesti.
Acqua.
Uomo.
Via.
«Dice che ha visto qualcuno con l’acqua.»
Damiano mi fissò.
«Quando?»
Feci la domanda a Giulia.
Lei alzò quattro dita, poi indicò il corridoio.
Quattro minuti prima di entrare.
«Quando era nel corridoio», tradussi. «Ha visto un uomo uscire da qui con qualcosa in mano.»
Vittorio si avvicinò immediatamente.
«Com’era fatto?»
Giulia pensò.
Poi si toccò il viso, mimando degli occhiali.
Indicò i capelli scuri.
Infine tracciò con un dito una linea dalla guancia fino alla mandibola.
Una cicatrice.
Il volto di Vittorio cambiò.
Damiano lo vide.
«Chi?»
Vittorio non rispose subito.
«Vittorio.»
L’uomo inspirò profondamente.
«Non è Mercuri.»
«Allora chi è?»
Vittorio guardò verso la porta chiusa.
«Raffaele Conti.»
Una delle guardie smise quasi di respirare.
Il nome non significava nulla per me.
Ma significava tutto per loro.
Damiano si mise più dritto nonostante il dolore.
«Raffaele è morto.»
«Così pensavamo.»
Damiano scosse lentamente la testa.
«L’ho visto nella bara.»
«Lei ha visto una bara chiusa.»
Un lampo illuminò la stanza.
Per un istante, il viso di Damiano sembrò fatto di pietra.
«Perché dovrebbe entrare nella mia camera?»
Vittorio guardò il bicchiere.
«Forse per assicurarsi che le pillole funzionassero.»
Damiano portò una mano al petto.
Giulia gli afferrò immediatamente il polso.
Tutti si bloccarono.
Lei lo guardò dritto negli occhi.
Poi fece un gesto che conoscevo bene.
Pericolo.
Ma questa volta non indicò il cuore di Damiano.
Indicò la porta.
Subito dopo, tre colpi lenti risuonarono dall’altra parte.
Nessuno parlò.
Una voce maschile attraversò il legno.
«Damiano.»
L’uomo sul letto diventò bianco.
Io non avevo mai sentito quella voce.
Lui sì.
«Raffaele.»
Le guardie alzarono le armi.
E la maniglia cominciò lentamente ad abbassarsi.
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