Divertimento

La figlia sorda della domestica toccò il cuore del boss morente… e Damiano Valenti capì che qualcosa non andava

Per un istante credetti di aver capito male.

«Sta cercando Giulia?»

Vittorio non rispose subito.

Fu Damiano a farlo.

«Nessuno la porta via da questa stanza.»

La sua voce era debole, ma bastò a cambiare l’aria.

Le guardie si mossero immediatamente.

Una chiuse le tende.

Un’altra controllò il balcone.

Salvatore parlò nella radio ordinando agli uomini di bloccare scale, ascensore di servizio e tutte le uscite della villa.


Io strinsi Giulia così forte che lei mi guardò sorpresa.

«Perché?» chiesi. «Perché dovrebbe cercare una bambina di quattro anni?»

Vittorio guardò Damiano.

«Mercuri potrebbe saperlo.»

«Allora portatelo qui.»

«No», disse Vittorio. «Se Raffaele è ancora dentro la proprietà, spostare Mercuri attraverso la villa significa mostrargli esattamente dove siamo.»

Damiano scostò le coperte.

«Allora andiamo noi.»

«Lei non va da nessuna parte.»

Damiano lo fulminò.


«Vittorio.»

«Il suo cuore è instabile.»

«Mia nipote potrebbe essere nel mirino di un uomo che credevamo morto.»

La parola nipote mi colpì.

Giulia non reagì.

Io sì.

«Non sappiamo ancora se è sua nipote.»

Damiano mi guardò.

Nei suoi occhi passò qualcosa che non riuscii a interpretare.

«Hai ragione.»


Poi indicò il comodino.

«Datemi il telefono.»

Vittorio glielo porse.

Damiano chiamò Salvatore.

«Porta Mercuri nella vecchia sala blindata. Nessuno deve vederlo. Voglio due uomini davanti alla porta e due dietro.»

Riattaccò.

«Noi restiamo qui finché non sappiamo cosa vuole Raffaele.»

Giulia tirò la mia manica.

Abbassai lo sguardo.

Lei indicò il corridoio e poi disegnò nell’aria una forma rettangolare.


Porta.

Subito dopo portò due dita agli occhi.

Vedere.

«Hai visto qualcosa vicino alla porta?»

Giulia annuì.

Fece il gesto degli occhiali.

Raffaele.

Poi indicò il proprio polso.

«Un orologio?»

Scosse la testa.


Ripeté il gesto, questa volta tracciando un piccolo cerchio sul polso.

Un segno.

Un simbolo.

Vittorio si avvicinò.

«Chiedile com’era.»

Giulia prese il mio indice e disegnò sul mio palmo una forma.

Tre linee.

Poi un cerchio.

Damiano impallidì.

«No.»


Vittorio lo guardò.

«Lo ha riconosciuto?»

Damiano non rispose.

«Signore.»

«È il sigillo di nostra madre.»

Nella stanza calò un silenzio pesante.

Damiano si appoggiò allo schienale.

«Quando eravamo ragazzi, lei fece incidere quel simbolo su due bracciali identici.»

Vittorio guardò il polso di Damiano.

Non c’era nulla.


«Il suo?»

«L’ho bruciato dopo la morte di Raffaele.»

«E lui portava ancora il suo.»

«Sempre.»

La conferma cancellò l’ultima possibilità che Giulia avesse visto semplicemente qualcuno che gli somigliava.

Raffaele era davvero a Villa Bellombra.

Il telefono vibrò.

Vittorio rispose.

«Sì.»

Ascoltò per alcuni secondi.


«Arriviamo.»

Mi voltai di scatto.

«Aveva detto che restavamo qui.»

«Mercuri ha chiesto di parlare con lei.»

«Con me?»

«Con la madre di Giulia.»

Damiano si irrigidì.

«Perché?»

Vittorio abbassò il telefono.

«Dice che deve mostrarle qualcosa prima che Raffaele la trovi.»


Non volevo muovermi.

Ogni parte del mio corpo mi diceva di prendere Giulia e nascondermi.

Ma non esisteva nessun posto sicuro in una villa dove un uomo morto da otto anni poteva camminare indisturbato.

Damiano insistette per venire.

Vittorio protestò finché Damiano gli disse che avrebbe preferito morire in piedi piuttosto che restare a letto senza sapere cosa stesse accadendo.

Alla fine lo misero su una sedia a rotelle.

Due guardie davanti.

Due dietro.

Io camminavo al centro con Giulia stretta per mano.

Attraversammo un corridoio di servizio che non avevo mai visto.


Scendemmo con un piccolo ascensore fino al seminterrato.

La vecchia sala blindata si trovava dietro una porta d’acciaio.

Quando entrammo, il dottor Mercuri era seduto su una sedia.

Aveva i polsi segnati dalle corde, ma era cosciente.

Appena vide Giulia, chiuse gli occhi.

«Dio mio.»

Damiano lo fissò.

«Comincia a parlare.»

Mercuri guardò me.

«Da quanto tempo lavora qui?»

«Quasi un anno.»

«Raffaele lo sapeva.»

Sentii il gelo salirmi lungo la schiena.

«Come?»

«Perché è stato lui a farle ottenere questo posto.»

Mi sembrò che il pavimento si muovesse.

«È impossibile.»

Mercuri scosse la testa.

«La precedente domestica non si dimise spontaneamente. Ricevette denaro per lasciare Villa Bellombra.»

Damiano si voltò lentamente verso Vittorio.

«Controlla.»

Mercuri continuò prima che qualcuno potesse interromperlo.

«Raffaele voleva lei dentro questa casa.»

Indicò me.

«E voleva Giulia abbastanza vicina a Damiano perché prima o poi qualcuno notasse la somiglianza medica.»

«Quale somiglianza?»

«La mutazione cardiaca.»

Il mio respiro si spezzò.

«Ma Giulia non è mai stata diagnosticata.»

Mercuri abbassò lo sguardo.

«Perché i suoi esami sono stati modificati.»

La stanza esplose di domande.

Damiano alzò una mano.

Tutti tacquero.

«Da chi?»

Mercuri mi guardò.

«Da me.»

Avrei voluto colpirlo.

«Lei ha falsificato le cartelle di mia figlia?»

«Per proteggerla.»

«Da chi?»

«Da Raffaele.»

Giulia si aggrappò alla mia gonna.

Mercuri sembrava sul punto di crollare.

«Quattro anni fa Raffaele mi ordinò di conservare ogni campione biologico della bambina. Sangue. Test genetici. Tutto.»

Damiano si sporse in avanti.

«Perché?»

Mercuri deglutì.

«Per dimostrare la paternità quando fosse arrivato il momento.»

Mi sentii mancare.

«Quindi Raffaele è suo padre?»

Mercuri chiuse gli occhi.

«Non lo so.»

«Come può non saperlo?»

«Perché il test originale non confrontava Giulia con Raffaele.»

Damiano diventò immobile.

«Con chi la confrontava?»

Mercuri guardò direttamente lui.

«Con lei.»

Nessuno respirò.

«E il risultato?» chiese Damiano.

Mercuri aprì la bocca.

Prima che potesse rispondere, tutte le luci della sala blindata si spensero.

Giulia gridò senza voce e mi afferrò.

Un secondo dopo, sul telefono di Vittorio comparve un messaggio.

Lui lo lesse.

Poi sollevò lentamente lo schermo verso di noi.

C’erano soltanto undici parole.

**Non sono tornato per uccidere mio fratello. Sono tornato per mia figlia.**

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