Divertimento

La figlia sorda della domestica toccò il cuore del boss morente… e Damiano Valenti capì che qualcosa non andava

Il buio durò appena tre secondi.

Ma furono sufficienti perché qualcuno urlasse nel corridoio.

Vittorio accese la torcia del telefono.

Le guardie si disposero immediatamente attorno a noi.

Io ero inginocchiata sul pavimento con Giulia stretta al petto.

Damiano fissava ancora il messaggio.

**Sono tornato per mia figlia.**

«Riaccendete il generatore», ordinò Vittorio.

«Non risponde», disse una guardia attraverso la radio.

Damiano sollevò lentamente gli occhi verso Mercuri.


«Finisci quello che stavi dicendo.»

Il medico sembrava terrorizzato.

«Adesso?»

«Adesso.»

Mercuri inspirò.

«Il primo test confrontò il DNA di Giulia con il suo.»

Indicò Damiano.

Sentii il cuore martellarmi nelle orecchie.

«E?»

Damiano pronunciò quella singola parola senza quasi muovere le labbra.


Mercuri abbassò lo sguardo.

«Il risultato indicava una parentela biologica strettissima.»

«Padre e figlia?» chiesi.

«No.»

Il sollievo arrivò così rapidamente che quasi mi fece vergognare.

Poi Mercuri aggiunse:

«Ma abbastanza stretta da confermare che il padre apparteneva alla linea Valenti.»

Damiano chiuse gli occhi.

«Raffaele.»

«Era l’ipotesi più probabile.»


«Ipotesi?»

Mercuri annuì.

«Serviva un campione diretto di Raffaele per esserne certi.»

Damiano indicò il messaggio.

«Evidentemente lui non ha dubbi.»

Mercuri impallidì ancora di più.

«È proprio questo che mi spaventa.»

Damiano lo fissò.

«Spiegati.»

«Raffaele non voleva soltanto dimostrare di essere il padre.»


Il medico esitò.

«Voleva dimostrare che Giulia era l’unica erede biologica compatibile con qualcosa che vostra madre aveva lasciato.»

Vittorio fece un passo avanti.

«Che cosa?»

Mercuri scosse il capo.

«Non lo so.»

Damiano rise amaramente.

«Hai falsificato cartelle cliniche, nascosto test genetici e lavorato per mio fratello per quattro anni, ma non sai perché?»

«Ho lavorato per impedirgli di arrivare alla bambina.»

«Non raccontarmi che eri un santo.»


«Non lo ero.»

Mercuri alzò finalmente lo sguardo.

«All’inizio prendevo i suoi soldi.»

Il silenzio divenne gelido.

«Poi vidi cosa stava facendo.»

Io sentii Giulia aggrapparsi alla mia camicetta.

«Cosa stava facendo a mia figlia?»

«Nulla direttamente.»

«Non abbastanza.»

Mercuri deglutì.


«Raccoglieva informazioni. Ogni visita. Ogni terapia. Ogni medico. Voleva sapere quando Giulia manifestava sintomi cardiaci.»

Mi alzai di scatto.

«Lei lo sapeva e non mi ha detto niente?»

«Se glielo avessi detto, sarebbe fuggita.»

«Certo che sarei fuggita!»

«Ed era esattamente ciò che Raffaele aspettava.»

Mi bloccai.

Mercuri continuò.

«Aveva persone negli aeroporti, nelle stazioni, perfino presso alcuni uffici pubblici. Finché lei conduceva una vita normale, lui si limitava a osservare.»

Mi mancò il respiro.


Quattro anni.

Quattro anni durante i quali avevo creduto di essere sola.

«Perché farmi entrare a Villa Bellombra, allora?»

«Perché qualcosa è cambiato tre mesi fa.»

Damiano si irrigidì.

«Che cosa?»

Mercuri guardò le pillole azzurre che Vittorio aveva portato con sé in una bustina trasparente.

«La sua salute.»

Nessuno parlò.

«Raffaele sapeva che la condizione cardiaca di Damiano stava peggiorando. Aveva bisogno che Giulia fosse vicina prima che fosse troppo tardi.»


«Per cosa?»

«Non me l’ha mai detto.»

Un colpo secco risuonò oltre la porta d’acciaio.

Tutte le armi si alzarono.

Poi un secondo.

Un terzo.

Vittorio fece spegnere la torcia.

Silenzio.

Giulia si mosse tra le mie braccia.

Poi mi toccò la guancia.


Indicò la parete alla nostra sinistra.

Non la porta.

La parete.

Le feci un segno.

Cosa?

Giulia appoggiò il palmo al muro.

Poi scosse la testa.

Di nuovo.

Ancora.

Vibrazioni.


«C’è qualcuno dall’altra parte», sussurrai.

Vittorio illuminò la parete.

Damiano aggrottò la fronte.

«Lì dietro non dovrebbe esserci niente.»

Una guardia si avvicinò.

Batté con le nocche.

Il suono era vuoto.

Vittorio si voltò lentamente verso Damiano.

«Questa stanza ha un passaggio di servizio?»

«Non che io sappia.»

Mercuri emise un suono soffocato.

Tutti si girarono verso di lui.

«Io sì.»

Damiano lo fulminò.

«Parla.»

«Raffaele me lo mostrò anni fa.»

Vittorio afferrò Mercuri per il colletto.

«Dove porta?»

«Alla vecchia cappella.»

Damiano impallidì.

«La cappella di mia madre.»

Poi la parete produsse un lieve clic.

Una linea verticale apparve tra due pannelli di legno.

Le guardie puntarono le armi.

Il pannello si aprì lentamente.

Dietro non c’era nessuno.

Solo un corridoio stretto e buio.

Sul pavimento era appoggiata una scatola di legno.

Sopra c’era scritto un nome.

**Giulia.**

Tentai di avvicinarmi.

Vittorio mi fermò.

«No.»

Una guardia controllò la scatola.

Nessun filo.

Nessun congegno.

Vittorio la portò sul tavolo e la aprì.

Dentro c’erano una fotografia, una busta sigillata e un piccolo bracciale d’argento.

Damiano smise di respirare.

Era identico a quello che aveva descritto.

Tre linee dentro un cerchio.

Il simbolo di sua madre.

Presi la fotografia.

Mi tremavano le mani.

Mostrava me.

Quattro anni prima.

Davanti alla clinica dove avevo incontrato Andrea Conti.

Accanto a me c’era l’uomo che conoscevo come Andrea.

Raffaele.

Ma sullo sfondo, quasi fuori dall’inquadratura, c’era un’altra persona.

Damiano.

Sollevai gli occhi verso di lui.

«Lei era lì.»

Damiano guardò la fotografia e il colore gli sparì dal volto.

«Non ti avevo mai vista.»

Vittorio prese la busta.

Sul davanti c’era una frase scritta a mano.

**Per Damiano. Da nostra madre. Da aprire soltanto quando troverai la bambina.**

«È impossibile», sussurrò Damiano.

«Sua madre è morta quando?» chiesi.

«Sei anni fa.»

Guardammo tutti Giulia.

Aveva quattro anni.

Damiano strappò il sigillo.

Dentro c’era una sola pagina.

Lesse le prime righe.

Poi le sue mani iniziarono a tremare.

«Che cosa dice?» chiese Vittorio.

Damiano non rispose.

Io gli strappai quasi il foglio dalle dita.

Lessi la prima frase.

E sentii il mondo inclinarsi.

**Damiano, se stai leggendo questa lettera, significa che Raffaele ha finalmente trovato la bambina che non avrebbe mai dovuto sapere di avere.**

Alzai lo sguardo.

Mercuri era diventato bianco.

«No», mormorò.

Vittorio si voltò verso di lui.

«Cosa?»

Mercuri fissava la lettera.

«Quella non era la frase che c’era nell’originale.»

Il gelo mi attraversò.

Damiano sollevò lentamente la testa.

«Vuoi dire che qualcuno l’ha cambiata?»

Mercuri annuì.

«Sì.»

«Chi?»

Prima che potesse rispondere, una voce arrivò dal passaggio segreto.

Calma.

Vicina.

«Io.»

Giulia si voltò di scatto.

Dal buio emerse un uomo con gli occhiali sottili e una cicatrice lungo la mandibola.

Raffaele.

Non guardò Damiano.

Non guardò le armi.

Guardò soltanto mia figlia.

Poi sorrise.

«Ciao, Giulia.»

Continua — clicca sulla Parte 7 per continuare a leggere.

No comments yet