Divertimento

La figlia sorda della domestica toccò il cuore del boss morente… e Damiano Valenti capì che qualcosa non andava

La maniglia si abbassò fino in fondo.

La porta non si aprì.

La guardia l’aveva chiusa a chiave pochi minuti prima.

Per qualche secondo nessuno respirò.

Poi la voce dall’altra parte parlò di nuovo.

«Sei sempre stato troppo lento a capire chi ti stava accanto, Damiano.»

La mascella di Damiano si irrigidì.

Vittorio fece un cenno a due uomini.

Uno si posizionò accanto alla porta. L’altro spense la luce principale della stanza, lasciando accese soltanto le lampade vicino al letto.

Io strinsi Giulia contro di me.


«Portatele fuori», ordinò Damiano.

Vittorio scosse la testa.

«Il corridoio potrebbe non essere sicuro.»

«Ho detto portatele fuori.»

«E io le sto dicendo che chiunque sia lì fuori sapeva esattamente in quale stanza entrare.»

Damiano lo fissò.

Non era abituato a essere contraddetto.

Ma questa volta non insistette.

Giulia si voltò verso di me e mi fece un segno.

Paura.


Mi inginocchiai immediatamente davanti a lei.

«Resta con me.»

Lei annuì.

Dall’altra parte della porta arrivò una risata bassa.

«Hai davvero intenzione di nasconderti dietro i tuoi uomini?»

Damiano inspirò con difficoltà.

«Apri.»

Vittorio si girò verso di lui.

«Signore—»

«Apri.»


Le guardie si prepararono.

La serratura scattò.

La porta si aprì di pochi centimetri.

Nessuno era davanti all’ingresso.

Solo il corridoio vuoto.

Poi qualcosa rotolò lentamente sul pavimento di marmo.

Una piccola fiala di vetro.

Vittorio la raccolse con un fazzoletto.

Dentro c’era un liquido azzurro.

Il colore delle pillole trovate nel cestino.


Damiano lo vide.

«Chiudete l’ala.»

«Già fatto», rispose Salvatore.

«Nessuno esce dalla villa.»

Le guardie si dispersero.

Vittorio richiuse la porta.

Io guardai Damiano.

«Che cosa sta succedendo?»

Lui rimase in silenzio per qualche secondo.

Poi fece qualcosa che non mi aspettavo.


Guardò Giulia.

«Quell’uomo avrebbe dovuto essere morto otto anni fa.»

«Chi è?»

Damiano si passò lentamente una mano sul viso.

«Mio fratello.»

Sentii un brivido attraversarmi.

«Raffaele è suo fratello?»

«Fratellastro.»

La parola uscì fredda.

«Stessa madre. Padri diversi.»


Vittorio posò la fiala sul tavolo.

«E stesso gene.»

Mi voltai verso di lui.

«La patologia cardiaca?»

«Sì.»

Damiano chiuse gli occhi per un istante.

«Raffaele fu il primo a manifestarla.»

«Quindi sapeva della malattia.»

«Sapeva tutto.»

La risposta mi fece stringere Giulia ancora più forte.


Damiano continuò.

«Otto anni fa cercò di uccidermi.»

Vittorio lo interruppe.

«Non direttamente.»

Damiano gli lanciò uno sguardo.

«Abbastanza direttamente.»

Poi tornò a guardare me.

«Manomise un’auto. L’incidente avrebbe dovuto uccidermi.»

«E cosa accadde?»

Damiano non rispose subito.


«Morì un’altra persona.»

Il suo volto cambiò.

Per la prima volta vidi qualcosa che non era rabbia.

Colpa.

«Dopo quell’incidente Raffaele sparì. Tre giorni dopo ci fu detto che era morto. Il corpo era troppo danneggiato per essere riconosciuto.»

Vittorio abbassò lo sguardo.

«Fu identificato attraverso effetti personali.»

«E avete creduto che fosse lui.»

Damiano annuì.

Giulia cominciò a giocherellare con il bordo del mio grembiule.


Poi improvvisamente si fermò.

Guardò Damiano.

Indicò lui.

Poi indicò me.

Infine se stessa.

Il mio cuore ebbe un sussulto.

Famiglia.

Damiano vide il gesto.

«Che cosa ha detto?»

Non volevo tradurlo.


Ma lui continuò a fissarmi.

«Ha chiesto… se siamo una famiglia.»

La stanza sembrò diventare più piccola.

Vittorio distolse lo sguardo.

Damiano rimase immobile.

«Non lo sappiamo ancora.»

Quelle parole mi colpirono più di quanto avrei voluto.

«Io sì.»

Damiano mi guardò.

«Cosa?»

«Io so chi è il padre di Giulia.»

Vittorio sollevò lentamente gli occhi.

Damiano non disse nulla.

Il mio petto si strinse.

«Almeno credevo di saperlo.»

Il silenzio divenne pesante.

Quattro anni prima avevo lasciato Napoli per alcuni mesi.

Non avevo mai raccontato a nessuno a Villa Bellombra perché.

Non avevo mai raccontato a nessuno di quella notte.

O dell’uomo che avevo incontrato in una clinica privata mentre cercavo cure per mia madre.

Un uomo che mi aveva dato un nome diverso.

Un uomo che era sparito prima che scoprissi di essere incinta.

Damiano mi osservava attentamente.

«Come si chiamava?»

Sentii le dita di Giulia stringersi attorno alla mia mano.

«Andrea.»

Vittorio diventò pallido.

Damiano smise di respirare per un secondo.

«Andrea cosa?»

«Andrea Conti.»

Damiano si sollevò dal letto così bruscamente che il monitor emise un allarme.

«No.»

Vittorio gli afferrò il braccio.

«Non si muova.»

Ma Damiano non mi tolse gli occhi di dosso.

«Descrivilo.»

Lo feci.

Capelli scuri.

Occhiali sottili.

Una cicatrice lungo la mandibola.

Quando terminai, nessuno parlò.

Non ce n’era bisogno.

Avevo appena descritto l’uomo che Giulia aveva visto uscire dalla camera.

Raffaele.

Le gambe mi cedettero quasi.

«Quindi Giulia…»

Damiano terminò la frase al posto mio.

«Potrebbe non essere mia figlia.»

Mi mancò il respiro.

Vittorio guardò Giulia.

«Potrebbe essere sua nipote.»

Prima che riuscissi a elaborare quelle parole, il telefono di Vittorio vibrò.

Lui rispose immediatamente.

Ascoltò.

Poi il suo volto cambiò.

«Dove?»

Pausa.

«Non toccate niente.»

Chiuse la chiamata.

Damiano lo fissò.

«Parla.»

Vittorio guardò prima me, poi Giulia.

«Abbiamo trovato il dottor Mercuri.»

«Dov’è?»

«Nel seminterrato.»

«Vivo?»

Vittorio esitò.

«Sì.»

Inspirai di sollievo.

Ma lui non aveva finito.

«È legato a una sedia.»

Damiano si irrigidì.

«E continua a ripetere una sola frase.»

«Quale?»

Vittorio abbassò lentamente il telefono.

«Dice che Raffaele non è tornato per ucciderla.»

Un tuono esplose sopra la villa.

«Allora perché è tornato?»

Vittorio guardò Giulia.

«Perché sta cercando lei.»

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