Divertimento

La figlia sorda della domestica toccò il cuore del boss morente… e Damiano Valenti capì che qualcosa non andava

Per qualche secondo nessuno si mosse.

Poi Damiano tese una mano verso Vittorio.

«La radio.»

Vittorio gliela porse.

«Non toccate niente nella stanza delle telecamere», ordinò Damiano. «Chiudetela. Nessuno entra e nessuno esce.»

Raffaele scosse lentamente il capo.

«Stai perdendo tempo.»

Damiano gli rivolse uno sguardo gelido.

«Da otto anni ti credevo morto. Concedimi cinque minuti per capire quanti altri fantasmi vivono sotto il mio tetto.»

Giulia rimase accanto a me.


Ma continuava a guardare Mercuri.

Non Raffaele.

Mercuri.

Poi fece un gesto.

Occhi.

E indicò il medico.

Sentii qualcosa stringermi lo stomaco.

«Giulia dice che lui guarda.»

Mercuri impallidì.

Vittorio gli puntò immediatamente l’arma.


«Che cosa significa?»

«Non lo so.»

Giulia insistette.

Mimò una piccola scatola con le mani.

Poi si indicò.

Fotografie.

Mercuri fece un passo indietro.

Damiano lo vide.

«Tu sai cosa c’è in quella stanza.»

Mercuri abbassò gli occhi.


Fu sufficiente.

Vittorio lo afferrò per un braccio.

«Parla.»

«La stanza era mia.»

Il silenzio esplose.

Io sentii il sangue salirmi alla testa.

«Lei fotografava mia figlia?»

«Per documentare gli spostamenti.»

«Di una bambina di quattro anni?»

«Per proteggerla.»


Lo schiaffo partì prima che potessi fermarmi.

La testa di Mercuri scattò di lato.

Nessuno intervenne.

«Non usi mai più quella parola con me.»

Mercuri si passò una mano sulla guancia.

«Raffaele non era l’unico interessato a Giulia.»

Raffaele lo fissò.

«Ti avevo ordinato di distruggere tutto.»

«Ed è per questo che non l’ho fatto.»

Damiano si irrigidì.


«Chi altro sapeva del trust?»

Mercuri guardò Vittorio.

«Nessuno fuori dalla famiglia.»

Tutti gli occhi si spostarono su Raffaele.

Lui rise amaramente.

«Io non ho riempito quella stanza di fotografie.»

Mercuri scosse il capo.

«No.»

Poi guardò Damiano.

«Sua madre lo fece iniziare.»


La frase ci lasciò immobili.

«Sei anni fa?» chiese Damiano.

«Prima di morire.»

Mercuri annuì.

«Quando istituì il trust, temeva che un futuro erede sarebbe diventato un bersaglio. Mi ordinò di mantenere una rete discreta di controllo sulla linea familiare.»

«Giulia non era ancora nata.»

«No. Ma quando nacque e il test mostrò la mutazione Valenti, capii chi poteva essere.»

Raffaele serrò i pugni.

«E hai continuato a seguirla.»

«Perché tu eri già tornato.»


Mi voltai verso Raffaele.

«Già tornato?»

Mercuri indicò lui.

«Raffaele non ricomparve tre settimane fa. È tornato a Napoli quasi quattro anni fa.»

Il volto di Raffaele si indurì.

«Basta.»

«No.»

Mercuri sembrava aver finalmente deciso di smettere di nascondersi.

«Ha seguito la gravidanza. Ha pagato parte delle cure sotto nomi falsi. Ha organizzato il lavoro qui a Villa Bellombra.»

Lo guardai con disgusto.


«E tutto per il trust.»

Raffaele non rispose.

Quel silenzio era una confessione.

Poi Vittorio ricevette un messaggio.

Lo lesse e alzò gli occhi.

«Abbiamo analizzato rapidamente una delle pillole bianche.»

Damiano si irrigidì.

«Risultato?»

«Contiene lo stesso composto delle azzurre.»

Mercuri sussurrò:


«Allora sono state sostituite tutte.»

Damiano guardò Raffaele.

«Continui a dire che non sei stato tu.»

«Perché è vero.»

«Chi aveva accesso ai farmaci?»

Vittorio rispose.

«Mercuri. Io. Salvatore. Le infermiere autorizzate.»

Mercuri sollevò subito le mani.

«Non sono stato io.»

Damiano chiuse gli occhi.


Poi Giulia si staccò da me.

Camminò verso il tavolo.

Prese il flacone bianco.

Lo girò tra le dita.

Improvvisamente indicò il fondo.

C’era una piccola etichetta.

Quasi invisibile.

Vittorio la staccò.

Sotto comparve un codice.

Mercuri sbiancò.

«Quello non è il codice della farmacia.»

«Di chi è?» chiesi.

Raffaele si avvicinò abbastanza da vederlo.

E per la prima volta perse completamente la calma.

«Salvatore.»

Damiano sollevò lentamente la testa.

«Sei sicuro?»

«Usava quella numerazione quando lavorava per me.»

La radio di Vittorio crepitò.

Una guardia urlò:

«Salvatore non è più al cancello!»

Poi un colpo di arma da fuoco risuonò al piano superiore.

Giulia sobbalzò.

Le luci tornarono improvvisamente.

Rosse.

L’allarme interno della villa cominciò a lampeggiare.

Vittorio parlò nella radio.

«Bloccate tutte le uscite!»

Nessuna risposta.

Poi una voce diversa entrò nel canale.

Salvatore.

«Troppo tardi.»

Damiano diventò di pietra.

«Dove sei?»

«Dove avresti dovuto guardare fin dall’inizio.»

Un rumore metallico arrivò dal passaggio segreto.

Raffaele si voltò.

«La cappella.»

Salvatore rise attraverso la radio.

«Finalmente.»

Poi la comunicazione si interruppe.

Raffaele corse nel passaggio.

Vittorio tentò di fermarlo.

«Aspetta!»

«Se raggiunge la cappella, prende i documenti del trust.»

Damiano guardò me.

«Resta qui con Giulia.»

Ma Giulia improvvisamente scosse la testa con forza.

Indicò il passaggio.

Poi Damiano.

Pericolo.

Damiano respirava male.

Il monitor accelerò.

Mercuri controllò lo schermo.

«Il ritmo sta peggiorando.»

«Non posso restare qui.»

«Se si alza potrebbe collassare.»

Damiano guardò Giulia.

Poi fece qualcosa che non mi sarei mai aspettata.

Le porse il bracciale d’argento di sua madre.

«Tienilo.»

Giulia lo prese.

Damiano le parlò lentamente, lasciando che io traducessi con i segni.

«Qualunque cosa accada, nessuno decide chi sei al posto tuo.»

Lei lo fissò.

Poi gli toccò la mano.

Un secondo dopo il monitor emise un allarme continuo.

Damiano si piegò in avanti.

«Damiano!»

Mercuri lo afferrò.

«Sta andando in aritmia grave.»

Vittorio chiamò aiuto.

Io rimasi paralizzata.

Poi Giulia fece qualcosa.

Posò entrambe le mani sul petto di Damiano.

Non per curarlo.

Per indicare esattamente dove il ritmo sembrava impazzire.

Mercuri capì.

«Il dispositivo! Preparate il defibrillatore.»

Le guardie si mossero.

Dal passaggio arrivò improvvisamente Raffaele.

Aveva sangue sulla manica.

«Salvatore ha preso i documenti.»

Damiano, quasi privo di coscienza, riuscì a sussurrare:

«Giulia?»

«È qui.»

Raffaele guardò sua figlia.

Poi me.

«Dobbiamo portarla via adesso.»

«No.»

«Salvatore non vuole il trust.»

«Allora cosa vuole?»

Raffaele respirava affannosamente.

«Vuole che Giulia scompaia.»

Mi gelai.

«Perché?»

«Perché se non esiste un erede, il patrimonio torna sotto il controllo della vecchia struttura Valenti.»

Damiano aprì gli occhi.

Capì.

«E Salvatore controlla quella struttura.»

Raffaele annuì.

Finalmente ogni pezzo trovò il proprio posto.

Le pillole.

Le telecamere.

Il peggioramento di Damiano.

La presenza di Giulia nella villa.

Qualcuno aveva aspettato che tutti si concentrassero su Raffaele.

Mercuri caricò il defibrillatore.

«Indietro!»

Il corpo di Damiano ebbe un sussulto.

Giulia scoppiò a piangere senza emettere suono.

La strinsi.

Il monitor rimase quasi piatto per un secondo interminabile.

Poi comparve un battito.

Un altro.

Mercuri espirò.

«È tornato.»

Ma Vittorio non sembrava sollevato.

Guardava lo schermo della sicurezza sul telefono.

«Abbiamo un problema.»

«Quale?»

Girò il display verso di noi.

Una telecamera esterna mostrava Salvatore correre sotto la pioggia verso un’auto nera.

Tra le mani aveva una cartella.

E dietro di lui, il cancello principale di Villa Bellombra si stava aprendo.

Raffaele estrasse la pistola di una guardia.

«Se esce con quei documenti, può distruggere la prova del trust.»

Io guardai Damiano a terra.

Poi Giulia.

Poi il bracciale d’argento nella sua piccola mano.

E capii che la notte non sarebbe finita finché qualcuno non avesse scelto cosa contava davvero di più.

Il patrimonio.

La verità.

O una bambina che non aveva mai chiesto di diventare il centro di una guerra familiare.

Continua — clicca sulla Parte 9 per continuare a leggere.

No comments yet