Divertimento

Mi Disse Di Crescere Il Bambino Da Sola—18 Mesi Dopo, Vide Tre Bambini All’Aeroporto Di Roma E Il Suo Mondo Crollò

Alessandro rimase con il telefono all’orecchio, immobile, mentre il volto gli cambiava davanti ai miei occhi. Non era più l’uomo sicuro che avevo conosciuto, né il miliardario capace di entrare in una stanza facendo sembrare tutti gli altri più piccoli. Per la prima volta vidi qualcosa che somigliava alla paura. «Ripetilo», disse piano. Dall’altra parte Vittorio rimase in silenzio. Alessandro strinse il telefono così forte che le nocche gli diventarono bianche. «Ho detto di ripeterlo.» La risposta arrivò fredda. «Non è una conversazione da fare in aeroporto.» Alessandro fece una breve risata senza allegria. «Hai appena detto che hai impedito a Giulia di contattarmi.» «Ho detto che ho gestito una situazione che rischiava di compromettere il tuo futuro.» Sentii il sangue gelarmi. Per Vittorio, io e i miei figli eravamo stati una “situazione”.

Alessandro si allontanò di qualche passo dai bambini, forse per evitare che sentissero il tono della conversazione. Io rimasi accanto al passeggino, ma non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso. «Come?» domandò. «Come hai fatto?» Vittorio sospirò. «Avevi appena cambiato assistente personale. Tutte le comunicazioni non professionali venivano filtrate. Ho dato istruzioni precise.» Mi tornò alla mente ogni chiamata senza risposta, ogni messaggio vocale lasciato con le mani tremanti. Dopo l’ecografia avevo persino scritto un’e-mail all’ufficio di Alessandro, chiedendo soltanto cinque minuti. Nessuno aveva risposto. Avevo interpretato quel silenzio come un secondo abbandono. «E le e-mail?» chiese Alessandro, quasi avesse letto i miei pensieri. Seguì un’altra pausa. «Anche quelle.» Alessandro chiuse gli occhi. «Hai letto i suoi messaggi?» «Alcuni.» «Quindi sapevi che erano tre?» Il silenzio di Vittorio fu la risposta.

Mi mancò il respiro.

Alessandro aprì gli occhi e mi guardò. In quel momento capì anche lui. Suo padre aveva saputo dell’esistenza dei tre bambini prima di lui. «Da quando?» domandò. «Alessandro...» «DA QUANDO?» Alcune persone si voltarono. Lui abbassò immediatamente la voce, ma la rabbia rimase. «Rispondimi.» Vittorio parlò con la stessa calma che, secondo Alessandro, aveva sempre usato nelle riunioni più difficili. «Dal quarto mese della gravidanza.» Io dovetti appoggiarmi al manico del passeggino. Vittorio aveva saputo per più di un anno. Aveva saputo mentre affrontavo controlli medici, paura, parto prematuro e notti senza sonno. Aveva saputo mentre Alessandro viveva convinto che esistesse un solo bambino che aveva scelto di non conoscere.

«Perché?» domandò Alessandro.

«Perché tu avevi già preso la tua decisione. Io mi sono limitato a evitare che una debolezza momentanea te la facesse cambiare.»

Alessandro abbassò lentamente il telefono.

Per un attimo pensai che avrebbe chiuso la chiamata, invece lo riportò all’orecchio. «Non chiamarmi più finché non sarò io a cercarti.» Poi interruppe.

Rimanemmo in silenzio.

«Non guardarmi così», dissi.


«Come?»

«Come se quello che ha fatto tuo padre cancellasse quello che hai fatto tu.»

Quelle parole lo colpirono. Alessandro annuì lentamente. «Non lo cancella.»

«Tu mi hai lasciata prima che lui intercettasse qualsiasi messaggio.»

«Lo so.»

«Mi hai detto che nostro figlio sarebbe stato un problema mio.»

«Lo so.»

«Quindi non provare a trasformarti nella vittima.»

«Non lo farò.»

La sua risposta mi disarmò. Mi aspettavo una difesa, una spiegazione. Invece Alessandro guardò Sofia, Tommaso e Luca e disse: «Mio padre mi ha tolto la possibilità di sapere che erano tre. Ma sono stato io a dargli l’occasione di farlo.»


Non risposi.

Sofia cominciò a lamentarsi perché Tommaso le aveva preso il pacchetto dei cracker. Mi chinai per separarli e Alessandro fece lo stesso. Le nostre mani si sfiorarono. Mi ritrassi immediatamente.

«Posso aiutarti almeno con i bagagli?» chiese.

«No.»

«Giulia...»

«Non puoi comparire e comportarti improvvisamente come loro padre.»

«Non sto cercando di farlo.»

«Allora cosa stai cercando di fare?»

Alessandro osservò i bambini. «Non lo so ancora.»

Era probabilmente la cosa più sincera che mi avesse detto quella mattina.


Raggiungemmo l’uscita del terminal. Avevo prenotato un taxi per andare da mia sorella Elena, che abitava a Ostia e mi avrebbe ospitata per alcuni giorni. Alessandro ci seguì fino alla zona esterna, mantenendo una distanza rispettosa. Quando il taxi arrivò, caricai le borse mentre lui rimase accanto al marciapiede.

«Posso rivederli?» domandò.

Mi fermai.

«Non oggi.»

Il dolore sul suo viso fu evidente, ma annuì. «Domani?»

«Non ho detto questo.»

«Allora quando?»

Lo guardai. «Quando sarò convinta che non sparirai di nuovo.»

Salii in macchina.

Durante il tragitto cercai di convincermi che l’incontro fosse finito. Ma dopo appena venti minuti ricevetti una chiamata da un numero sconosciuto.


«Signora Moretti?»

«Sì.»

«Sono Carlo De Santis, avvocato della famiglia Rinaldi.»

Il mio corpo si irrigidì.

«Se chiama per Alessandro, non ho niente da dire.»

«Non chiamo per Alessandro.»

Guardai i bambini addormentati nei loro seggiolini.

«Allora per chi?»

«Per Vittorio Rinaldi.»

Sentii immediatamente salire la rabbia.


«Dica al signor Rinaldi di lasciarci in pace.»

«Temo che non sia possibile. Ci sono documenti che lei deve vedere.»

«Quali documenti?»

L’avvocato esitò.

«Diciassette mesi fa il signor Rinaldi ha istituito un fondo fiduciario a nome dei suoi figli.»

Mi raddrizzai sul sedile.

«Quali figli?»

«Sofia, Tommaso e Luca.»

Mi si gelò il sangue. Vittorio non conosceva soltanto la loro esistenza. Conosceva i loro nomi.

«Come faceva a sapere come si chiamavano?»


Dall’altra parte ci fu un silenzio troppo lungo.

«È proprio questo il motivo per cui dovrebbe incontrarmi.»

«Mi dica la verità adesso.»

L’avvocato inspirò profondamente.

«Signora Moretti, Vittorio Rinaldi non si è limitato a intercettare i suoi messaggi. Qualcuno ha seguito lei e i bambini per più di un anno.»

Guardai istintivamente attraverso il finestrino posteriore.

Una berlina nera procedeva dietro il nostro taxi da diversi minuti.

«Chi?» sussurrai.

La voce dell’avvocato si abbassò.

«Questo è il problema. Tre mesi fa il signor Rinaldi ha ordinato di interrompere ogni controllo. Ma qualcuno ha continuato anche senza il suo consenso.»


In quel momento il taxi rallentò davanti a un semaforo.

La berlina nera rallentò insieme a noi.

E per la prima volta capii che il segreto di Vittorio poteva non essere la cosa più pericolosa che avevamo appena scoperto.

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