Il semaforo rimase rosso per pochi secondi, ma a me sembrarono interminabili. Continuavo a fissare la berlina nera nello specchietto laterale mentre tenevo il telefono stretto contro l’orecchio. Dietro di me Sofia, Tommaso e Luca dormivano, completamente inconsapevoli del fatto che qualcuno potesse aver osservato la loro vita per mesi. «Signora Moretti?» disse l’avvocato. «È ancora lì?» Deglutii. «C’è una macchina dietro di noi.» Il tono di Carlo De Santis cambiò immediatamente. «Che macchina?» «Una berlina nera.» «Riesce a vedere la targa?» Mi voltai appena, cercando di non attirare l’attenzione. «No.» Il semaforo diventò verde e il taxi ripartì. La berlina fece lo stesso. «Non vada all’indirizzo dove deve soggiornare», disse Carlo. «E soprattutto non scenda dalla macchina.»
Quelle parole trasformarono la mia inquietudine in paura vera. Chiesi al tassista di cambiare percorso e dirigersi verso un bar affollato vicino al lungomare di Ostia. L’uomo mi guardò dallo specchietto, confuso, ma non fece domande. Telefonai immediatamente a mia sorella. «Elena, ascoltami. Non uscire di casa e non dire a nessuno che sto venendo da te.» «Giulia, che succede?» «Te lo spiego dopo.» Chiusi prima che potesse insistere. Quando imboccammo una strada laterale, la berlina continuò a seguirci. Avevo il cuore in gola. Poi, improvvisamente, il telefono vibrò. Alessandro.
Esitai prima di rispondere.
«Dove sei?» chiese senza salutare.
«Perché?»
«De Santis mi ha chiamato.»
«Tuo padre mi faceva seguire.»
Seguì un silenzio.
«Lo so.»
«Da quanto lo sai?»
«Da tre minuti. Giulia, ascoltami. Carlo mi ha detto della macchina. Sto arrivando.»
«Non voglio che tu venga.»
«Non ti sto chiedendo il permesso.»
La frase mi fece infuriare. «Ecco l’Alessandro che ricordo.»
Lui tacque per un istante. «Hai ragione. Scusa. Ma se qualcuno sta seguendo te e i bambini, voglio sapere chi è.»
«Sono sopravvissuta diciotto mesi senza di te.»
«Non sto mettendo in dubbio questo.»
La sua voce si abbassò.
«Sto dicendo che questa volta non voglio andarmene.»
Non ebbi il tempo di rispondere. La berlina dietro di noi improvvisamente svoltò e scomparve in una strada laterale.
Rimasi a fissare il punto in cui l’avevo vista sparire. Nessuno ci aveva minacciati. Nessuno aveva cercato di fermarci. Eppure la sensazione di essere osservata non diminuì.
Quindici minuti dopo incontrai Carlo De Santis nella hall di un grande albergo vicino al mare. Aveva circa sessant’anni, capelli grigi e una cartella di pelle consumata che sembrava fuori posto nell’ambiente elegante. Alessandro arrivò pochi minuti dopo. Era senza giacca, con la cravatta allentata e un’espressione che non gli avevo mai visto.
«Dove sono i bambini?»
«Con me.»
«Stanno bene?»
«Sì.»
Soltanto allora sembrò respirare.
Carlo ci condusse in una saletta privata. Io sistemai i tre piccoli vicino a me con alcuni giochi che avevo nella borsa. Alessandro si sedette dall’altra parte del tavolo, ma continuava a guardarli.
Carlo aprì la cartella.
«Quello che sto per mostrarvi non sarebbe dovuto uscire dagli archivi della famiglia Rinaldi.»
«Non mi interessa», disse Alessandro. «Mostracelo.»
L’avvocato estrasse diversi documenti. Il primo era datato quasi diciassette mesi prima. Riconobbi immediatamente il mio nome.
**Giulia Moretti.**
Sotto c’erano informazioni sulla gravidanza, sul mio lavoro, sull’indirizzo di casa.
«Questo è illegale», dissi.
Carlo annuì. «Alcune attività ordinate da Vittorio si trovano, diciamo, in una zona estremamente discutibile.»
«Discutibile?» Alessandro lo fissò. «Ha fatto sorvegliare una donna incinta.»
Carlo non rispose.
Voltò pagina.
Comparvero fotografie.
Io mentre uscivo dall’ospedale.
Io con mia sorella.
Io davanti a una farmacia.
Poi una fotografia scattata fuori dal Policlinico, pochi giorni dopo il parto. Elena spingeva il passeggino mentre io camminavo lentamente accanto a lei.
Mi portai una mano alla bocca.
Alessandro divenne pallido.
«Mio padre aveva queste?»
«Sì.»
«Perché?»
Carlo lo guardò direttamente.
«Perché voleva assicurarsi che Giulia e i bambini stessero bene senza che tu lo sapessi.»
Quella risposta ci lasciò entrambi confusi.
«Non ha senso», dissi. «Prima impedisce ad Alessandro di sapere di loro e poi li protegge?»
«Vittorio è un uomo complicato.»
«No», replicò Alessandro. «Mio padre non fa niente senza uno scopo.»
Carlo annuì lentamente. «Esatto.»
Estrasse il documento del fondo fiduciario. La cifra indicata mi fece credere di aver letto male.
Tre milioni di euro.
Un milione per ciascun bambino.
«Non voglio i suoi soldi», dissi immediatamente.
«Il denaro non è mai stato trasferito a lei. È bloccato fino alla maggiore età dei bambini.»
Alessandro sfogliò rapidamente le pagine.
«Perché mio padre avrebbe fatto tutto questo?»
Carlo esitò.
Poi tirò fuori una busta.
«Tre mesi fa Vittorio ha scoperto qualcosa durante uno dei controlli. Da quel momento ha ordinato di interrompere la sorveglianza.»
«Cosa ha scoperto?» domandai.
Carlo mise sul tavolo una fotografia.
La riconobbi immediatamente.
Era stata scattata in un parco vicino casa mia. Io ero seduta su una panchina mentre Sofia giocava poco distante. Sullo sfondo c’era un uomo.
Non gli avevo mai prestato attenzione.
Alessandro prese la foto.
Il suo volto cambiò.
«Lo conosci?» chiesi.
Non rispose.
«Alessandro.»
Lui sollevò lentamente lo sguardo.
«Si chiama Lorenzo Bassi. Ha lavorato per mio padre per quasi vent’anni.»
Carlo annuì.
«Era il responsabile della sicurezza privata di Vittorio.»
«Era?» domandai.
«È stato licenziato tre mesi fa.»
Guardai nuovamente la fotografia. «Perché?»
Carlo prese un secondo foglio.
«Perché Vittorio scoprì che Lorenzo non si limitava a controllare voi su suo ordine. Aveva cominciato a raccogliere informazioni per conto proprio.»
«Su cosa?»
Questa volta fu Alessandro a leggere il documento.
Lo vidi fermarsi a metà pagina.
«Che cosa c’è?» domandai.
Alessandro alzò gli occhi verso Carlo. «È vero?»
L’avvocato non rispose.
Gli strappai quasi il foglio dalle mani.
C’erano date, fotografie e annotazioni. Poi lessi una frase che mi fece dimenticare per un istante persino della berlina.
**Verifica genetica richiesta. Campioni ottenuti.**
«Campioni?» sussurrai. «Campioni di chi?»
Carlo guardò i bambini.
«Dei tre piccoli.»
Mi alzai di scatto.
«Qualcuno ha preso materiale genetico dai miei figli senza il mio consenso?»
«Non sappiamo come.»
Alessandro si alzò a sua volta. «E il risultato?»
Carlo rimase immobile.
«Non era nei documenti consegnati a Vittorio.»
In quel momento qualcuno bussò alla porta.
Tre colpi.
Carlo impallidì.
«Aspettavate qualcuno?» chiesi.
Nessuno rispose.
La porta si aprì lentamente.
Un uomo sulla cinquantina entrò nella stanza. Capelli brizzolati, corporatura robusta, cappotto scuro.
Riconobbi immediatamente il suo volto.
Era l’uomo della fotografia.
Lorenzo Bassi.
Alessandro si mise istintivamente tra lui e i bambini.
«Come ci hai trovati?»
Lorenzo chiuse la porta alle proprie spalle.
«Perché non sono io quello da cui dovete proteggere quei bambini.»
Posò una piccola busta sul tavolo.
«Vittorio vi ha raccontato soltanto metà della verità.»
Alessandro non si mosse.
«Quale metà?»
Lorenzo guardò prima lui, poi me.
«Il test genetico non serviva a scoprire se Alessandro fosse il padre.»
Sentii il cuore accelerare.
Lorenzo spinse lentamente la busta verso di noi.
«Serviva a scoprire perché Vittorio Rinaldi era così terrorizzato dall’esistenza di tre nipoti.»







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