Divertimento

Mi Disse Di Crescere Il Bambino Da Sola—18 Mesi Dopo, Vide Tre Bambini All’Aeroporto Di Roma E Il Suo Mondo Crollò

Continuai a fissare il certificato finché le lettere cominciarono a confondersi. Marco Rinaldi. Mio padre. L’uomo che ricordavo mentre preparava il caffè la domenica mattina, che mi insegnava ad andare in bicicletta nel cortile sotto casa, che aveva lavorato per tutta la vita come tecnico e che non aveva mai mostrato alcun interesse per il lusso, portava alla nascita il cognome di una delle famiglie più ricche d’Italia. «È falso», dissi. La mia voce uscì più debole di quanto volessi. Vittorio scosse la testa. «No.» «Mio padre si chiamava Moretti.» «Da quando aveva ventitré anni.» Mi voltai verso Riccardo. Lui evitò il mio sguardo. Fu quel gesto, più del documento, a farmi capire che almeno una parte della storia era vera.

«Perché cambiò cognome?» domandai.

Vittorio si sedette lentamente. «Marco era il figlio maggiore di mio padre, Federico. Mia madre morì giovane e Federico ebbe una relazione con un’altra donna. Marco nacque da quella relazione. Per anni venne tenuto lontano dalla famiglia, ma mio padre lo riconobbe legalmente in segreto.»

«E tu lo sapevi?»

«Lo scoprii quando avevo vent’anni.»

«Eravate fratelli.»

«Fratellastri.»

La precisione mi fece arrabbiare.

«Non importa. Era tuo fratello e io non ho mai sentito pronunciare il tuo nome in casa mia.»

«Perché Marco odiava tutto ciò che rappresentava questa famiglia.»


Riccardo intervenne. «E aveva buone ragioni.»

Vittorio lo fulminò con lo sguardo.

«Tu non hai diritto di parlare per lui.»

«Nemmeno tu.»

Alessandro si mise tra i due uomini. «Smettetela. Giulia merita una risposta.»

Vittorio abbassò lo sguardo. «Quando Federico morì, lasciò un testamento che divideva il controllo della società tra me e Marco. Ma Marco rifiutò l’eredità.»

«Perché?»

Questa volta Riccardo rispose. «Perché aveva scoperto come erano stati costruiti alcuni degli affari di tuo nonno. Prestiti nascosti, società di comodo, pressioni su piccoli proprietari. Marco voleva denunciarlo.»

«E cosa successe?»

Vittorio rimase in silenzio.


Sentii un nodo nello stomaco.

«Cosa successe a mio padre?»

«Se ne andò», disse Vittorio. «Prese il cognome di tua nonna materna e costruì un’altra vita.»

Conoscevo quella parte. O almeno credevo di conoscerla. Mio padre mi aveva sempre detto che non aveva famiglia. Nessun fratello. Nessun patrimonio. Soltanto noi.

«E il documento sull’eredità?»

Vittorio aprì il fascicolo. «Marco rinunciò ai benefici economici personali, ma Federico aveva inserito una clausola che lui non poteva cancellare completamente. Se la linea di sangue di Vittorio Rinaldi si fosse interrotta, le quote di controllo sarebbero tornate ai discendenti di Marco.»

Alessandro mi guardò.

Io capii.

«A me.»

«Sì», disse Vittorio.


Riccardo fece un passo avanti. «Ed è esattamente per questo che quel documento non deve uscire da questa stanza.»

«Perché?» chiese Beatrice.

«Perché distruggerebbe entrambe le società.»

«No», disse Alessandro. «Distruggerebbe il tuo accordo.»

Riccardo lo fissò. «Tu non comprendi cosa c’è in gioco.»

«Allora spiegamelo. Visto che apparentemente sei mio padre.»

Riccardo incassò quelle parole senza reagire.

«Il gruppo Rinaldi garantisce debiti per centinaia di milioni. Se domani diventasse pubblico che la struttura proprietaria è contestabile, le banche potrebbero chiedere nuove garanzie. Migliaia di dipendenti rischierebbero il posto.»

«Quindi dovremmo mentire per proteggerlo?» domandai.

«Dovreste evitare di distruggere qualcosa che non avete costruito.»


Quelle parole mi fecero alzare la testa.

«Nemmeno io ho costruito i segreti con cui avete rovinato le nostre vite.»

Riccardo tacque.

Beatrice si avvicinò a suo padre. «Hai fatto seguire Giulia?»

«Beatrice...»

«Rispondi.»

«Volevo sapere quanto avesse scoperto.»

«Lei non sapeva niente!»

«Io non potevo esserne certo.»

«E i bambini?»


Riccardo guardò Vittorio.

«Non ho mai ordinato di avvicinarsi ai bambini.»

«Ma la tua società li seguiva», disse Alessandro.

«Avevo chiesto di sorvegliare Giulia. Non di ottenere campioni genetici.»

Lorenzo, quindi, aveva agito indipendentemente su quella parte. Un’altra verità incompleta.

Poi mi tornò in mente qualcosa.

«Mio padre morì in un incidente.»

La stanza diventò improvvisamente silenziosa.

Vittorio sollevò lentamente lo sguardo.

«Sì.»


«Avevo dodici anni. Mi dissero che aveva perso il controllo dell’auto tornando dal lavoro.»

Nessuno parlò.

«Perché nessuno sta rispondendo?»

Alessandro si avvicinò a me.

«Giulia...»

«Non toccarmi.»

Non ero arrabbiata con lui. Avevo semplicemente bisogno di rimanere in piedi da sola.

Guardai Vittorio.

«La morte di mio padre aveva qualcosa a che fare con voi?»

«Non come pensi.»


«Non sai cosa penso.»

Vittorio aprì un altro fascicolo. Dentro c’era una copia del verbale dell’incidente.

«Marco mi aveva contattato tre giorni prima di morire.»

Il respiro mi si fermò.

«Perché?»

«Aveva scoperto che qualcuno stava usando vecchie società di Federico per spostare denaro illegalmente. Voleva consegnarmi dei documenti.»

Riccardo scosse la testa. «Vittorio.»

«Basta segreti.»

«Non puoi dimostrare niente.»

«Forse no. Ma Marco poteva.»


Guardai Riccardo.

«Stai dicendo che mio padre è stato ucciso?»

«No», rispose Vittorio immediatamente. «L’incidente fu classificato come tale e non ho prove sufficienti per affermare altro.»

«Ma hai dei dubbi.»

Vittorio annuì.

Sentii le gambe cedere e mi sedetti.

Alessandro rimase vicino senza toccarmi.

Poi Vittorio estrasse una piccola chiave.

«Dopo la morte di Marco cercai per mesi i documenti di cui mi aveva parlato. Non li trovai mai.»

«Allora perché hai quella chiave?»


«Perché me la spedì il giorno prima dell’incidente.»

La posò sul tavolo.

Sul piccolo portachiavi metallico era inciso un numero.

**317.**

«Non ho mai scoperto cosa aprisse.»

Guardai la chiave e improvvisamente ricordai qualcosa che non pensavo da anni.

Mio padre aveva l’abitudine di portarmi alla Stazione Termini il sabato pomeriggio. Non prendevamo mai nessun treno. Comprava un gelato per me e poi passavamo qualche minuto davanti alle cassette di deposito che allora si trovavano in una zona laterale della stazione. Una volta gli avevo chiesto cosa facesse lì.

Mi aveva sorriso.

*Conservo una cosa per il tuo futuro, piccola mia.*

Mi alzai di scatto.


«So dove dobbiamo andare.»

Un’ora dopo io e Alessandro eravamo davanti a un vecchio deposito privato poco distante da Termini, trasferito anni prima dalla stazione ma ancora operativo. Il responsabile controllò la chiave e cercò negli archivi.

«Numero 317», disse. «È molto vecchio.»

«Esiste ancora?»

L’uomo annuì.

Ci condusse in una stanza sotterranea piena di cassette metalliche.

La chiave entrò perfettamente.

Dentro trovammo una busta, alcune fotografie e una piccola videocassetta.

Sulla busta c’era la grafia di mio padre.

**Per Giulia, quando sarà abbastanza grande per sapere chi ero davvero.**

Le mani cominciarono a tremarmi.

Aprii la lettera.

Le prime righe erano rivolte a me, ma più avanti mio padre aveva scritto un nome.

Riccardo Conti.

Continuai a leggere finché arrivai a una frase che mi costrinse a fermarmi.

Alessandro se ne accorse.

«Che cosa dice?»

Gli passai il foglio.

Mio padre aveva scritto:

**Se mi succederà qualcosa, non credere che Riccardo sia l’uomo che devi temere di più. La persona che ha sottratto denaro alla famiglia Rinaldi, falsificato i documenti e cercato di impedirmi di parlare è qualcuno di cui Vittorio si fida completamente.**

Sotto quella frase c’era un nome.

Alessandro lo lesse.

Il suo volto perse ogni colore.

«Carlo De Santis.»

L’avvocato che avevamo lasciato nell’albergo.

L’uomo che sapeva dove si trovavano Elena e i miei tre bambini.

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