Alessandro chiamò immediatamente suo padre. Una volta. Due. Tre. Ogni tentativo terminò nella segreteria telefonica. Poi chiamò l’autista di Vittorio, la segretaria personale, il responsabile della villa sull’Appia Antica. Nessuno sapeva dove fosse. Più telefonava, più il suo volto diventava duro. «L’ultima volta è stato visto stamattina alle otto e venti», disse infine. «Ha lasciato la villa da solo.» Carlo aggrottò la fronte. «Vittorio non guida da mesi.» Alessandro si voltò lentamente verso di lui. «Perché?» L’avvocato esitò troppo. «Perché la malattia sta peggiorando.» Quella frase sembrò togliere ad Alessandro ogni residuo di rabbia. Rimase in piedi accanto alla finestra della saletta, fissando il mare in lontananza. L’uomo che aveva passato la vita a temere il giudizio di suo padre stava scoprendo che Vittorio poteva essere gravemente malato e, contemporaneamente, responsabile di avergli sottratto diciotto mesi della vita dei suoi figli.
Beatrice rispose alla seconda chiamata. Alessandro mise il vivavoce.
«Dove sei?» domandò.
«Nell’ufficio di mio padre.»
«Perché mi hai scritto di non firmare niente?»
Beatrice rimase in silenzio per qualche secondo. «Perché l’annuncio del matrimonio di oggi non era soltanto un annuncio. Dopo la conferenza avrebbero dovuto portarci dal notaio.»
Alessandro strinse la mascella. «Per firmare cosa?»
«Un accordo prematrimoniale e un patto parasociale. Non avevo mai visto l’allegato completo fino a stamattina.»
Carlo chiuse gli occhi, come se avesse già intuito.
«Cosa dice?» chiesi.
Beatrice riconobbe la mia voce. «Giulia?»
«Sono qui.»
«Allora devi sentirlo anche tu. In caso di matrimonio, una parte delle quote Rinaldi sarebbe stata vincolata alla nuova holding Conti-Rinaldi. Ma c’è una clausola sui discendenti precedenti.»
Il silenzio diventò pesante.
«Quale clausola?» domandò Alessandro.
«Qualsiasi erede biologico non dichiarato prima della firma avrebbe perso la possibilità di esercitare diritti societari attraverso il trust di famiglia.»
Guardai Carlo.
«Quindi i miei figli.»
«Sì», rispose Beatrice.
Alessandro colpì il tavolo con il palmo. Non con violenza, ma abbastanza da far sobbalzare tutti. Poi guardò immediatamente i bambini e abbassò la voce. «Tuo padre sapeva di loro?»
«Non lo so. Stamattina avrei giurato di no. Adesso non sono più sicura di niente.»
Lorenzo indicò la fotografia della berlina.
«Chiedile della società di sicurezza.»
Alessandro lo fece.
Beatrice tacque.
«Quella società appartiene al gruppo», disse infine. «Ma mio padre sostiene di non aver autorizzato nessun pedinamento.»
«E tu gli credi?» chiesi.
«In questo momento non so più a chi credere.»
Era una risposta che comprendevo fin troppo bene.
Prima di chiudere, Beatrice aggiunse: «C’è un’altra cosa. Ho trovato una copia di una lettera inviata da Vittorio a mio padre tre mesi fa. Scriveva che l’accordo matrimoniale doveva essere sospeso se fossero emerse “circostanze familiari pregresse”. Mio padre ha ignorato la richiesta.»
«Mandamela», disse Alessandro.
Pochi secondi dopo arrivò la fotografia del documento.
Carlo la lesse per primo. «Questo cambia molto.»
«Cosa cambia?» domandai.
«Significa che Vittorio, almeno tre mesi fa, stava cercando di proteggere i diritti dei bambini.»
«Dopo averli nascosti per più di un anno», replicai.
«Esatto.»
Era quella contraddizione a tormentarmi. Vittorio aveva fatto di tutto per separarci, poi aveva creato fondi per i bambini, modificato il testamento e tentato di bloccare il matrimonio. Sembravano azioni di due uomini diversi.
Alessandro improvvisamente guardò l’orologio.
«Mio padre ha chiamato mentre eravamo all’aeroporto.»
«Sì.»
«Sapeva che Giulia era lì.»
Lorenzo annuì.
«Come?»
Nessuno seppe rispondere.
Fu allora che il mio telefono vibrò.
Numero sconosciuto.
Aprii il messaggio.
C’era soltanto una fotografia.
Ritraeva un piccolo tavolo di legno e, sopra, un vecchio mobile dipinto di giallo acceso.
Mi mancò il respiro.
«Giulia?» disse Alessandro.
Gli mostrai lo schermo.
«Quel mobile era nel mio appartamento di San Lorenzo.»
Lo avevo dipinto durante il periodo in cui Alessandro passava le notti da me. Dopo la nostra separazione lo avevo regalato insieme ad altri mobili quando avevo cambiato casa prima della nascita dei bambini.
Sotto la fotografia arrivò un secondo messaggio.
**Via dei Volsci 41. Vieni con Alessandro. Senza avvocati. Senza Conti.**
Alessandro riconobbe immediatamente l’indirizzo.
Il mio vecchio appartamento.
«È lui», disse.
«Vittorio?»
«Chi altro conoscerebbe quel posto?»
Lorenzo scosse la testa. «Potrebbe essere una trappola.»
«Se mio padre è lì, devo andare.»
«Noi», dissi.
Alessandro mi guardò. «Tu resti con i bambini.»
«Sono i miei figli al centro di tutto questo. Non mi terrai fuori.»
Per un momento sembrò sul punto di discutere. Poi annuì.
Lasciai i bambini con Elena, che raggiunse l’albergo senza capire completamente perché ci fossero Alessandro Rinaldi, un avvocato e un ex responsabile della sicurezza nella stessa stanza. Le raccontai soltanto ciò che era necessario e le feci promettere che non avrebbe lasciato l’hotel.
Quaranta minuti dopo io e Alessandro arrivammo a San Lorenzo.
Salire quelle scale fu come attraversare diciotto mesi al contrario. Il corridoio aveva ancora lo stesso odore di caffè e detersivo. Davanti alla porta del vecchio appartamento Alessandro si fermò.
«È qui che ti ho lasciata.»
Non risposi.
La porta era socchiusa.
Entrammo.
L’appartamento era quasi vuoto. Sul pavimento c’erano scatole e vecchi mobili. Al centro della cucina, però, c’era proprio il mobile giallo.
«Papà?» chiamò Alessandro.
Nessuna risposta.
Poi sentimmo un rumore dalla stanza accanto.
Alessandro entrò per primo.
Vittorio Rinaldi era seduto su una sedia vicino alla finestra. Sembrava improvvisamente molto più vecchio delle fotografie sui giornali. Accanto a lui c’erano una valigia e una scatola di documenti.
«Finalmente», disse.
Alessandro rimase sulla porta.
«Stai morendo?»
Vittorio chiuse gli occhi per un istante.
«Probabilmente.»
Quella risposta cancellò ogni frase preparata.
«Perché siamo qui?» domandai.
Vittorio indicò il mobile giallo.
«Perché tutto è cominciato qui.»
Si alzò lentamente e aprì uno dei cassetti. Estrasse una busta ingiallita.
«Quando ho scoperto della gravidanza, credevo che separare voi due fosse il modo migliore per proteggere Alessandro.»
«Da cosa?» chiesi.
Vittorio guardò suo figlio.
«Da diventare come me.»
Alessandro rise amaramente. «Hai uno strano modo di proteggerci.»
«Lo so.»
Per la prima volta Vittorio Rinaldi sembrò vergognarsi.
Poi mise la busta nelle mani di Alessandro.
«Questa lettera è di tua madre.»
Alessandro impallidì.
«Cecilia la scrisse pochi giorni prima di morire. Io l’ho nascosta per trent’anni.»
«Perché?»
Vittorio guardò me.
«Perché contiene la verità sulla malattia. E sulla famiglia Rinaldi.»
Alessandro aprì la busta, ma prima che potesse leggere sentimmo il portone del palazzo chiudersi al piano inferiore.
Poi passi sulle scale.
Vittorio si irrigidì.
«Avete detto a qualcuno che venivate qui?»
«No», risposi.
I passi si avvicinarono.
Vittorio prese la scatola dei documenti e la spinse verso Alessandro.
«Qualunque cosa succeda, non consegnarla a Riccardo Conti.»
Alessandro lo fissò.
«Perché?»
Vittorio guardò la porta.
«Perché la malattia di tua madre non è il vero motivo per cui i Conti vogliono controllare quei test genetici.»
I passi si fermarono dall’altra parte.
Qualcuno bussò.
Vittorio abbassò la voce.
«Il vero motivo è che quei risultati possono dimostrare chi ha davvero diritto a controllare l’impero Rinaldi.»







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