Non ricordo di aver deciso di correre. Ricordo soltanto la lettera di mio padre che cadeva sul tavolo metallico, Alessandro che afferrava il telefono e la mia mano che tremava mentre cercavo il numero di Elena. Una chiamata. Nessuna risposta. Due. Tre. «Rispondi, Elena... ti prego.» Alla quarta chiamata sentii finalmente la sua voce. «Giulia?» Chiusi gli occhi per il sollievo. «Dove sei?» «Nella stanza con i bambini. Perché?» «Carlo è ancora lì?» Ci fu una breve pausa. «No. È andato via circa venti minuti fa.» Io e Alessandro ci guardammo. «Ha detto qualcosa?» «Mi ha chiesto dove sareste andati.» «E tu?» «Gli ho detto che non lo sapevo.» Sentii Sofia ridere in sottofondo e per un istante riuscii di nuovo a respirare. «Chiudi la porta. Non aprire a nessuno. Stiamo tornando.»
Alessandro telefonò alla sicurezza dell’albergo e ordinò che nessuno potesse accedere al piano senza autorizzazione. Poi chiamò Lorenzo. «Trova De Santis. E non dirgli che sappiamo niente.» Durante il tragitto verso Ostia, io tenevo sulle ginocchia la lettera di mio padre. Avevo riletto quella frase almeno dieci volte. Carlo De Santis. L’uomo che poche ore prima ci aveva consegnato documenti contro Vittorio. «Perché avrebbe aiutato noi se è coinvolto?» chiesi. Alessandro guardava fuori dal finestrino. «Forse perché non ci stava aiutando. Ci stava mostrando esattamente quello che voleva che vedessimo.»
Quando arrivammo, trovammo Elena e i bambini al sicuro. Li abbracciai uno alla volta con una forza che fece protestare Tommaso. Alessandro rimase sulla porta. Sofia lo riconobbe immediatamente. «Quello del cracker!» disse felice. Nonostante tutto, mi sfuggì quasi un sorriso. Alessandro si inginocchiò. «Sì. Quello del cracker.» Lei gli porse un pupazzo. «Tienilo.» Lui lo prese come se gli avesse affidato qualcosa di preziosissimo.
Quella scena durò pochi secondi, ma vidi chiaramente cosa stava accadendo dentro di lui. Diciotto mesi prima aveva avuto paura di diventare padre. Adesso sembrava avere paura di perdere tre bambini che conosceva da poche ore.
Lorenzo arrivò mezz’ora dopo insieme a Vittorio e Beatrice. Riccardo non venne.
«De Santis è sparito», disse Lorenzo. «Il suo telefono è spento.»
Vittorio sembrava sconvolto quando gli mostrai la lettera di Marco.
«Carlo lavorava già per mio padre all’epoca», disse. «Era giovane, ma gestiva molte società secondarie.»
«Quelle usate per spostare il denaro?» chiesi.
«Potrebbe essere.»
«Potrebbe?» esplosi. «Mio padre ti aveva avvertito!»
Vittorio non cercò di difendersi. «E io non gli credetti abbastanza.»
Quelle parole fecero più male della rabbia.
Alessandro posò sul tavolo anche la videocassetta trovata nella cassetta 317. «Dobbiamo vedere cosa contiene.»
L’albergo riuscì a procurarci un vecchio lettore attraverso un tecnico. Quasi due ore dopo eravamo riuniti davanti a uno schermo. Elena rimase nella stanza accanto con i bambini.
L’immagine comparve disturbata.
Poi vidi mio padre.
Aveva poco più di quarant’anni. Esattamente come lo ricordavo.
Mi portai una mano alla bocca.
Marco guardava direttamente nella telecamera.
«Se Giulia sta vedendo questo video, significa che non sono riuscito a sistemare le cose personalmente.»
Sentii Alessandro stringermi delicatamente la mano. Questa volta non la ritirai.
Mio padre continuò.
Spiegò di aver scoperto una rete di società attraverso cui qualcuno sottraeva denaro al gruppo Rinaldi da anni. Piccole somme all’inizio, poi milioni. Carlo De Santis aveva creato contratti falsi e spostato fondi verso conti controllati indirettamente da lui.
Ma poi Marco pronunciò qualcosa che nessuno di noi si aspettava.
«Carlo non lavora da solo.»
Vittorio si avvicinò allo schermo.
«L’uomo che lo protegge ha accesso alle società Conti e Rinaldi. È per questo che non posso consegnare semplicemente le prove a Vittorio.»
L’immagine tremò.
«Non conosco ancora la sua identità. Ma Carlo lo chiama sempre con la stessa iniziale nei documenti riservati.»
Mio padre sollevò un foglio davanti alla telecamera.
Una sola lettera.
**R.**
Tutti guardarono Riccardo nella propria mente.
Beatrice fu la prima a parlare.
«Mio padre.»
«Non necessariamente», disse Vittorio.
«Quanti altri uomini con la R avevano accesso a entrambe le società?»
Nessuno rispose.
Poi il video continuò.
«Ho conservato copie dei registri originali in un secondo luogo. Giulia saprà trovarli quando sarà il momento.»
Mi irrigidii.
«Io?»
Mio padre sorrise verso la telecamera.
«Sei sempre stata più brava di me con gli indovinelli, piccola.»
Le lacrime mi riempirono gli occhi.
Poi pronunciò una frase che ricordavo dalla mia infanzia.
«Dove il giallo incontra il primo libro.»
Il video terminò.
Rimasi immobile.
Alessandro mi guardò. «Sai cosa significa?»
All’inizio no.
Poi ricordai.
Quando ero bambina, mio padre aveva costruito per me una piccola libreria. L’aveva dipinta di giallo, lo stesso colore che anni dopo avevo usato sui mobili del mio appartamento senza nemmeno rendermi conto del motivo.
«La libreria.»
«Dov’è?»
Guardai Vittorio.
«Nel vecchio appartamento.»
Tornammo a San Lorenzo quella sera stessa. Il mobile giallo che Vittorio aveva recuperato non era quello giusto. Ma dietro alcune scatole trovammo una seconda struttura di legno più piccola, consumata dal tempo. La riconobbi immediatamente.
Il primo libro che mio padre mi aveva regalato era ancora lì: Il Piccolo Principe.
Lo estrassi.
Dietro il volume c’era un pannello sottile.
Alessandro lo rimosse.
Dentro trovammo una chiavetta dati e un piccolo quaderno.
Lorenzo collegò la memoria al computer.
Comparvero centinaia di documenti: bonifici, contratti, società, firme.
Vittorio iniziò a leggere.
Poi si fermò.
«Oh, Dio.»
«Cosa?» chiese Alessandro.
Vittorio indicò una firma.
Non apparteneva a Riccardo.
Apparteneva a Carlo.
Ma accanto alla sua c’era un’autorizzazione superiore.
**Rinaldi, V.**
Alessandro guardò suo padre.
«Vittorio?»
«Non ho firmato questo.»
Lorenzo ingrandì il documento.
«Potrebbe essere falsificata.»
Beatrice aprì un altro file.
«Qui c’è la stessa firma.»
Poi un altro.
E un altro ancora.
Decine di operazioni autorizzate apparentemente da Vittorio.
«Carlo stava facendo sembrare che fossi tu», disse Alessandro.
Vittorio annuì lentamente.
Io aprii il quaderno di mio padre.
Le ultime pagine contenevano nomi, date e annotazioni. Quasi alla fine trovai una frase cerchiata.
**R non significa Riccardo. Carlo continua a dire “il vero Rinaldi”.**
Sentii Alessandro trattenere il respiro.
Voltai pagina.
C’era un nome completo.
Ma prima che riuscissi a leggerlo ad alta voce, il telefono di Vittorio squillò.
Carlo De Santis.
Vittorio attivò il vivavoce.
«Carlo.»
La voce dell’avvocato era sorprendentemente calma.
«Avete trovato il quaderno di Marco.»
Nessuno rispose.
«Come fai a saperlo?» domandò Vittorio.
Carlo rise piano.
«Perché era esattamente quello che speravo faceste.»
Mi si gelò il sangue.
«Dove sei?» chiese Alessandro.
«In un posto che Vittorio conosce molto bene.»
Seguì una pausa.
«Domani mattina alle nove portate il quaderno e i documenti originali alla vecchia sede Rinaldi sull’Appia. Se volete finalmente sapere cosa accadde davvero a Marco Moretti, venite senza polizia.»
«Perché dovremmo fidarci di te?» domandai.
La voce di Carlo cambiò.
«Perché tuo padre non morì a causa mia, Giulia.»
Strinsi il telefono.
«Allora per colpa di chi?»
«Leggi l’ultima pagina del quaderno.»
La chiamata si interruppe.
Le mie mani tremavano mentre voltavo lentamente l’ultima pagina.
C’erano soltanto tre righe, scritte da mio padre poche ore prima di morire.
**Ho finalmente scoperto chi è “il vero Rinaldi”.**
**Se Vittorio sapesse chi ha vissuto accanto a lui per tutti questi anni, non si fiderebbe più di nessuno.**
Sotto, mio padre aveva scritto un nome.
Lo lessi.
Poi guardai Vittorio.
«Raffaele Rinaldi.»
Vittorio diventò bianco.
Alessandro aggrottò la fronte.
«Chi è?»
Vittorio si lasciò cadere sulla sedia.
Quando rispose, la sua voce era quasi un sussurro.
«Mio fratello minore.»
Alessandro lo fissò.
«Non mi hai mai detto di avere un fratello.»
Vittorio sollevò lentamente gli occhi.
«Perché per tutta la tua vita ti ho detto che era morto.»
Fece una pausa.
«Ma non abbiamo mai trovato il suo corpo.»







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