Divertimento

Mio Marito Mi Spinse Da Una Scogliera Incinta Di Nove Mesi Per 50 Milioni — Ma Al Mio Funerale Scoprì Che Avevo Un Segreto Da 480 Milioni

«Ci stanno agganciando.»

Per un istante nessuno parlò. Il rumore delle pale dell’elicottero riempiva la cabina, ma dentro di me tutto sembrò diventare improvvisamente silenzioso. Il medico aveva una mano premuta sul mio polso, l’altra sul monitor che controllava il battito del bambino. L’uomo dai capelli argentati, invece, fissava lo schermo di navigazione come se riconoscesse perfettamente ciò che stava accadendo.

«Che significa?» riuscii a chiedere.

Il pilota non si voltò.

«Significa che quell’elicottero non sta semplicemente seguendo la nostra rotta.»

Un segnale acustico breve e insistente cominciò a risuonare nella cabina. Il velivolo inclinò bruscamente a sinistra. Il dolore mi attraversò il fianco e dovetti mordermi il labbro per non urlare.

L’uomo mi afferrò la mano.

«Guardami, Elena.»

I suoi occhi azzurri erano così simili ai miei che quella somiglianza, in quel momento assurdo, mi fece più paura di tutto il resto.

«Chi sono?» domandai. «Chi ci sta seguendo?»


Lui esitò appena.

«Persone che non vogliono che tu scopra perché sei stata nascosta per ventotto anni.»

Non era la risposta che volevo.

«Vittorio?»

Questa volta il suo silenzio durò troppo.

Sentii qualcosa spezzarsi dentro di me.

«Mio marito c’entra con tutto questo?»

«Non lo so ancora.»

«Sta mentendo.»

«Sto cercando di tenerti viva.»


Prima che potessi rispondere, il pilota gridò:

«Tenetevi forte!»

L’elicottero precipitò improvvisamente di quota. Lo stomaco mi salì in gola. Attraverso il finestrino vidi soltanto neve, roccia e oscurità.

Dietro di noi, l’altro velivolo continuava ad avvicinarsi.

Poi accadde qualcosa di ancora più inquietante.

Una voce gracchiante entrò nella radio.

«Consegnate la donna e nessuno avrà problemi.»

Il pilota spense immediatamente l’altoparlante.

Io rimasi immobile.

La donna.


Non avevano chiesto denaro.

Non avevano chiesto l’uomo dai capelli argentati.

Volevano me.

«Perché?» sussurrai.

L’uomo lasciò andare lentamente la mia mano.

«Perché forse non sei soltanto la moglie di Vittorio Rinaldi.»

Il medico alzò la voce.

«Basta. La pressione sta scendendo.»

Abbassai lo sguardo. Una chiazza scura si stava allargando sulla coperta termica.

Il medico impallidì.


«Sta iniziando il travaglio.»

Un’altra contrazione mi piegò quasi in due.

Gridai.

L’uomo dai capelli argentati si voltò verso il pilota.

«Quanto manca alla clinica?»

«Dodici minuti.»

«Non li abbiamo», disse il medico.

Quelle tre parole fecero svanire qualsiasi altra cosa.

Non pensai più all’elicottero.

Non pensai a Vittorio.


Non pensai ai cinquanta milioni.

Pensai soltanto al bambino.

«Salvatelo», supplicai. «Qualunque cosa succeda a me, salvate lui.»

Il medico mi guardò con fermezza.

«Salveremo entrambi.»

L’uomo dai capelli argentati si chinò verso di me.

«Elena, devi ascoltarmi. La struttura verso cui stiamo andando appartiene a me. Nessuno sa che sei viva, eccetto le persone su questo elicottero.»

«E Vittorio?»

Il suo volto si fece duro.

«Vittorio deve continuare a credere che sei morta.»


Per la prima volta compresi ciò che stava proponendo.

La mia morte non sarebbe stata soltanto una tragedia.

Sarebbe diventata una copertura.

Un’arma.

Un modo per osservare Vittorio mentre pensava di aver vinto.

La paura lasciò lentamente spazio a qualcosa che non avevo mai provato prima.

Rabbia.

«Lasciateglielo credere», dissi.

L’uomo mi fissò.

«Sei sicura?»


Mi tornò in mente il sorriso di Vittorio sopra la scogliera.

Per cinquanta milioni di euro, sarà meglio che lo sia.

«Sì.»

Un rumore secco fece tremare l’elicottero.

Il pilota imprecò.

«Ci hanno colpito l’antenna secondaria.»

«Possiamo ancora volare?»

«Per ora.»

L’uomo dai capelli argentati estrasse un telefono satellitare e compose un numero.

«Protocollo Aurora», disse quando qualcuno rispose. «Livello massimo. Chiudete la struttura. Nessuna registrazione d’ingresso. Nessuna comunicazione esterna.»


Fece una pausa.

«E preparate un certificato di decesso.»

Lo fissai incredula.

«Un certificato di...»

«Se Vittorio scopre che sei sopravvissuta prima che sappiamo chi lo sta aiutando, proverà di nuovo.»

La parola aiutando rimase sospesa tra noi.

Per la prima volta mi resi conto di una cosa.

Vittorio non poteva aver organizzato quell’elicottero così velocemente.

Qualcuno sapeva già del salvataggio.

Qualcuno stava osservando la montagna.


Qualcuno aveva previsto che avrei potuto sopravvivere.

Una nuova contrazione mi strappò un grido.

Il medico controllò il monitor e cambiò espressione.

«Dobbiamo intervenire appena tocchiamo terra.»

Finalmente l’elicottero nero superò una cresta rocciosa. Sotto di noi apparve un edificio enorme immerso nella neve, quasi completamente nascosto tra gli alberi. Sul tetto si accesero improvvisamente le luci di una piattaforma d’atterraggio.

L’altro elicottero non ci seguì.

Virò pochi secondi prima che raggiungessimo la struttura e scomparve nella tormenta.

«Perché se ne vanno?» chiesi.

Nessuno rispose.

Atterrammo.


Le porte si aprirono immediatamente e una squadra medica mi trascinò verso l’interno. Luci bianche scorrevano sopra di me mentre attraversavamo corridoi silenziosi.

Prima che le porte della sala operatoria si chiudessero, afferrai la manica dell’uomo dai capelli argentati.

«Come si chiama?»

Sembrò sorpreso.

Poi mi guardò come se avesse aspettato ventotto anni per quella domanda.

«Riccardo Valenti.»

Quel cognome mi fece gelare.

Valenti.

Conoscevo quel nome.

Lo avevo visto poche settimane prima tra alcuni documenti che Vittorio aveva nascosto nella cassaforte del suo studio.

«Aspetti.»

Riccardo si immobilizzò.

«Vittorio aveva dei documenti con il suo cognome.»

Il colore scomparve dal suo volto.

«Che documenti?»

«Non lo so. Li ho visti solo per pochi secondi.»

Le porte cominciarono a chiudersi.

Riccardo infilò una mano tra i battenti.

«Elena, ricorda. C’era scritto qualcosa? Una società? Una data?»

Chiusi gli occhi, tentando di scavare nella memoria attraverso il dolore.

Poi lo vidi.

Una cartellina nera.

Un timbro rosso.

E una frase.

«Successione Valenti.»

Riccardo smise di respirare.

«E sotto...» continuai.

Le porte erano quasi chiuse.

«C’era scritto: beneficiaria unica, Elena Valenti.»

Prima che potesse rispondere, venni trascinata in sala operatoria.

Le porte si chiusero.

L’ultima cosa che vidi fu Riccardo immobile nel corridoio, con un’espressione che non era più soltanto paura.

Era terrore.

Perché in quel momento entrambi avevamo capito la stessa cosa.

Vittorio non aveva cercato di uccidermi soltanto per cinquanta milioni di euro.

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