Quando riaprii gli occhi, la prima cosa che sentii non fu dolore.
Fu il pianto di un bambino.
Debole, intermittente, ma vivo.
Provai a sollevare la testa, ma una fitta mi attraversò il fianco e una voce femminile mi fermò immediatamente.
«Non si muova, Elena.»
Una dottoressa sulla cinquantina si avvicinò al letto. Per qualche secondo non riuscii a capire dove fossi. Poi vidi le pareti bianche, le flebo, il monitor accanto a me e, oltre un vetro, una piccola culla termica circondata da apparecchiature.
Il ricordo della scogliera tornò tutto insieme.
Vittorio.
Serena.
L’elicottero.
Riccardo Valenti.
«Mio figlio.»
La dottoressa mi prese delicatamente la mano.
«È un maschio. È nato con un cesareo d’urgenza. Ha sofferto per il freddo e per il trauma, ma respira autonomamente. Per adesso è stabile.»
Le lacrime mi riempirono gli occhi.
«Posso vederlo?»
«Fra poco.»
Mi voltai verso il vetro. Una parte di me voleva soltanto dimenticare tutto e guardare mio figlio respirare. Ma un’altra parte continuava a sentire la voce di Vittorio sulla montagna.
Né tu né il bambino soffrirete a lungo.
«Che giorno è?»
«Sono passate trentasei ore.»
Mi irrigidii.
«Vittorio?»
La dottoressa esitò.
Fu sufficiente.
«Dov’è Riccardo?»
Pochi minuti dopo, la porta si aprì. Riccardo entrò senza l’attrezzatura da montagna. Indossava una camicia scura e sembrava molto più stanco. Portava una cartellina sotto il braccio.
«Come sta il bambino?»
«Vivo.»
La mia voce uscì più fredda di quanto volessi.
«Adesso voglio sapere perché mio marito possedeva documenti intestati Valenti.»
Riccardo chiuse la porta.
«Prima devi vedere qualcosa.»
Posò un tablet sul letto.
Sul display apparve Vittorio.
Era davanti alla nostra casa, circondato da giornalisti. Indossava un cappotto nero. Il volto era abbassato nel modo perfetto per sembrare distrutto.
Serena gli stava pochi passi dietro.
Sentii lo stomaco rivoltarsi.
«Le ricerche sono state sospese questa mattina», spiegò Riccardo. «Le autorità ritengono che tu sia precipitata oltre la seconda parete dopo la caduta. Nessuno sa che sei stata recuperata.»
Nel video, Vittorio sollevò lentamente gli occhi.
«Mia moglie e nostro figlio erano tutta la mia vita.»
Strinsi le lenzuola.
Avevo sentito quell’uomo ridere mentre mi lasciava morire.
Un giornalista gli chiese se fosse vero che esisteva una polizza assicurativa molto elevata.
Per una frazione di secondo vidi il vero Vittorio.
La mascella si irrigidì.
Poi tornò il marito addolorato.
«Trovo disgustoso parlare di denaro mentre mia moglie è ancora dispersa.»
Riccardo fermò il video.
«Questa mattina ha già contattato la compagnia assicurativa tramite il suo avvocato.»
Risi senza allegria.
«Naturalmente.»
«Ma i cinquanta milioni sono soltanto l’inizio.»
Aprì la cartellina.
Dentro c’erano fotografie, certificati e documenti notarili.
«Tua madre si chiamava davvero Laura Bianchi», disse. «Ma prima di scomparire con te era Laura Valenti.»
Lo fissai.
«Sua moglie?»
Riccardo annuì.
La parola padre mi rimase bloccata in gola.
«Perché mia madre mi avrebbe detto che era morto?»
«Questa è la domanda che mi faccio da ventotto anni.»
Riccardo tirò fuori una fotografia. Mia madre era giovane, forse venticinquenne. Teneva in braccio una bambina.
Me.
Accanto a lei c’era Riccardo.
Sul retro era scritta una data.
Avevo sei mesi.
«Una mattina Laura uscì con te e non tornò più. La polizia trovò la sua automobile vicino a Verona. Pensarono a una fuga volontaria. Io non ci ho mai creduto.»
«E non siete riuscito a trovarci?»
«Qualcuno vi fornì nuove identità amministrative e cancellò quasi ogni collegamento con me.»
Sentii un brivido.
«Chi può fare una cosa simile?»
Riccardo non rispose subito.
Estrasse invece un documento.
«Mio padre fondò il Gruppo Valenti. Trasporti, energia, strutture sanitarie, immobili. Quando morì, lasciò una parte del patrimonio a me e istituì un fondo irrevocabile destinato alla mia prima figlia.»
Guardai il foglio.
Il mio nome compariva al centro.
ELENA VALENTI.
«Quanto vale?»
Riccardo sostenne il mio sguardo.
«Secondo l’ultima valutazione, circa quattrocentottanta milioni di euro.»
Per qualche secondo pensai di aver capito male.
Cinquanta milioni non erano più il movente.
Erano soltanto una copertura.
«Vittorio lo sapeva.»
«Probabilmente.»
«Allora se fossi morta...»
«Dipende dalle condizioni del fondo.»
Riccardo girò pagina.
«Se fossi morta senza discendenti viventi, una parte delle quote sarebbe confluita secondo una clausola secondaria. Ma se tuo figlio fosse nato vivo...»
Guardai attraverso il vetro verso la culla termica.
Riccardo terminò sottovoce:
«Sarebbe diventato lui il successore.»
Mi mancò il respiro.
Vittorio non aveva tentato di uccidere soltanto me.
Aveva cercato di eliminare anche l’unica persona che avrebbe potuto ereditare dopo di me.
«Come ha scoperto tutto questo?»
«È quello che dobbiamo capire.»
Riccardo prese un secondo fascicolo.
«Tre mesi fa qualcuno ha richiesto copie riservate dei documenti successori.»
«Chi?»
«Lo studio legale di Vittorio.»
La rabbia cancellò ogni traccia di debolezza.
«Voglio andare alla polizia.»
«E dire cosa?»
«La verità.»
«Puoi farlo. Ma l’uomo che vi seguiva in elicottero sapeva del tuo salvataggio meno di venti minuti dopo che ti avevamo trovata.»
Mi fermai.
Riccardo si avvicinò.
«Se rendiamo pubblica la tua sopravvivenza adesso, non sappiamo da chi dobbiamo proteggere te e tuo figlio.»
Guardai ancora mio figlio.
Per la prima volta capii che fingermi morta non significava soltanto vendetta.
Significava proteggerlo.
«Allora scopriamo chi sta aiutando Vittorio.»
Riccardo annuì.
«Ho già iniziato.»
Mi mostrò un’immagine proveniente da una telecamera di sicurezza. Vittorio entrava in un parcheggio sotterraneo la sera precedente. Serena era con lui.
Un terzo uomo li aspettava accanto a un’auto.
Il volto era parzialmente nascosto, ma qualcosa mi risultò familiare.
«Ingrandisca.»
Riccardo lo fece.
Guardai la mano dell’uomo.
Portava un anello d’oro con una pietra verde.
Il sangue mi si gelò.
Conoscevo quell’anello.
Lo avevo visto per tutta la mia infanzia.
«No...»
Riccardo mi osservò.
«Lo conosci?»
Non riuscivo quasi a parlare.
«Quell’anello appartiene a mia madre.»
Nello stesso istante il telefono di Riccardo vibrò.
Un messaggio anonimo.
Sul display comparve una fotografia scattata pochi minuti prima.
Mostrava me, sdraiata nel letto della clinica.
Sotto c’erano soltanto sette parole:
**SAPPIAMO CHE ELENA E IL BAMBINO SONO VIVI.**







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