Divertimento

Mio Marito Mi Spinse Da Una Scogliera Incinta Di Nove Mesi Per 50 Milioni — Ma Al Mio Funerale Scoprì Che Avevo Un Segreto Da 480 Milioni

Riccardo non disse nulla per alcuni secondi. Continuò a fissare la fotografia sul telefono mentre il colore gli abbandonava lentamente il volto. Io, invece, sentii qualcosa di molto più freddo della paura attraversarmi il petto. Quella foto non era stata scattata dall’esterno della clinica. L’angolazione era troppo precisa. Mostrava il lato destro del mio letto, la flebo, persino il bordo della finestra alle mie spalle. Chiunque l’avesse scattata si trovava dentro quella stanza, o appena oltre la porta.

«Chi è entrato qui mentre dormivo?»

Riccardo alzò immediatamente lo sguardo.

«Nessuno avrebbe dovuto.»

Premette il pulsante d’emergenza. Nel giro di pochi secondi comparvero due uomini della sicurezza e la dottoressa che mi aveva assistita al risveglio. Riccardo mostrò loro l’immagine.

«Bloccate la struttura. Nessuno entra e nessuno esce. Voglio i filmati delle ultime quarantotto ore.»

«E mio figlio?» domandai.

Fu l’unica cosa che mi importava.

La dottoressa si voltò verso la culla oltre il vetro.

«Lo trasferiamo immediatamente nell’area protetta.»


«No.»

Tentai di alzarmi, ignorando il dolore.

«Elena, non puoi—»

«Non permetterò che lo portiate da qualche parte senza di me.»

Riccardo mi guardò a lungo, poi annuì.

«Allora andrete insieme.»

Venti minuti dopo mi trasferirono su una sedia a rotelle. Attraversammo un corridoio sotterraneo che non avevo visto prima. La clinica era molto più grande di quanto immaginassi. Alla fine raggiungemmo una stanza senza finestre, protetta da due porte elettroniche. Mio figlio venne sistemato accanto al mio letto in una culla riscaldata.

Solo quando lo vidi da vicino per la prima volta dimenticai ogni altra cosa.

Era minuscolo. Il viso leggermente arrossato, le mani chiuse in piccoli pugni. Appoggiai un dito contro il suo palmo e lui lo strinse.

Le lacrime arrivarono senza che potessi fermarle.


«Tommaso», sussurrai.

Riccardo, rimasto vicino alla porta, mi guardò.

«Hai scelto il nome?»

Annuii.

Era il nome che avevo tenuto segreto perfino a Vittorio. Una piccola cosa che apparteneva soltanto a me e al bambino.

«Tommaso.»

Riccardo sorrise appena. Poi il suo telefono squillò.

Il sorriso scomparve.

«Abbiamo trovato qualcosa.»

Mi portò un computer portatile. Le telecamere mostravano il corridoio davanti alla mia stanza durante la notte. Infermieri, medici, personale della sicurezza. Nulla sembrava insolito finché Riccardo non fermò il filmato alle 03:17.


Una donna con una mascherina chirurgica entrava nella mia stanza.

«Chi è?»

«Secondo il registro, un’infermiera di nome Claudia Ferri.»

«Secondo il registro?»

Riccardo fece avanzare il filmato. La donna uscì quattro minuti dopo.

«Claudia Ferri è morta undici mesi fa.»

Sentii lo stomaco stringersi.

Qualcuno aveva utilizzato l’identità di una donna morta per raggiungermi.

«Possiamo vedere il suo volto?»

Riccardo ingrandì l’immagine. La mascherina copriva quasi tutto, ma quando la donna si voltò apparve una piccola cicatrice vicino all’orecchio sinistro.


Non la conoscevo.

Eppure un dettaglio attirò la mia attenzione.

Al collo portava una sottile catena d’argento.

Appeso c’era metà di un medaglione.

Abbassai immediatamente lo sguardo verso quello che Riccardo aveva portato sull’elicottero.

«Il suo medaglione.»

Riccardo lo estrasse.

La fotografia di mia madre era ancora all’interno.

«Era una coppia?» chiesi.

Il suo volto cambiò.


«Sì.»

Mi mostrò il retro. Una piccola incisione diceva: R & L — Sempre.

«Laura aveva l’altra metà.»

Il silenzio diventò pesante.

Quella donna aveva qualcosa appartenuto a mia madre.

«Mia madre è viva?»

Riccardo non rispose.

Non poteva.

Un uomo della sicurezza entrò improvvisamente.

«Signor Valenti, abbiamo identificato il veicolo utilizzato dalla donna. È stato trovato abbandonato a Cortina. Dentro c’era questo.»


Consegnò una busta trasparente.

Conteneva una chiave e un foglio piegato.

Sul foglio c’era scritto il mio nome.

Riconobbi immediatamente la calligrafia.

Mi tremarono le mani.

«È di mia madre.»

Riccardo mi guardò incredulo.

Aprii il messaggio.

*Elena, se stai leggendo queste parole significa che Riccardo ti ha trovata. Non fidarti ancora completamente di lui. Ci sono cose che non ti ha raccontato sulla notte in cui siamo scomparse. La chiave apre la cassetta 317 della Banca Alpina di Belluno. Dentro troverai ciò che Vittorio sta cercando. Non permettere a nessuno di arrivarci prima di te.*

Sotto c’era un’ultima frase.


*E soprattutto, non dire a Riccardo che mi hai riconosciuta.*

Sollevai lentamente gli occhi.

Riccardo mi stava osservando.

«Cosa dice?»

Il cuore mi batteva fortissimo.

Per la prima volta da quando mi aveva salvata, dovetti decidere se mentire all’uomo che sosteneva di essere mio padre.

Ripiegai il foglio.

«Dice soltanto di andare alla banca.»

Riccardo mi studiò per qualche secondo, ma non insistette.

«Non puoi uscire da qui.»


«Allora troviamo un modo.»

Due giorni dopo, contro il parere dei medici, lasciai la clinica attraverso un ingresso sotterraneo. Tommaso rimase sotto sorveglianza con la dottoressa. Riccardo predispose un’auto anonima e soltanto due uomini della sicurezza.

Alla Banca Alpina entrammo da un accesso privato.

La cassetta 317 si trovava nell’ultima fila del caveau.

Inserii la chiave.

Dentro c’erano tre oggetti.

Una chiavetta USB.

Una fotografia.

E un certificato notarile sigillato.

Presi prima la fotografia.


Mostrava mia madre, Riccardo e un terzo uomo, molto più giovani, davanti alla sede del Gruppo Valenti.

Riconobbi immediatamente il terzo volto.

Era il padre di Vittorio.

Sul retro mia madre aveva scritto una data e quattro parole:

*La notte in cui iniziò.*

Riccardo impallidì.

Aprii il certificato.

Lessi lentamente le prime righe.

Poi dovetti rileggerle.

Il documento riguardava il fondo Valenti e conteneva una clausola mai comparsa nei fascicoli che Riccardo mi aveva mostrato.


In caso di morte dell’erede Elena Valenti e del suo discendente diretto, il controllo temporaneo delle quote non sarebbe passato a Vittorio.

Sarebbe passato a un fiduciario nominato ventotto anni prima.

Abbassai lo sguardo verso il nome.

**Laura Bianchi Valenti.**

Mia madre.

«Questo significa che è viva», sussurrai.

Riccardo non rispose.

In quel momento il telefono che avevo ricevuto dalla sicurezza vibrò.

Numero sconosciuto.

Aprii il messaggio.

C’era una fotografia scattata davanti alla clinica meno di un minuto prima.

Tommaso veniva trasportato lungo un corridoio tra due infermieri.

Sotto, una sola frase:

**Se vuoi rivedere tuo figlio, lascia Riccardo nella banca e vieni da sola.**

No comments yet