Per alcuni secondi non riuscii a respirare. Continuavo a fissare la fotografia di Tommaso sullo schermo, ingrandendola con dita che non riuscivo più a controllare. La coperta azzurra, la piccola cuffia bianca, il braccialetto applicato dopo la nascita: era lui. Non poteva essere una fotografia vecchia. In fondo al corridoio si vedeva l’orologio digitale della clinica. Segnava le 11:42. Guardai l’ora sul telefono. 11:43.
«Elena?» disse Riccardo.
Spensi lo schermo.
«Dobbiamo tornare.»
«Che cosa è successo?»
«Tommaso.»
Fu sufficiente. Riccardo prese il telefono dalle mie mani prima che potessi impedirglielo. Lesse il messaggio e il suo volto si irrigidì.
«È una trappola.»
«È mio figlio.»
«Proprio per questo vogliono che tu reagisca senza pensare.»
Lo afferrai per la camicia.
«Ha quarantotto ore di vita. Non mi interessa cosa vogliono da me.»
Riccardo non oppose resistenza.
«Ascoltami. Se avessero davvero voluto rapirlo, non ti avrebbero mandato una fotografia mentre era ancora dentro la clinica. Vogliono farti credere che possono prenderlo.»
Quella frase mi fermò.
Chiamò immediatamente la sicurezza. Nessuna risposta.
Provò la dottoressa.
Ancora nulla.
Poi il suo telefono squillò.
«Valenti.»
Ascoltò per pochi secondi.
«Ripeti.»
Il suo sguardo incontrò il mio.
«Tommaso è al sicuro. È stato trasferito nell’area sotterranea sette minuti fa.»
Mi lasciai cadere contro la parete del caveau.
«Allora quella foto...»
«È stata scattata durante il trasferimento.»
Qualcuno dentro la clinica continuava a informarli.
Riccardo si voltò verso i suoi uomini.
«Nessuno deve sapere quando torniamo.»
Io guardai la chiavetta USB ancora nella cassetta.
«Prima vediamo cosa contiene.»
Riccardo esitò.
«Elena—»
«Mia madre ha detto che qui c’era ciò che Vittorio cercava. Se qualcuno è disposto a minacciare mio figlio per impedirmi di scoprirlo, voglio sapere perché.»
La banca mise a disposizione un computer isolato dalla rete. Inserimmo la chiavetta.
Comparvero decine di cartelle.
Registrazioni.
Contratti.
Estratti bancari.
Fotografie.
E una cartella chiamata semplicemente CORVO.
Sentii un brivido.
La aprii.
Il primo documento era datato quattro mesi prima.
Conteneva coordinate geografiche.
Le coordinate della scogliera dalla quale Vittorio mi aveva spinta.
Sotto compariva un preventivo per un elicottero privato con transponder modificabile.
«Quattro mesi...» mormorai.
Riccardo scorse il documento.
«La tua morte era pianificata da almeno quattro mesi.»
Aprii il file successivo.
Era una registrazione audio.
La voce di Vittorio riempì la stanza.
«Dopo la nascita diventa più complicato. Deve succedere prima.»
Un’altra voce rispose.
Femminile.
«Non sulla montagna. È troppo rischioso.»
Mi si fermò il cuore.
Conoscevo quella voce.
Avevo sentito mia madre parlare così migliaia di volte.
Riccardo diventò pallido.
«Laura.»
Continuammo ad ascoltare.
«Elena non deve morire», diceva mia madre. «Hai capito? Il piano era farla sparire.»
Vittorio rise.
«Il piano è cambiato.»
Seguì un rumore, poi la registrazione terminò.
Mi alzai lentamente.
«Mia madre lavorava con lui.»
«Non sappiamo in quale modo.»
«Gli stava parlando della mia scomparsa.»
«E gli ha detto di non ucciderti.»
«Questo dovrebbe farmi sentire meglio?»
Riccardo non rispose.
Aprii un altro file.
Una fotografia mostrava Serena mentre consegnava una busta a un uomo davanti allo studio legale di Vittorio. Un’altra mostrava mia madre entrare nello stesso edificio.
Poi trovammo un foglio contabile.
Pagamenti effettuati negli ultimi tre anni verso una società denominata Orione Consulting.
Il beneficiario finale era nascosto dietro una struttura fiduciaria.
Riccardo fece una fotografia del codice societario.
«Posso scoprirlo.»
«Quanto tempo?»
«Qualche ora.»
Stavo per estrarre la chiavetta quando notai l’ultimo file.
Era stato creato soltanto sei giorni prima della mia caduta.
**PER ELENA — SOLO SE FALLISCO.**
Lo aprii.
Apparve mia madre.
Era seduta in una stanza buia. Sembrava più vecchia di come la ricordavo, ma era lei.
«Elena, se stai guardando questo video, significa che non sono riuscita a fermare Vittorio.»
Mi portai una mano alla bocca.
«Perdonami. Ti ho mentito per tutta la vita, ma non per tenerti lontana da tuo padre. Ti ho nascosta perché qualcuno all’interno della famiglia Valenti ordinò la tua morte quando avevi sei mesi.»
Guardai Riccardo.
Lui sembrava sconvolto quanto me.
Mia madre continuò.
«Pensavo di poterti proteggere cancellando il tuo nome. Ventotto anni dopo Vittorio ha scoperto chi sei. Ha sposato te per arrivare al patrimonio.»
Le lacrime mi bruciavano gli occhi.
Il nostro primo incontro.
Il corteggiamento.
Il matrimonio.
Forse nulla era stato casuale.
Poi mia madre pronunciò una frase che cambiò tutto.
«Ma Vittorio non è la persona che devi temere di più.»
Il video tremò.
Qualcuno sembrava aver aperto una porta fuori dall’inquadratura.
Mia madre si voltò spaventata.
«Se Riccardo ti ha trovata, chiedigli cosa accadde il 17 novembre di ventotto anni fa. Chiedigli perché quella notte firmò—»
Il video si interruppe.
Schermo nero.
Mi voltai lentamente verso Riccardo.
«Che cosa firmasti?»
Non rispose.
«Riccardo.»
Per la prima volta da quando mi aveva trovata, fece un passo indietro.
«Un documento che ho passato ventotto anni cercando di dimenticare.»
«Quale documento?»
Abbassò gli occhi.
«La rinuncia alla tua custodia.»
Sentii qualcosa spezzarsi dentro di me.
«Mi avevi detto che ci avevi cercate.»
«L’ho fatto.»
«Dopo aver rinunciato a me?»
«Non fu così semplice.»
Prima che potesse spiegare, uno degli uomini della sicurezza entrò di corsa.
«Dobbiamo andare. Adesso.»
«Perché?»
L’uomo mostrò il telefono.
Le autorità avevano appena diffuso una notizia urgente.
Il corpo di una donna era stato trovato quella mattina ai piedi della scogliera del Corvo.
Aveva con sé i miei documenti.
Indossava il mio cappotto.
E Vittorio Rinaldi aveva appena identificato ufficialmente quel corpo come quello di sua moglie.
Come me.







No comments yet