Divertimento

Mio Marito Mi Spinse Da Una Scogliera Incinta Di Nove Mesi Per 50 Milioni — Ma Al Mio Funerale Scoprì Che Avevo Un Segreto Da 480 Milioni

La fotografia diffusa dalle autorità mostrava soltanto una barella coperta mentre veniva caricata su un mezzo del Soccorso Alpino, ma il titolo sotto l’immagine bastò a farmi sentire di nuovo sull’orlo di quella scogliera: RITROVATO IL CORPO DI ELENA RINALDI. IL MARITO HA EFFETTUATO IL RICONOSCIMENTO.

«Non può essere un errore», dissi. «Vittorio sa perfettamente che quella donna non sono io.»

Riccardo annuì lentamente.

«Ed è proprio questo il problema.»

Il mio sguardo cadde sul certificato trovato nella cassetta. Se la mia morte fosse diventata ufficiale, Vittorio avrebbe potuto avviare la pratica assicurativa. Ma ormai sapevo che cinquanta milioni erano soltanto una parte del piano.

«Chi è quella donna?»

Riccardo chiamò uno dei suoi uomini.

«Scopritelo prima che venga eseguita qualsiasi procedura sul corpo.»

Poi si voltò verso di me.

«Dobbiamo lasciare la banca.»


«Non prima che tu mi dica perché hai rinunciato alla mia custodia.»

Il silenzio che seguì fu diverso da tutti gli altri. Riccardo sembrò improvvisamente molto più vecchio.

«Il 17 novembre di ventotto anni fa ricevetti una telefonata. Un uomo disse che aveva Laura e te. Mi ordinò di firmare una rinuncia temporanea alla potestà genitoriale e di trasferire la gestione del tuo fondo a un fiduciario.»

«E tu lo facesti.»

«Mi mandarono una fotografia di te in braccio a Laura. Accanto alla vostra testa c’era il giornale di quel giorno.»

La rabbia dentro di me vacillò.

«Perché non me l’hai detto subito?»

«Perché sul documento compariva la firma di mio padre.»

Lo fissai.

«Tuo padre era già morto quando io avevo sei mesi.»


«Esatto.»

Riccardo estrasse il telefono e mostrò la scansione ingiallita di un atto notarile.

«Qualcuno aveva falsificato la sua firma. Ma il notaio che autenticò il documento era reale.»

Lessi il nome.

**Alberto Rinaldi.**

Il cognome mi fece gelare.

«Il nonno di Vittorio?»

Riccardo annuì.

Il collegamento tra le nostre famiglie non era cominciato con il mio matrimonio. Esisteva da prima che imparassi a camminare.

Tornammo alla clinica attraverso un percorso diverso. Durante tutto il viaggio pensai a mia madre. Mi aveva cresciuta dicendomi che mio padre era morto, mentre in realtà ci nascondevamo da qualcuno legato alla famiglia dell’uomo che, ventotto anni dopo, avrei sposato.


Quando finalmente raggiunsi Tommaso, lo presi tra le braccia per la prima volta. Il suo corpo era leggerissimo contro il mio petto. Aprì gli occhi per pochi secondi, poi richiuse le dita intorno al mio indice.

In quel momento presi una decisione.

Non avrei più aspettato che fossero gli altri a raccontarmi la mia vita.

«Voglio parlare con Vittorio.»

Riccardo si irrigidì.

«No.»

«Non saprà che sono io.»

Usammo un telefono criptato e un software per alterare leggermente la voce. Chiamai il numero privato che Vittorio utilizzava soltanto con poche persone.

Rispose dopo tre squilli.

«Chi parla?»


Inspirai lentamente.

«Qualcuno che sa che il corpo identificato stamattina non è quello di Elena.»

Silenzio.

Poi la sua voce cambiò.

«Quanto vuoi?»

Quasi risi.

Nessuna sorpresa. Nessun dolore. Soltanto denaro.

«Non voglio soldi. Voglio sapere perché hai sposato Elena Valenti.»

Questa volta il silenzio durò molto di più.

«Non so di cosa stai parlando.»


«Quattrocentottanta milioni possono rinfrescare la memoria.»

Sentii un respiro dall’altra parte.

Poi una voce femminile in lontananza.

Serena.

«Vittorio, chi è?»

Lui coprì il microfono, ma non abbastanza.

«Nessuno. Chiama tua madre e dille che abbiamo un problema.»

Mi immobilizzai.

Serena doveva chiamare sua madre.

Riccardo scrisse rapidamente su un foglio: CONTINUA.


«Hai ventiquattro ore», dissi. «Poi consegnerò alla polizia i file della cartella Corvo.»

Vittorio inspirò bruscamente.

Avevo colpito nel punto giusto.

«Se hai davvero quei file», disse, «allora dovresti sapere che Elena non era la vittima.»

«Cosa significa?»

«Chiedilo a Laura.»

La chiamata si interruppe.

Riccardo mi guardò.

«Ha cercato di confonderti.»

Forse.


Ma qualcosa nella sua voce mi aveva turbata.

Un’ora dopo arrivò il rapporto preliminare sul corpo trovato alla scogliera. Non era possibile identificarlo visivamente a causa dell’esposizione al freddo, ma le impronte avevano fornito un nome.

**Claudia Ferri.**

L’infermiera che risultava morta da undici mesi.

La stessa identità utilizzata dalla donna entrata nella mia stanza.

«Allora chi è morta undici mesi fa?» domandai.

Nessuno seppe rispondere.

La seconda notizia fu ancora peggiore.

Il medico legale che aveva eseguito l’identificazione iniziale del corpo aveva lasciato l’ospedale senza autorizzazione ed era scomparso.

Qualcuno stava costruendo la mia morte pezzo dopo pezzo.


Quella sera, però, arrivò finalmente una svolta.

Gli uomini di Riccardo riuscirono a identificare il proprietario effettivo della Orione Consulting, la società che aveva ricevuto pagamenti da Vittorio per tre anni.

Riccardo aprì il rapporto davanti a me.

«Non è intestata a Vittorio.»

«A chi?»

Mi porse il documento.

Lessi il nome e sentii il sangue abbandonarmi il volto.

**Serena Rinaldi.**

«Rinaldi?» sussurrai. «Serena non si chiama Rinaldi.»

«Ufficialmente usa il cognome della madre.»


Riccardo voltò pagina.

C’era un certificato di nascita.

Padre: Marcello Rinaldi.

Il padre di Vittorio.

Serena non era semplicemente l’amante di mio marito.

Era sua sorellastra.

E improvvisamente ricordai le parole pronunciate da Vittorio al telefono.

*Chiama tua madre.*

«Trova sua madre», dissi.

La ricerca richiese meno di dieci minuti.


Quando la fotografia comparve sullo schermo, smisi di respirare.

Era la donna entrata nella mia stanza alle 03:17.

La stessa cicatrice vicino all’orecchio.

La stessa metà del medaglione al collo.

Sotto la fotografia c’era il suo nome legale.

**Laura Bianchi.**

Mia madre.

Riccardo rimase immobile.

Io no.

Presi il telefono.

Accanto alla scheda anagrafica compariva un numero registrato soltanto tre settimane prima.

Lo chiamai.

Una volta.

Due.

Al terzo squillo qualcuno rispose.

Non dissi nulla.

Dall’altra parte sentii un respiro.

Poi la voce che mi aveva accompagnata per tutta l’infanzia pronunciò il mio nome.

«Elena.»

Le lacrime mi salirono agli occhi.

«Mamma.»

Seguì un lungo silenzio.

Poi Laura disse qualcosa che cancellò ogni certezza che mi restava.

«Non dire niente a Riccardo. Prendi Tommaso e vattene immediatamente da quella clinica. È stato lui a dire a Vittorio dove trovarti sulla montagna.»

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