Divertimento

Mio Padre Mi Fece Sposare Un Miliardario In Coma — Poi Lui Aprì Gli Occhi Quando Sentì La Mia Voce

«Non chiamarli.»

Le parole uscirono dalle labbra di Edoardo come un soffio spezzato, così debole che per un istante pensai di averle immaginate. Ma i suoi occhi erano aperti. Lucidi. Spaventati. E soprattutto consapevoli.

Mi alzai di scatto dalla sedia, facendo quasi cadere il bicchiere d’acqua sul comodino.

«Edoardo?»

Il suo sguardo si spostò verso la porta.

«Chiudi.»

Non capivo. Il cuore mi martellava così forte che temevo potesse sentirlo anche lui. Avrei dovuto premere immediatamente il pulsante accanto al letto. Chiamare l’infermiera. Vittoria. Un medico. Chiunque.

Invece mi avvicinai alla porta e la chiusi.

Quando tornai verso il letto, Edoardo aveva già gli occhi socchiusi per lo sforzo. Ogni respiro sembrava costargli una battaglia.

«Tu sei…»


«Elena.»

Le sue sopracciglia si contrassero.

«Mia moglie.»

Non era una domanda.

Deglutii.

«Da questa mattina.»

Per alcuni secondi rimase immobile. Poi qualcosa simile a un sorriso amaro gli attraversò il volto.

«Allora hanno avuto paura.»

«Chi?»

Edoardo cercò di sollevare una mano, ma riuscì appena a spostarla sul lenzuolo.


«Quanti mesi?»

«Nove.»

I suoi occhi si chiusero.

Pensai avesse perso conoscenza di nuovo, ma pochi istanti dopo lo sentii sussurrare:

«Nove mesi… Dio.»

Mi sedetti più vicino.

«Devo chiamare un medico.»

I suoi occhi si aprirono immediatamente.

«No.»

«Edoardo, sei appena uscito da un coma.»


«Non ero…»

Si interruppe, il respiro corto.

«Non eri cosa?»

Mi fissò. In quel momento vidi qualcosa che non avevo notato prima. Non soltanto paura.

Rabbia.

«Non ero sempre incosciente.»

Un brivido mi attraversò le braccia.

Prima che potessi chiedere spiegazioni, sentimmo dei passi nel corridoio.

Edoardo impallidì.

La maniglia della porta si abbassò.


«Signora Torriani?»

Era l’infermiera.

Mi voltai verso Edoardo. I suoi occhi mi implorarono in silenzio.

Aprii la porta soltanto di pochi centimetri.

«Va tutto bene.»

La donna mi osservò con sospetto.

«Ho sentito qualcosa cadere.»

«Il bicchiere.»

Provai a sorridere.

«Sono ancora un po’ agitata per la giornata.»


L’infermiera guardò oltre la mia spalla.

Per un terribile istante pensai che avrebbe visto gli occhi aperti di Edoardo.

Ma lui li aveva già richiusi.

«Vuole che rimanga?»

«No. Vorrei stare sola con mio marito.»

La donna esitò, poi annuì.

«Se cambia qualcosa, prema il pulsante.»

Aspettai che i suoi passi scomparissero lungo il corridoio prima di richiudere la porta.

Quando tornai al letto, Edoardo aveva di nuovo gli occhi aperti.

«Sei brava a mentire.»


«Sono terrorizzata.»

«È diverso.»

Mi sedetti.

«Ora mi dici perché non vuoi che sappiano che sei sveglio.»

Edoardo guardò il soffitto.

«Ricordo l’incidente.»

Avevo sentito parlare dell’incidente soltanto brevemente. Un’auto uscita di strada sulle montagne, una notte di pioggia, un guardrail sfondato. Edoardo era stato l’unico passeggero.

«Tutti dicono che hai perso il controllo dell’auto.»

«Non l’ho perso.»

Il mio stomaco si strinse.


«Cosa significa?»

«I freni.»

Inspirò lentamente.

«Qualcuno li aveva manomessi.»

Rimasi senza parole.

Fuori dalla finestra, il lago brillava sotto il sole del pomeriggio, così tranquillo da rendere assurdo quello che stavo ascoltando.

«Come fai a saperlo?»

«Perché li avevo controllati quella mattina. L’auto era appena uscita dall’officina.»

«Potrebbe comunque essere stato un guasto.»

Edoardo girò lentamente la testa verso di me.


«La sera prima dell’incidente avevo scoperto che qualcuno stava spostando milioni dalle società del gruppo.»

Sentii il sangue gelarsi.

«Chi?»

«Non lo so.»

Poi aggiunse:

«Ma qualcuno sapeva che avevo scoperto tutto.»

Mi alzai e iniziai a camminare nervosamente vicino alla finestra.

«Aspetta. Vuoi dire che qualcuno potrebbe aver cercato di ucciderti?»

«Sì.»

«E tu pensi che quella persona sia qui?»


Edoardo non rispose subito.

Quello fu peggio di qualsiasi risposta.

Mi tornò in mente Jacopo, appoggiato alla colonna di marmo, il sorriso troppo sicuro. Poi Vittoria. L’infermiera. Mio padre.

Mio padre.

«Perché mi hanno fatto sposare te?»

«Il trust.»

«Lo so. Se non ti fossi sposato entro il tuo trentesimo compleanno, il controllo dell’azienda sarebbe passato a Jacopo.»

Per la prima volta Edoardo sembrò veramente sorpreso.

«Jacopo?»

«Sì.»


Il suo volto cambiò.

«No.»

«Cosa?»

«Il controllo non sarebbe passato a Jacopo.»

Rimasi immobile.

«Mio padre mi ha detto…»

«Tuo padre ti ha mentito.»

Quelle parole mi colpirono più duramente di quanto volessi ammettere.

Edoardo cercò di sollevarsi. Gli sistemai rapidamente i cuscini dietro la schiena.

«Il trust stabilisce che, se io fossi morto o incapace legalmente prima dei trent’anni, le mie quote sarebbero rimaste sotto amministrazione fiduciaria.»

«Allora perché questo matrimonio?»

«C’è una clausola diversa.»

«Quale?»

Edoardo mi guardò.

«Se mi sposo, mia moglie ottiene diritto di voto su una parte delle mie quote finché io non posso esercitarlo personalmente.»

Sentii un gelo scendere lungo la schiena.

«Io?»

«Tu.»

Mi allontanai dal letto.

Improvvisamente capii perché Vittoria mi aveva osservata come se stesse valutando qualcosa. Perché Jacopo mi aveva fissata in quel modo.

Non ero soltanto una moglie.

Ero diventata qualcosa dentro l’impero Torriani.

Una firma.

Un voto.

Forse un ostacolo.

«Mio padre sapeva tutto questo?»

Edoardo abbassò lo sguardo.

«Non conosco tuo padre.»

Stavo per rispondere quando il mio telefono vibrò.

Un messaggio.

Mio padre.

APRI LA PORTA. DEVO PARLARTI SUBITO.

Quasi nello stesso momento sentii dei passi rapidi nel corridoio.

Poi una voce maschile.

«Elena.»

Mio padre bussò.

«Apri.»

Guardai Edoardo.

Lui portò lentamente un dito alle labbra.

Bussarono di nuovo, più forte.

«Elena, so che sei lì.»

Mi avvicinai alla porta.

Ma prima di raggiungerla, Edoardo sussurrò qualcosa alle mie spalle.

«Guarda nel cassetto.»

Mi voltai.

«Quale?»

«Comodino. In fondo.»

Aprii il cassetto superiore. Niente. Quello inferiore sembrava pieno di documenti medici.

«Sotto.»

Sollevai una cartella.

C’era una piccola chiave nera.

«Cos’è?»

Edoardo mi fissò.

«Se mi succede qualcosa, vai nello studio al piano terra. Dietro il quadro di mio nonno c’è una cassaforte.»

Il bussare diventò più insistente.

«Elena!»

Guardai la chiave nella mia mano.

«Cosa c’è dentro?»

Edoardo inspirò con fatica.

«La prova che qualcuno in questa casa ha cercato di uccidermi.»

La maniglia si mosse.

Mio padre stava cercando di entrare.

Poi Edoardo aggiunse, quasi senza voce:

«E credo che tuo padre sappia chi è.»

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