Divertimento

Sono tornato a casa in anticipo per il compleanno di mia figlia: l’ho trovata a terra, ma l’allarme era stato disattivato dall’interno

C’era scritto: SISTEMA DISATTIVATO — ORE 15:41.

Sotto compariva il nome dell’utente associato al comando.

CHIARA RINALDI.

Per diversi secondi non sentii altro che il ronzio delle luci al neon sopra di noi e, in lontananza, il rumore metallico di un carrello. Chiara era ancora piegata in avanti sulla sedia di plastica, con entrambe le mani sul viso. Non aveva visto lo schermo del mio telefono.

Guardai di nuovo l’orario.

Le lezioni di Viola finivano alle tre e un quarto. Da scuola a casa ci volevano dodici minuti.

«Dove eri alle 15:41?» chiesi.

Chiara abbassò lentamente le mani. «Cosa?»

«Oggi. Alle 15:41.»

La sua espressione cambiò. Non era senso di colpa, non ancora, ma calcolo. Durò meno di un secondo. Quasi chiunque non se ne sarebbe accorto.


Io sì.

«Ero al lavoro», disse. «Lo sai.»

«Hai disattivato tu l’allarme?»

«No.»

Le mostrai il telefono.

Il colore le scomparve dal viso.

«Matteo, posso spiegarti.»

Le porte della sala operatoria si aprirono prima che potesse farlo.

Un medico si avvicinò, con la mascherina abbassata sotto il mento. Viola era viva, disse, ma il gonfiore cerebrale era grave. L’avevano messa in coma farmacologico. Le successive ventiquattro ore avrebbero stabilito quanto della nostra Viola sarebbe tornato da noi.

Chiara crollò contro la parete.


Io rimasi in piedi.

L’ispettore Grandi tornò accompagnato da un agente in uniforme e cominciò a parlare di impronte digitali, telecamere della zona e oggetti rubati.

Lo interruppi.

«L’allarme è stato disattivato dall’account di Chiara.»

Grandi lanciò un’occhiata a lei, poi a me. «È possibile accedere agli account da remoto.»

«Soltanto dai dispositivi autorizzati.»

Chiara sussurrò il mio nome.

Aprii il registro dei dispositivi.

C’erano tre telefoni registrati.

Il mio.


Il suo.

E uno identificato come IPHONE DI VIOLA.

Ma il telefono di Viola era stato trovato distrutto sotto il suo zaino.

Il comando era arrivato da un quarto dispositivo, uno che non avrebbe dovuto esistere.

Finalmente Grandi smise di sembrare annoiato.

Poi il mio telefono vibrò.

Numero sconosciuto.

Comparve una sola fotografia: Viola seduta al tavolo della nostra cucina quella stessa mattina, mentre sorrideva a qualcuno fuori dall’inquadratura.

Sotto c’erano sei parole.

LEI CI HA INVITATI. CHIEDI A TUA MOGLIE.


Mi voltai verso Chiara.

Non stava più piangendo.

Fissava il messaggio da sopra la mia spalla.

E dietro la paura nei suoi occhi c’era qualcosa che riconobbi immediatamente.

Lei sapeva.

**Continua… Clicca sulla Parte 3 per continuare a leggere.**

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