Divertimento

Sono tornato a casa in anticipo per il compleanno di mia figlia: l’ho trovata a terra, ma l’allarme era stato disattivato dall’interno

CHIEDI A LORENZO COSA C’ERA NELLA BUSTA.

Non mostrai subito il messaggio a Chiara.

L’infermiera ci stava aspettando davanti alle porte della terapia intensiva e, per quanto ogni istinto dentro di me volesse trovare Lorenzo Ferretti in quello stesso istante, c’era una cosa che veniva prima.

Viola.

Entrammo.

Le macchine attorno al suo letto emettevano suoni regolari che avrei ricordato per il resto della vita. Mia figlia sembrava ancora più piccola sotto il lenzuolo bianco. Una fasciatura le circondava la testa. Tubi, cavi e sensori trasformavano il suo corpo in qualcosa che il padre dentro di me non riusciva ad accettare.

Il medico indicò il monitor.

«La pressione intracranica si è stabilizzata. È presto per parlare di prognosi, ma ha reagito a uno stimolo doloroso e ha mosso spontaneamente la mano sinistra.»

Chiara scoppiò a piangere.

Io mi avvicinai al letto.


Presi la mano di Viola con una delicatezza che non avevo mai usato per impugnare nulla in vita mia.

«Papà è qui.»

Nessuna risposta.

«Sono tornato prima, piccola.»

Le sue dita si mossero.

Appena.

Avrei potuto convincermi che fosse un riflesso.

Poi lo fece di nuovo.

Una pressione debole contro il mio indice.

Chiusi gli occhi.


Per alcuni secondi Andrea Valli, Lorenzo, la busta e ogni altra cosa smisero di esistere.

C’era soltanto mia figlia.

Viva.

Quando uscimmo, mostrai il messaggio a Grandi.

L’ispettore lo lesse senza commentare.

«Non chiameremo Ferretti dal suo telefono», disse.

«Sono d’accordo.»

Chiara ci guardò entrambi. «Perché?»

«Perché chiunque ci stia osservando vuole che lo facciamo», risposi.

Grandi annuì.


Finalmente avevo smesso di doverlo trascinare dietro di me.

«E se Lorenzo è coinvolto», continuò, «una chiamata lo avvertirebbe.»

«E se non lo è, potrebbe essere il prossimo bersaglio.»

Chiara impallidì.

Grandi mandò due agenti all’indirizzo di Lorenzo.

Io presi il telefono e aprii la fotografia ricevuta quella mattina.

Viola al tavolo della cucina.

Ingrandii l’immagine.

Non guardai lei.

Guardai ciò che le stava intorno.


La tazza davanti a lei.

La finestra.

Il frigorifero.

Il riflesso sul vetro del forno.

«Che fai?» chiese Chiara.

«Cerco la persona che ha scattato la foto.»

Ingrandii ancora.

Il riflesso era deformato, ma mostrava una sagoma.

Alta.

Maschile.


Una mano sollevata con il telefono.

E sul polso qualcosa di scuro.

Un orologio.

Chiara si avvicinò.

Inspirò bruscamente.

«No.»

«Cosa?»

Indicò lo schermo.

«Quell’orologio.»

La guardai.


«Lorenzo ne porta uno così.»

Non bastava.

Migliaia di uomini portavano orologi neri.

Ma la fotografia era stata scattata dentro casa mia quella mattina.

«Lorenzo era qui?» domandai.

Chiara scosse la testa.

«Non quando sono uscita.»

«A che ora?»

«Sette e quaranta.»

«Viola?»


«Doveva uscire verso le otto.»

La fotografia era stata scattata dopo che Chiara aveva lasciato casa.

Qualcuno era rimasto con Viola.

«Perché non mi hai detto che non sapevi chi fosse con lei?»

«Pensavo fosse un’amica.»

«Perché?»

«Perché ieri sera Viola mi aveva detto che sarebbe passato qualcuno prima di scuola.»

«La persona della busta?»

«Non lo so.»

Il telefono di Grandi squillò.


Rispose.

Lo vidi irrigidirsi.

«Quando?»

Silenzio.

«Non toccate niente. Arrivo.»

Riattaccò.

«Ferretti non è a casa.»

«Da quanto?»

«Un vicino dice di averlo visto partire ieri sera. Gli agenti hanno trovato la porta chiusa, nessun segno di effrazione.»

«Auto?»


«Scomparsa.»

«Telefono?»

Grandi controllò qualcosa.

«Spento da ieri alle 23:17.»

La tempistica era troppo precisa per ignorarla.

La notte prima dell’aggressione.

«Andiamo a casa sua», dissi.

«Lei resta qui.»

«No.»

«Rinaldi—»


«Se trovate qualcosa legato a quell’operazione, potreste non sapere cosa state guardando.»

Grandi mi fissò.

«E lei sì?»

«Probabilmente.»

Venti minuti dopo eravamo davanti all’appartamento di Lorenzo.

Chiara era rimasta con Viola.

Due agenti ci aspettavano sul pianerottolo.

La casa sembrava ordinata.

Troppo ordinata.

Niente vestiti sul pavimento.

Niente piatti nel lavello.

Niente valigia aperta.

Un uomo che decide improvvisamente di partire lascia tracce.

Lorenzo sembrava essersi cancellato.

Entrai nello studio dietro Grandi.

Sulla scrivania c’erano un computer spento, alcune fatture e una fotografia incorniciata.

Cinque uomini davanti a un muro color sabbia.

Mi fermai.

Era la stessa fotografia.

La stessa che qualcuno aveva mandato a Viola.

Solo che questa non era ritagliata.

Nella versione ricevuta da mia figlia avevo visto cinque uomini.

Qui ce n’erano sei.

«Chi è quello?» chiese Grandi.

Indicava l’uomo all’estrema destra.

Non risposi.

Perché non ricordavo il suo nome.

Ricordavo però cosa era successo subito dopo che quella fotografia era stata scattata.

Avevamo consegnato un informatore.

Quarantotto ore dopo era morto.

E quello era stato l’inizio dell’indagine che aveva distrutto la carriera di Andrea Valli.

«Questa foto è stata modificata prima di essere mandata a Viola», dissi.

«Per nascondere lui?»

«Sì.»

Grandi fotografò la cornice.

Uno degli agenti ci chiamò dalla camera da letto.

Nel fondo dell’armadio aveva trovato una piccola cassaforte.

Non era chiusa.

Dentro c’erano documenti, contanti e una chiavetta USB.

Poi vidi una busta bianca.

Stessa dimensione.

Stesso tipo di carta.

Sul davanti, scritto a mano:

VIOLA.

La presi con i guanti che Grandi mi aveva dato.

«Non può essere quella che ho visto», dissi.

«Perché?»

«Quella era nello zaino.»

Aprii la busta.

Dentro non c’era una lettera.

C’era una fotografia.

Viola, molto più piccola, forse sei anni, seduta sulle mie spalle durante una festa.

Dietro di noi c’era Lorenzo.

Sul retro qualcuno aveva scritto una data.

E sotto:

MATTEO NON DEVE MAI SAPERE CHI HA DATO L’ORDINE.

Grandi lesse sopra la mia spalla.

«Quale ordine?»

Non lo sapevo.

Ma sotto la fotografia c’era un secondo foglio.

Un elenco di sei nomi.

I primi cinque erano quelli degli uomini della vecchia squadra.

Il sesto era l’uomo cancellato dalla fotografia.

Accanto al suo nome c’era una sola parola.

MORTO.

Poi vidi qualcosa che mi fece dimenticare di respirare.

Accanto al nome di Andrea Valli non c’era scritto traditore.

C’era scritto:

CAPRO ESPIATORIO.

E accanto al nome di Lorenzo:

TESTIMONE.

Il mio nome era l’ultimo.

MATTEO RINALDI — BERSAGLIO.

Grandi mi guardò.

«Qualcuno vuole eliminare tutti quelli che sanno cosa è successo.»

Scossi lentamente la testa.

«No.»

Indicai il foglio.

«Se fosse così, Viola non avrebbe senso.»

In quel momento sentimmo un rumore provenire dal soggiorno.

Un telefono.

Non il mio.

Non quello di Grandi.

Seguimmo il suono.

Arrivava da sotto il divano.

Un agente recuperò un vecchio cellulare.

Lo schermo mostrava una chiamata in arrivo.

Numero sconosciuto.

Grandi mi fece segno di non toccarlo.

La chiamata terminò.

Un secondo dopo arrivò un messaggio.

APRITE LA CHIAVETTA.

Grandi e io ci guardammo.

Sul tavolo dello studio c’era ancora la USB trovata nella cassaforte.

Un tecnico della polizia la collegò a un computer isolato.

Conteneva un solo file video.

Data: la notte precedente.

Lorenzo apparve sullo schermo.

Era seduto proprio alla scrivania davanti alla quale ci trovavamo.

Aveva un livido sul volto.

Guardava continuamente verso la porta.

Poi fissò la telecamera.

«Matteo, se stai vedendo questo, significa che non sono riuscito ad arrivare da te.»

Mi si gelò il sangue.

Lorenzo inspirò.

«Andrea Valli non ha tradito la squadra.»

Dietro di me Grandi smise di muoversi.

«Sono stato io a consegnare le prove che lo hanno fatto espellere», continuò Lorenzo. «Ma erano false. Non lo sapevo allora.»

Abbassò lo sguardo.

Quando tornò a fissare la telecamera, aveva gli occhi lucidi.

«Qualcuno ci ha usati. Qualcuno che era sopra di noi.»

Poi pronunciò la frase che cambiò completamente la direzione della mia rabbia.

«Viola ha scoperto chi.»

**Continua — premi Parte 6 per continuare a leggere.**

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