Divertimento

Sono tornato a casa in anticipo per il compleanno di mia figlia: l’ho trovata a terra, ma l’allarme era stato disattivato dall’interno

Rilessi il messaggio tre volte.

NON DOVEVI ESSERE GIÀ A CASA.

ADESSO SAPPIAMO CHE SEI TORNATO.

Non era una minaccia scritta per spaventarmi.

Era una conferma.

Qualcuno conosceva la data prevista del mio rientro.

E le persone che conoscevano quella data erano poche.

«Matteo?» disse Chiara.

Bloccai lo schermo.

«Ispettore, voglio sapere chi ha avuto accesso alle informazioni sul mio rientro.»


Grandi incrociò le braccia. «Questo non è esattamente il genere di informazione che posso ottenere con una telefonata.»

«Allora cominci a fare telefonate.»

«E lei cominci a ricordarsi che questa è un’indagine della polizia.»

Lo guardai.

«Mia figlia è in coma perché qualcuno è entrato in casa mia usando credenziali che non avrebbe dovuto possedere. Quell’auto aveva un pass militare. Adesso qualcuno mi scrive sapendo quando sarei dovuto tornare. Se vuole continuare a chiamarla rapina, faccia pure. Ma non perda il mio tempo.»

Grandi sostenne il mio sguardo.

Poi prese il telefono.

Fu il primo momento in cui cominciai a pensare che forse non fosse inutile come avevo creduto.

Chiara mi seguì quando mi allontanai verso le finestre.

«Pensi che sia colpa tua?»


«Non lo so ancora.»

«La fotografia che hanno mandato a Viola...»

Mi voltai.

«Che cosa mostrava esattamente?»

«Tu e altri quattro uomini davanti a un edificio. Non riconoscevo il posto.»

«Come ero vestito?»

«Uniforme da combattimento. Sembrava vecchia.»

«Quanto vecchia?»

«Non lo so. Otto anni? Dieci?»

Dieci anni.


La memoria arrivò prima ancora che volessi richiamarla.

Cinque uomini.

Un muro color sabbia.

Una fotografia scattata in fretta dopo un’operazione che ufficialmente non era mai esistita.

Quella foto non era sui miei social.

Non era appesa in casa.

Non l’avevo mai mostrata a Chiara.

«Matteo?»

«Chi ha visto quella fotografia oltre a te e Viola?»

«Nessuno.»


«Sei sicura?»

Esitò.

Quella piccola pausa mi fece girare completamente verso di lei.

«Chiara.»

«Ho chiamato una persona.»

«Chi?»

«Lorenzo.»

Per qualche secondo non dissi nulla.

Lorenzo Ferretti.

Lo conoscevo da undici anni.


Avevamo servito insieme abbastanza a lungo da conoscere reciprocamente cicatrici che le nostre mogli non avevano mai visto.

Aveva lasciato il servizio operativo tre anni prima e adesso lavorava come consulente per una società che gestiva sicurezza e logistica per strutture militari.

Ed era stato a casa nostra decine di volte.

«Perché hai chiamato Lorenzo?»

«Perché tu eri fuori e io non sapevo a chi altro chiedere.»

«Che cosa gli hai detto?»

«Della foto. Dei messaggi. Gli ho chiesto se riconosceva qualcuno.»

«E lui?»

«Ha detto di no.»

Quella risposta era possibile.


Era anche troppo semplice.

«Gli hai mandato la fotografia?»

Chiara annuì.

«Sì.»

Sentii qualcosa stringersi alla base del collo.

«Quando?»

«Quattro giorni fa.»

«E dopo?»

«Mi ha detto di non preoccuparmi, che probabilmente qualcuno aveva trovato una vecchia foto online.»

«Non era online.»


Chiara impallidì.

«Come fai a saperlo?»

Non risposi.

Perché improvvisamente avevo una domanda più importante.

«Lorenzo sapeva quando sarei tornato?»

Chiara mi guardò.

Questa volta non ci fu bisogno di parole.

Sì.

Una settimana prima della partenza gli avevo scritto che sarei rientrato il diciassette.

Viola compiva gli anni il diciannove.


Solo il mio comandante, poche persone dell’unità, Chiara e due amici stretti conoscevano quella data.

Lorenzo era uno di loro.

Presi il telefono.

«Non chiamarlo», disse Chiara.

«Non ne avevo intenzione.»

Aprii invece la conversazione con lui.

L’ultimo messaggio risaliva a sei giorni prima.

Lorenzo: Quando rientri?

Io: Sabato 17. Se non cambia nulla.

Lorenzo: Viola sarà contenta.


Un messaggio perfettamente normale.

Adesso sembrava una verifica.

Grandi tornò verso di noi.

«La targa della berlina è stata parzialmente recuperata da un’altra telecamera. Stiamo facendo una ricerca.»

«Controlli Lorenzo Ferretti.»

Chiara chiuse gli occhi.

Grandi mi osservò. «Chi è?»

«Ex militare. Ha accesso a strutture dove vengono usati pass come quello nel video. Conosceva la data prevista del mio rientro. Quattro giorni fa mia moglie gli ha mandato la fotografia ricevuta da Viola.»

Grandi annotò il nome.

«Questo non significa che sia coinvolto.»


«Non ho detto che lo sia.»

Ma dentro di me avevo già iniziato a ricostruire gli ultimi mesi.

Lorenzo che passava per un caffè quando io ero fuori.

Lorenzo che chiedeva casualmente quanto sarebbe durata una missione.

Lorenzo che una volta aveva aiutato Chiara a riconfigurare il router dopo un guasto.

Il router.

Guardai Chiara.

«Quando abbiamo cambiato il sistema d’allarme?»

«A febbraio.»

«Chi lo ha installato?»

«La società.»

«Chi era qui quel giorno?»

Lei capì prima che finissi.

«Lorenzo.»

Il quarto dispositivo.

Non era ancora una prova.

Ma era finalmente una direzione.

Il telefono di Grandi squillò.

Rispose, ascoltò e prese una penna.

«Ripeta.»

Scrisse una sequenza di numeri.

Poi mi guardò.

«Abbiamo la targa.»

Il veicolo risultava intestato a una società di noleggio aziendale.

«Nome?»

Grandi consultò il messaggio appena ricevuto.

«Asterion Strategic Services.»

Non conoscevo il nome.

Ma conoscevo quel genere di società.

Sicurezza.

Logistica.

Subappalti.

Luoghi perfetti per nascondere persone che sapevano muoversi senza attirare attenzione.

«Lorenzo lavora per loro?» chiese Chiara.

«No», dissi.

Almeno, non secondo quello che mi aveva raccontato.

Grandi iniziò una ricerca sul tablet.

Dopo pochi secondi girò lo schermo verso di noi.

La sede legale era a Roma.

Contratti con enti pubblici.

Consulenza per infrastrutture sensibili.

Poi vidi il nome dell’amministratore operativo.

Andrea Valli.

Il corridoio dell’ospedale sembrò restringersi.

Non avevo sentito quel nome da nove anni.

«Lo conosce?» chiese Grandi.

Non risposi subito.

Andrea Valli era stato il quinto uomo in quella fotografia.

Quello che non avrebbe dovuto poterla possedere.

«Era con me», dissi.

«Dove?»

«In un’operazione.»

«Quale operazione?»

Guardai Chiara.

Non potevo dirlo lì.

Forse non avrei potuto dirlo nemmeno in una centrale di polizia.

«Una che non troverà nei registri normali.»

Grandi smise di scrivere.

«E cosa è successo a Valli?»

Quella era la domanda che avevo sperato di non sentire mai più.

«È stato espulso.»

«Perché?»

«Perché ha venduto informazioni.»

Chiara mi fissò come se avesse appena scoperto di essere sposata con uno sconosciuto.

«A chi?»

«Non l’abbiamo mai dimostrato.»

Grandi appoggiò lentamente la penna.

«E lei che ruolo ha avuto nella sua espulsione?»

Questa volta risposi subito.

«Sono stato io a trovare le prove.»

Il silenzio che seguì fu interrotto da un suono proveniente dalle porte della terapia intensiva.

Un’infermiera uscì.

«Signor Rinaldi?»

Il cuore mi saltò in gola.

«Sua figlia sta reagendo a uno stimolo. Il medico vuole parlarvi.»

Chiara corse verso di lei.

Io feci un passo.

Poi il mio telefono vibrò.

Numero sconosciuto.

Una fotografia.

Non di Viola.

Di me.

Scattata pochi secondi prima nel corridoio dell’ospedale.

Mi vedevo di profilo, davanti alla finestra.

Sotto c’era una frase.

HAI FINALMENTE RICORDATO ANDREA.

Sollevai lo sguardo.

Il corridoio era pieno di medici, infermieri, visitatori e familiari.

Chiunque avrebbe potuto aver scattato quella foto.

Poi arrivò un secondo messaggio.

MA STAI GUARDANDO L’UOMO SBAGLIATO.

E immediatamente dopo, un terzo.

CHIEDI A LORENZO COSA C’ERA NELLA BUSTA.

**Continua — premi Parte 5 per continuare a leggere.**

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