«Bentornato a casa, Matteo.»
Per nove anni avevo conservato l’immagine del generale Carlo Venturi in una parte della memoria riservata agli uomini di cui non avevo mai avuto motivo di dubitare.
Fu quello il primo errore che riconobbi.
Il secondo era stato permettergli di diventare famiglia.
«Lascia andare Lorenzo.»
Venturi appoggiò entrambe le mani alla ringhiera.
«Quindici anni nelle forze speciali e queste sono le prime parole che scegli? Mi aspettavo qualcosa di meglio.»
Non risposi.
Contai.
Due uomini al piano terra.
Uno dietro di me.
Uno vicino all’uscita laterale.
Venturi sul ballatoio.
Probabilmente altri fuori.
Grandi sapeva che ero entrato.
Ma finché non avesse avuto un motivo sufficiente per intervenire, avrebbe aspettato.
Era ciò che avevamo concordato.
Venturi scese lentamente la scala metallica.
«Quando ti ho conosciuto eri bravo, Matteo. Ma avevi un difetto.»
«Mi fidavo di te.»
Sorrise.
«Precisamente.»
Lorenzo sollevò la testa.
«Non ascoltarlo.»
L’uomo accanto a lui gli afferrò una spalla.
Venturi fece un piccolo gesto e quello lasciò la presa.
«Lorenzo ha sempre avuto bisogno di sentirsi innocente», disse. «Andrea, invece, aveva bisogno di sentirsi intelligente. Tu avevi bisogno di sentirti leale.»
Si fermò davanti a me.
«Tre debolezze molto utili.»
«Hai incastrato Andrea.»
«Ho protetto un programma.»
«Hai fatto uccidere il nostro informatore.»
Per la prima volta il sorriso diminuì.
«Quell’uomo aveva venduto informazioni a chiunque pagasse.»
«E quindi hai deciso di diventare come lui?»
Venturi inclinò appena la testa.
«Tu continui a pensare in termini di buoni e cattivi. È sorprendente, considerando il lavoro che hai fatto.»
«Io penso in termini di uomini che aggrediscono una ragazza di sedici anni.»
Gli occhi di Venturi cambiarono.
Quasi impercettibilmente.
«Viola non doveva essere ferita così.»
Dentro di me qualcosa diventò ghiaccio.
Non rabbia.
Conferma.
«Quindi eri tu.»
«Avevo ordinato di recuperare la busta.»
«Da mia figlia.»
«Avevo ordinato di spaventarla.»
Lorenzo sputò sangue sul pavimento.
«Bugiardo.»
Venturi non lo guardò.
«Gli uomini che mandi a terrorizzare una ragazzina non sono famosi per la disciplina», dissi.
«Quello è stato un errore.»
«Il tuo errore è respirare ancora.»
Uno degli uomini dietro di me si mosse.
Venturi alzò una mano.
«Ecco l’uomo che ricordavo.»
Mi avvicinai di mezzo passo.
«Dov’è Andrea?»
«Questa è la domanda sbagliata.»
«Allora aiutami.»
«Dov’è la busta?»
«Non ce l’ho.»
«Lo so.»
La risposta arrivò troppo rapidamente.
Venturi sapeva che Viola l’aveva consegnata.
«Andrea ce l’ha.»
«Forse.»
«E non riesci a trovarlo.»
Il silenzio fu sufficiente.
Finalmente vidi una crepa.
Venturi controllava gli uomini nel capannone.
Aveva controllato l’operazione nove anni prima.
Aveva avuto accesso alle informazioni sul mio rientro.
Ma non controllava Andrea.
Era per questo che mi aveva attirato lì.
Non per uccidermi.
Per usarmi.
«Vuoi che trovi Andrea per te.»
Venturi sorrise di nuovo.
«Ecco perché eri il migliore.»
«Perché dovrebbe fidarsi di me?»
«Non si fida.»
«Allora non ti servo.»
«Tu no.»
Guardò verso Lorenzo.
Poi pronunciò un nome.
«Viola sì.»
Feci un passo avanti prima ancora di rendermene conto.
Tre armi si sollevarono.
Venturi non arretrò.
«Sei entrato qui con la polizia intorno all’edificio», disse con calma. «Non insultarmi fingendo il contrario.»
Il sangue mi si gelò.
Lorenzo mi guardò.
Venturi indicò una piccola scatola nera sul tavolo.
«Disturbatore di frequenze. Nessuno sente quello che diciamo.»
Non potevo sapere se fosse vero.
Ed era esattamente ciò che voleva.
«Se mi succede qualcosa», continuò, «gli uomini che sono già in ospedale ricevono un ordine.»
Quella frase cancellò tutto il resto.
Viola.
Chiara.
Mi costrinsi a non guardare verso la porta.
Venturi lo notò comunque.
«Adesso possiamo parlare.»
«Se tocchi mia figlia—»
«Non voglio toccarla. Voglio ciò che sa.»
«È in coma.»
«Per ora.»
Lo odiavo per quelle due parole più di quanto avessi mai odiato un uomo.
«Viola ha copiato qualcosa che non comprende», continuò. «Un archivio del programma C.V. Contratti, trasferimenti, identità. Trent’anni di operazioni.»
«C.V. non sono le tue iniziali.»
«No.»
Venturi sembrò quasi divertito.
«Continuità Vettoriale. Il nome esisteva prima che io assumessi il comando.»
«Ma ti piaceva la coincidenza.»
«Mi è stata utile.»
Questo spiegava perché Lorenzo aveva detto che C.V. era un programma.
Ma non rendeva Venturi meno colpevole.
«Andrea ha trascorso nove anni cercando di dimostrare che era stato incastrato», disse. «Quando finalmente ha trovato l’archivio, ha commesso un errore. Ha coinvolto Lorenzo. Lorenzo ha commesso un errore peggiore.»
Guardò me.
«Ha coinvolto Viola.»
«Viola ha contattato lui.»
«Dopo che qualcuno le aveva fatto trovare la strada.»
Mi fermai.
«Chi?»
Venturi sorrise.
«Finalmente.»
Lorenzo cominciò a scuotere la testa.
«Matteo, non—»
Uno degli uomini lo colpì allo stomaco.
Lorenzo si piegò.
«Basta!»
Venturi fece cessare l’uomo.
Poi mi guardò.
«Tua figlia non ha trovato per caso quel backup sul tuo vecchio computer.»
Sentii il capannone diventare improvvisamente troppo silenzioso.
«Qualcuno l’ha messo lì.»
«Chi?»
«La stessa persona che ha fatto arrivare a Viola la fotografia.»
Andrea?
Era la conclusione più ovvia.
Troppo ovvia.
Venturi vide il dubbio sul mio viso.
«Andrea voleva attirarti dentro l’indagine senza contattarti direttamente. Sapeva che monitoravo le persone della vecchia squadra.»
«Quindi ha usato mia figlia.»
«All’inizio.»
Quelle parole mi colpirono.
«All’inizio?»
«Poi Viola ha cominciato a scavare da sola.»
Venturi quasi rise.
«Devo ammetterlo, Matteo. Tua figlia ha più talento di molti analisti che ho avuto sotto il mio comando.»
«E tu hai mandato uomini a picchiarla.»
Il sorriso sparì.
«Ho già detto che non era l’ordine.»
«Dimmi i loro nomi.»
«Portami la busta.»
«Prima i nomi.»
Ci fissammo.
Alla fine Venturi sospirò.
«Non sei nella posizione di negoziare.»
Un telefono vibrò sul tavolo.
Non il mio.
Venturi guardò lo schermo.
Il suo volto cambiò.
Solo per un istante.
Ma bastò.
«Problemi?» chiesi.
Non rispose.
Lorenzo alzò gli occhi verso di me.
Poi guardò deliberatamente in alto.
Una volta.
Due.
Verso una finestra sul tetto.
Capì.
Grandi non aveva bisogno di ascoltare.
Aveva bisogno di vedere.
Mi spostai lentamente di lato.
Uno degli uomini mi seguì con l’arma.
Ancora mezzo metro.
Adesso Lorenzo era fuori dalla linea di tiro dell’uomo dietro di lui.
Venturi se ne accorse.
«Non farlo.»
«Fare cosa?»
«Quello che hai sempre fatto.»
«Quale sarebbe?»
«Credere di poter salvare tutti.»
La finestra sopra di noi esplose.
Nello stesso istante le porte laterali si spalancarono.
«POLIZIA! ARMI A TERRA!»
Il capannone precipitò nel caos.
Mi buttai verso Lorenzo.
Un uomo tentò di sollevare l’arma, ma un agente lo costrinse a terra.
Un altro corse verso l’uscita posteriore.
Venturi non corse.
Era questo che mi preoccupò.
Rimase immobile.
Calmo.
Come un uomo che aveva previsto anche quello.
Grandi entrò con gli agenti.
«Carlo Venturi! Mani bene in vista!»
Venturi alzò lentamente le braccia.
E sorrise verso di me.
«Controlla il telefono.»
Lo ignorai.
Liberai Lorenzo.
«Riesci a camminare?»
«Credo.»
«Andrea dov’è?»
Lorenzo mi afferrò la camicia.
«Matteo, ascoltami. Venturi non sa tutto.»
«Cosa non sa?»
«La busta non contiene soltanto l’archivio.»
Il mio telefono vibrò.
Una volta.
Poi ancora.
Lo estrassi.
Chiara.
Aveva chiamato quattro volte.
Richiamai immediatamente.
Rispose al primo squillo.
Stava piangendo.
«Matteo, dove sei?»
«Che succede? Viola?»
«Si è svegliata.»
Per un secondo non riuscii a respirare.
«È cosciente?»
«Poco. I medici sono qui. Ma ha detto una cosa.»
«Cosa?»
Chiara abbassò la voce.
«Ha chiesto di te.»
Chiusi gli occhi.
«Arrivo.»
«Matteo...»
Il modo in cui pronunciò il mio nome mi fermò.
«C’è altro.»
«Dimmi.»
«Viola ha detto che non dobbiamo fidarci della polizia.»
Guardai Grandi.
Lui stava ammanettando Venturi.
«Ha detto perché?»
Sentii Chiara avvicinarsi a Viola.
Poi la voce debole di mia figlia arrivò attraverso il telefono.
«Papà...»
Ogni muscolo del mio corpo si irrigidì.
«Sono qui, piccola.»
Respirò con fatica.
Poi disse quattro parole.
«Grandi era nella foto.»
Alzai lentamente gli occhi.
L’ispettore era a meno di dieci metri da me.
E in quel momento ricordai il sesto uomo cancellato dalla fotografia di Lorenzo.
L’uomo di cui non riuscivo a ricordare il nome.
Non lo ricordavo perché nove anni prima non si chiamava Grandi.
**Continua — premi Parte 8 per continuare a leggere.**







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